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(foto di Elia Belculfinè)

I

Una poesia

è una cosa perduta; non si fa vedere non si fa toccare
Fino a che in te essa non si compie;
e che muoia in una corolla di voci di gente
alla finestra.

Le poesie non chiedono di essere scritte.
Eppur lanci al suolo questo
vaso di terra

e fuori è l’oltraggio degli angeli
danzanti, che non hanno carne e
non hanno labbra –

fra il suono degli slogan a lembi e il lumino perso di una piccola
barca ancorata al niente della notte che cade la luna
nei tuoi occhi

# E

rubavamo le ciliegie in un campo, da un albero
che era una torre d’avorio,

allora che mormorava l’ultimo tempo nuovo sulla bocca del libeccio,
eravamo giovani e invece
adesso siamo bambini, pieni di rallegramenti, sì,
e strumenti musicali dentro vecchi sottoscala
per tenere lontane le arpie
del tempo

e guanti spaiati, e i capelli che già si fondono
con la materia dello specchio
                                                                                          abbiamo numeri dispari
                                                                                          soltanto, noi.

II

Ma conservo una spazzola di ferro, di una mia zia.
Ingiallita come le mie dita
per le fanfare:
che le trattenga, misericordia!
E farmi nuovo è farmi vecchio,

per quando non avrò
che pochi capelli e poca rabbia
– come si dice in stile –
più tenero adesso da farmi il solletico
alle orecchie.

E il giorno che viene.

oer ogni granello di sabbia e di luce che
forse è passato fra i miei denti
e che ho ingoiato
ed ogni seme di melograno o di mela che ho sputato sulla terra,
piano coperto con un gesto della scarpa, per inventare
un giardino fertile a mio figlio.

III

E un cappello volato col vento
in un giorno in gita allo zoo…

Io, queste cose che ho avuto e che domani dovrò rendere

e che non posseggo perché
sono mie solamente. Per mettere gli occhi
di chi ho amato in una
gerla d’aria.
Per questo le ho tenute
fino ad oggi, il pettine di ferro, le forbici da sarta
buone per tagliare il filo d’acqua
della fontana a fatica,

un vecchio setaccio per la farina,
uno spillo con l’ingegno
di una perla

vecchie banconote su cui scrivere
la lista della spesa

Perché un uomo può essere meschino e consacrarsi l’io all’esclusione,
essere isola trasparente – come me ne ho veduti – incombenze
che arrivano al termine con
il suffisso “ismo”

E di questo arrossisco quando qualcuno
mi ha chiamato poeta.

IV

Una poesia è una

cosa spianata come la scrivania della spiaggia per due ragazzini
innamorati; e tu

piccolo amore,
fiore di gelso – come non ti ho mai chiamato –
e che non hai saputo lasciare
orme sulla riva,
tieni l’opera della tua ombra
ben cucita ai sandali;

ti trascini

dentro l’anima mia, con la zavorra di poche piume.
Hai raccolto, passando, una piccola
gabbia vuota,
appartenuta a qualcuno che
forse mi somigliava;

fra gli strascichi dei bivacchi di ieri: i sacchi, lattine, lettere -lotterie
per il dio dei fuochi; biglietti bagnati di pioggia
in bottiglia Made in Italy.

E non c’è un volo
di uccello lieve di carta che
copra il suono dei
campanili.

Conservi la gabbia così com’era, vuota, verde di rame
vecchio, e qualche seme, apposta. E tieni
la gabbia chiusa.

                          

                   

 

il blog di Elia
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