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Fotografia di Davide Simiele

Giorni fa se n’è andato in silenzio il poeta Gianfranco Palmery.
Lontano, per temperamento e scelta, dalle conventicole e convenzioni letterarie, dai clamori e dalle mode; nel silenzio, appunto, e in un riserbo orgogliosamente perseguito, si sono dispiegati i frutti di una sua appassionata attività poetica pluridecennale, dove la parola e il pensiero si affidano a una versificazione di straordinaria intensità e di esatta, musicale tensione lirica;

a cominciare dalla prima breve raccolta, Mitologie, del 1981, per proseguire con L’opera della vita, Il versipelle, Sonetti domiciliari, Giardino di delizie e altre vanità, Medusa, L’io non esiste, In quattro, fino agli ultimi due libri, pubblicati da Passigli, Compassioni della mente (2011) e Corpo di scena (2013), intervallati da altra breve, bellissima, raccolta Amarezze – Madrigali e altre maniere amare (2012).
Cognizione acuminata di sé e della propria dolorosa condizione esistenziale, di una realtà umana dominata dalla stupidità e da un inarrestabile cupio dissolvi, aspersi di grani di ironia e autoironia e, per ultimo, esplorazione del mistero e della grazia felina – i versi sulla sua famosa “gattità”, raccolti in due titoli: Gatti e prodigi e Profilo di gatta, meritano, assieme agli altri, ripetute godibili letture e meditazioni –; tutto questo costituisce l’ossatura tematica e timbrica dell’opera di Palmery.
Sulla poesia, sull’amore (verrebbe da dire: sull’ossessione amorosa) per la poesia ruotano le altre due fondamentali attività del poeta: di raffinato traduttore (Keats, Shelley, Corbière, Stéfan, alcuni poeti tradotti) e editore. Le opere pubblicate dalla sua casa editrice “Il Labirinto” si segnalano, oltre che per l’accuratezza e l’estrema eleganza grafica, per la qualità letteraria. Né va dimenticato l’impegno da lui profuso nella direzione della rivista “Arsenale” che, negli anni ottanta, ha costituito un prezioso punto di convergenza e confronto tra segno verbale e segno grafico. Anche qui, coadiuvato da una redazione particolarmente laboriosa e valida, Palmery ha dato impulso a quell’“esercizio di accrescimento della coscienza” che, secondo Harold Bloom, risiede nei percorsi e nella fruizione della vera grande poesia.

Domenico Vuoto

Gianfranco Palmery
Alla fine
(cinque poesie da Corpo di scena, Passigli, 2013)

Alla fine
Ancora lentamente o sul finale
correndo alla fine mi raggiungerò:
in pace e pari vecchio e adolescente
l’un l’altro nell’unico – morente:

così la luna fa la notte e l’alba
fulgente nel suo ufficio e infine pallida
tradita dall’azzurro che rischiara
lascia a servizio la stella vicaria
Madrigali dell’alba
faccio tomba del giorno – morte in vita:
la notte viene quando è già sparita
I

Ecco le puntuali, azzurro-pallide
cinque del mattino, la luce
delle cinque del mattino che passeri
e merli traducono nei soliti
solfeggi uccelleschi, gridando
la loro disperazione per l’arrivo
d’un altro giorno, o forse fanno
solo gl’ingenui araldi della vita:
tu abbassa la serranda, tira le tende
e che venga la notte finalmente!
II

È la luce che annuncia la mia notte
con i noti cantori che orchestrano
tutte le sante cinque del mattino
ciù-ciù, cra-cra il loro concertino:
questo strenuo teatro di finestra
l’intermezzo obbligato che vorrei
saltare – da buio
a buio scivolando alle sei
calate le serrande contro il mondo
per trovare, forzato notturno,
finalmente il mio sonno – e che fuori
passeri e merli aprano pure il turno
dei forzati di giorno!

Corpo di scena
La mia uscita di scena è già scritta,
è scritta sul mio corpo, il noto dramma
steso nel millenovecentoquaranta,
una prima stesura poi rivista
aggiustata ritoccata negli anni:
il corpo è il testo e il teatro e gli attori
hanno messo in azione fami e affanni:
un brulichio vorace tra due fori,
veleni in vene e arterie – al gran finale
farò da spettatore: gli assassini
sono da tempo all’opera: il mio male
troverà la sua fine, e niente fini
edificanti, catarsi, agnizione –
ciò che è stato sarà: divorazione

La gloria ferita

Ode per John Keats
«Se dovessi morire – rifletteva
nella lettera a Fanny – non avrei
lasciato nessuna opera immortale
dietro di me… se avessi avuto tempo
sarei riuscito a farmi ricordare».
Eppure l’anno prima aveva scritto
a George «penso che sarò tra i poeti
inglesi dopo la mia morte». Ecco
cos’è disperare e sapere: un conflitto

tra umore e giudizio, un perenne allarme
e altalenare dell’idea di sé:
meritare memoria e dubitarne –
se la mente è ormai lesa, poiché
il silenzio e i veleni del mondo
corrompono l’umore e sanno come
alterare il giudizio, come spegnere
sete d’amore e fama con la feccia
dell’odio. «Qui giace uno il cui nome

è scritto nell’acqua» – tutto secondo
il fatale copione Morte in vita –,
e quanto duole l’implacata epigrafe
– ah la buia sconfitta, il fallimento! –
da una voce indelebile smentita
col suo disincarnato incanto nei secoli.
Quella fragile stele al Campo Cestio
che ancora dice la tua pena e intreccia
durata e sparizione è un monumento

ma così in vano alla Gloria Ferita.

Aria del Pindo

o Finale
La linea con il Pindo è disturbata
da sibili, fruscii… la voce arriva
a fatica o per niente – alla chiamata
a volte non risponde anima viva

Non c’e più linea con il Pindo: è stata
oh quanti anni notte e giorno attiva –
in questi cavi fa la sua avanzata
ora il silenzio: presenza annunciata

dall’eco della voce che moriva