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Paris

Renzo Paris, Il fumo bianco, Elliot 2013

 di Claudio Damiani

Renzo Paris fuma «erba buona» con i figli e gli torna in mente il decotto d’oppio che, lui bambino in Abruzzo, i contadini marsicani preparavano per addormentare i loro figli: «Oppiomane fin da neonato, ketazza marsicano» gli gridano i figli.
Il fumo attraversa tutta la nuova raccolta di versi di Renzo Paris (Il fumo bianco, Elliot, 2013), non tanto quello dell’erba, quanto il residuo, ciò che resta della combustione, il volatilizzarsi della vita. Il fumo che, alla fine, è l’uomo.
Fumo come vanità, inconsistenza, ma anche leggerezza e libertà, poter andare dovunque, essere in ogni luogo (e viene in mente l’”uomo di fumo” palazzeschiano, Perelà).
C’è anche un senso di mistero, di sacro, nel fondo del fumo, se così si può dire, di Paris, e è il «fumo bianco» del titolo, che non c’entra con quello vaticano, ma si riferisce a un particolare fumo che l’autore ha visto sprigionarsi dalla terra durante il recente terremoto dell’Aquila, nella sua terra natia.
Terremoto che è solo l’ultimo di una lunga serie, se già i suoi genitori furono sfollati del terremoto del ’15, ed altri ne ha dovuto vedere l’autore, come se la terra gli tremasse sempre sotto i piedi (e anche la storia, continuamente, tremasse: guerra, boom, contestazione, anni di piombo ecc.).

«Leggete i carmina, raccomando ai miei figli
e le metamorfosi egizie non dimenticate
anche se non doveste più comprendere

quella vita, sforzatevi di immaginarla.
Aiutatemi a uscire dalle fiamme del
secolo degli orrori, è Anchise che vi parla»

L’antico, e la latinità in particolare, è per Paris, da sempre, via di fuga dal ’900. La vivacità prosastico-quotidiana, odorosa pantera dei poeti della sua generazione, lui sapeva che l’aveva già detta meravigliosamente Catullo duemila anni prima, e non c’era bisogno di reinventarla. Comunque c’erano già stati Penna e Quasimodo che avevano ripreso i lirici greci, e dei lirici latini aveva parlato molto bene, tra gli altri, Ezra Pound (e nel dopoguerra c’era stato il revival degli epigrammi, di Marziale, pensiamo solo a quelli di Pasolini, cuore, e non appendice, della Religione del mio tempo.)
Ma, dicevamo, «via di fuga», non superamento. Ciò che preme a Renzo è fuggire, mettersi in salvo, nell’emergenza di un sommovimento improvviso, ineluttabile. E chiede aiuto agli antichi, e ai figli, cioè ai giovani anche. Paris non è catastrofico, non pensa che stia finendo tutto, sa che i giovani troveranno nuove strade, che il nuovo salverà l’antico (e l’antico salverà il nuovo), sa che la vita continua, e è più forte di ogni terremoto.
E’ quasi un umanesimo. «Quasi» perché non ha, dell’umanesimo, lo slancio. Renzo trova una parola più prosastica e quotidiana, più familiare: «vecchia umanità»:

«… la vecchia
umanità, che conosceva i terremoti
e le morti naturali e quand’era festa
danzava sui prati in fiore»

L’ideologia della fine del mondo non l’ha mai sfiorato, come nessun altra ideologia, è sempre stato «cane sciolto» (Cani sciolti è il suo primo romanzo), a costo di sciogliersi in fumo, vanificarsi come soggetto:

«La parola perdono che senso ha
per me, inetto, senza alcun progetto?
Il sesso, il potere, mi fanno difetto»

Ha fiancheggiato, potremmo dire, il pensiero debole, la crisi del soggetto, e tanti altri modi, e mode, il «cane sciolto» ê così, si accoda un po’ a tutti, ma per poco, perché poi vaga dove gli pare. Va a tutti i cortei, da quello del cristo morto dell’infanzia, a quelli degli anni di piombo

«Insieme a un regista moolto disperato
con un calvo e occhiuto trozkista
eccomi al ballo, eterno cane slegato»

Il cane sciolto non appartiene a nessun branco, però sta nel movimento. Il movimento è quasi, post-modernamente, un ballo. E’ la realtà, terra che ti trema sotto i piedi, e tu devi ballare. Realtà tragica, anche, ma quella di Renzo è, post-modernamente, una tragedia «mignon»:

«Sono un Amleto formato mignon
non c’è tragedia nella mia vita»

Come Catullo, e come anche Petrarca, Paris scrive un solo libro, un canzoniere. Album di famiglia era uscito nel ’90 e raccoglieva tutta la sua produzione, un ventennio, il nuovo contiene un altro ventennio. E’ sempre un «album di famiglia», ma mentre nel primo libro era una famiglia di amici, amiche, coetanei, poeti, la sua generazione insomma, vista da un cane sciolto, questo nuovo è invece la famiglia vera, figli, moglie ma soprattutto genitori e antenati, vista da un uomo in odore di… fumo. E se nel primo libro dominava la città eterna, qui domina l’Abruzzo dell’infanzia, la Marsica arcaica e magica, con scene e giochi d’antichità millenaria, mangiar cacio su un muretto, catturar cardelli e picchi, far gabbiette coi vincastri.
Gli amici, i coetanei, sembrano volatilizzati, diventati fumo anche loro, e il poeta vaga solitario tra le mura e gli archi, e preferisce semmai, agli indigeni della città eterna, i nuovi barbari, gli stranieri poveri che l’affollano, o finisce addirittura in Finlandia, chi l’avrebbe detto, ma è una Finlandia che assomiglia stranamente alla Marsica.

Claudio Damiani