piazzollabiografia

Diego Fisherman, Abel Gilbert
Piazzolla la biografia
Minimum Fax 2012, pag416, 19 Euro

A distanza di vent’anni dalla morte di Astor Piazzolla, la Minimum Fax ha pubblicato in italiano questo splendido, imperdibile, libro uscito in Argentina nel 2009. Si tratta di un’accuratissima biografia artistica del grande musicista la cui vicenda viene ricostruita minuziosamente e inquadrata in quella più generale della musica e della cultura del Novecento; in altre parole del secolo che ha eroso e forse abbattuto definitivamente ogni barriera fra musica colta e popolare.

Impossibile dire in poche righe la vastità degli spunti che il libro suggerisce. In sostanza ogni pagina meriterebbe un approfondimento. In questa sede ci si limiterà a segnalare alcune riflessioni molto originali sui rapporti fra il bandoneonista di Mar del Plata e la musica afroamericana.

Piazzolla trascorse parte dell’infanzia e della giovinezza a New York, dove la famiglia si era trasferita dall’Argentina in cerca di migliori fortune. Il piccolo Astor assorbì come una spugna tutte le suggestioni musicali della Big Apple: il jazz delle origini (adorava Cab Calloway), la musica religiosa nera, i canti della sinagoga. Su questo dato Fisherman e Gilbert instaurano un paragone molto interessante fra lui e George Gershwin. Piazzolla, tornò a New York nel 1959, nell’epoca dell’apogeo di Miles, di Bill Evans e Charles Mingus, ma anche di Dave Brubeck e Gerry Mulligan. Secondo gli autori la scelta di dare vita al primo grande quintetto (Tango Nuevo) che Piazzolla fondò al suo rientro a Baires, fu dettata anche dall’ascolto dei dischi di questi grandi che, semplificando al massimo, avevano reso definitivamente arte una musica di origini popolari.
Ancora: è vero che la musica dell’argentino fu sempre e rigorosamente scritta e che dava uno spazio quasi irrilevante all’improvvisazione. E’altresì vero che nella sua arte il dato interpretativo è fondamentale. D’altronde, come scrivono gli autori (pag. 393), “nelle musiche di tradizione popolare l’interpretazione è l’opera stessa.
Certo, quando si ritrovò a suonare con Gerry Mulligan nella celebre sessione italiana del 1974 i due non si capirono. Piazzolla voleva che il baritonista seguisse alla lettera lo spartito che aveva davanti. Gerry rispose che se aveva bisogno di un lettore il suo era l’indirizzo sbagliato.
Sull’ultima parte della carriera di Piazzolla, quella legata ai dischi incisi in Italia e segnata dal grande successo internazionale, Fisherman e Gilbert sono piuttosto severi. Secondo loro dall’opera “Maria di Buenos Aires” in poi siamo davanti ad un troppo precoce riciclaggio di quanto prodotto prima. I brani più famosi dell’ultimo periodo altro non sarebbero che rielaborazioni della armonie di “Adios Nonino“. Il celebre “Libertango” e l’altrettanto famosa “Oblivion” non hanno nemmeno l’onore di un paragrafo. Questo anche se vengono riconosciuti i grandi meriti d’improvvisazione, dell’ultimo quintetto.
Come dimostra il titolo spagnolo del volume (Piazzolla el mal entendido) il grande bandoneonista viene visto come un meraviglioso equivoco: non fu musicista classico né un interprete di tango. Fu invece un artista di frontiera (interessante il suo rapporto con il rock ed in particolare con la musica di Keith Emerson), tempestoso e contraddittorio come il secolo in cui nacque e visse.

Marco Buttafuoco

Tratta da Jazzitalia con il consenso dell’autore