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Francesco Albano, in arte Yzu, ha attraversato il mistero che circonda la vita umana due anni fa. Mi piace ricordarlo attraverso la sua poesia.

I

scrivo per non perdere memoria del brutto.
Il lavoro sulla parola –
l’incisione in muri di pietra
di un quadro mobile
che ha vita propria e
un proprio incedere
svilupparsi metamorfosarsi narrare
come registrazione e proiezione –
la vita come un block notes… –
sì prendo appunti
fare di ogni miseria ricchezza
cogliere da ogni fiore
la merda che l’ha nutrito
serbare fra le mani
ogni goccia di profumo carpita
all’ignoranza dei corpi che incontro
donare quel po’ di puzza
che mi resta – baciare –
oppure diciamo così,
cerchi di salvare la tua vita
da bacarozzo in un processo
inverso di sublimazione
che passa tra la parola.

II

oltre
qualcosa
percepire
qualcosa
oltre
questo muro alto
di vuoto inconsistente
oltre la descrizione
oltre ogni singolo stupido
meriggio d’inutile attesa
oltre questo tutto indefinibile
che vieta strade perché strada non è
oltre questo profilo che ancora
impresse lascia forme definite
su federe non più aduse
e che ancora lacera
oltre questo profumo
che non vuole non si risolve
ad abbandonare le nari
oltre il continuo ridestarsi
nel sogno quando senza fiato
sfuma l’incubo
sarebbe come sorso d’acqua fresca
per queste labbra secche.
III

un mulo grasso montanaro
spolpato fino all’osso: questo,
nient’altro, sono – questo bene
lo so; ma c’è una cosa oscura
che non capisco chiaramente:
com’è che carne e pelle possano
ancora destinate a durare.

un giorno, quanto prima, quando
sarà scaduto rancido e unto –
privato di attributi e noia –
nessuno busserà urlando
a questa porta a reclamare,
a un dito medio inchiodato
l’affitto di ‘sto corpo idiota.

quel giorno benedetto da un dio –
un dio qualsiasi, basta anche un io –
non resterà a me in putrescenza
che un ridicolo rammarico:
non aver trovato un attimo –
almeno avessi fatto un gesto!
per dirle, raccontare la mia paura.

da “Canzoni per una stanza abbandonata”