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platonePlatone diceva che l’arte si serve degli uomini anche da poco per realizzarsi. Persone di scarso valore e di discutibili doti umane possono partorire delle opere di grande valore. Questo lo possiamo constatare anche passando in rassegna la vita di alcuni grandi del passato che nell’arte raggiunsero vette insuperate e nella vita furono delle persone di grande banalità. Alcuni furono malvagi o gretti, altri si diedero a tutti quei vizi che nelle loro opere bollavano, altri ebbero vite spericolate e sgangherte, molti morirono suicidi. “La follia che proviene dal dio è assai più bella che ogni saggezza umana”, diceva Platone. Un dono e una maledizione, bisogna sopportarla come qualcosa di inevitabile. Bisogna anche compensarsene in qualche modo e le scorrettezze che troviamo spesso nella vita dei grandi costituiscono in qualche modo una compensazione. In fondo l’arte, quando lo è veramente, è il dono supremo che un uomo può fare agli altri uomini. Quando uno si ritrova attraversato da una simile forza, qualcosa si spezza inevitabilmente nella sua mente. Come dopo il passaggio di un vento furioso nessun ramo è più allo stesso posto ma molti giacciono a terra spezzati e quelli che sono riusciti a resistere appaiono contorti e provati, così gli uomini, dopo aver partorito le loro opere più belle, hanno vitale necessità di essere mediocri, scorretti, alle volte di fare soffrire per la necessità di sentirsi amati, altre di chiedere, in cambio del loro dono d’amore all’umanità, un omaggio indiscriminato, che in parte li risarcisca. Altre volte non è niente di tutto questo, ma solo una generalizzata irrequietudine, la difficile convivenza con un ego in cui si sono scompaginati gli argini che gli uomini da sempre hanno eretto a protezione della loro sicurezza, in cui si sono rovesciati i comuni schemi che limitano e al contempo proteggono l’individuo. Altre volte ancora prende il sopravvento la tendenza all’autodistruttività, comunemente presente negli esseri umani, ma di solito tenuta a freno dall’istinto di conservazione. Nel caos prodotto dalla furia del dio, anche in questo campo l’ordine è sovvertito. L’artista ha bisogno di apparire ma anche di sparire, di starsene con le sue ubbie, di fuggire se incalzato dai suoi pensieri, di nascondersi se ha bisogno di confrontarsi con qualche nodo insolubile della sua mente. Ha la necessità vitale di concedersi di essere fragile, di attingere a tutta la sensibilità che solitamente l’uomo inattiva per essere in grado di rapportarsi con i suoi simili e sopravvivere senza ferirsi troppo; ha bisogno di silenzio e di tranquillità, di tempi lunghi o comunque legati alla sua particolarissima natura. Che vita e arte siano in qualche modo inconciliabili, concetto espresso con molta forza agli inizi del Novecento da Pirandello, a cui fece eco Svevo col suo “o si scrive o si vive” non significa la negazione del vivere, ma la necessità di un temporaneo distacco dalla vita col suo grumo di passioni e di sentimenti per poter ricreare nella pagina passioni e sentimenti altrettanto vivi. Il momento dell’isolamento è fondamentale per ogni artista e il confronto con se stessi e con il proprio vissuto è condizione ineludibile per creare opere di qualche spessore. Certo, è altresì indispensabile il confronto con altri autori, la collaborazione, l’emulazione. Lo dimostrano i movimenti letterari frutto del pensiero di autori diversi, alcuni di maggiore, altri di minor spessore, ma tutti tesi con antenne sottili a cogliere lo spirito dei tempi. È un aspetto questo, della collaborazione e del dialogo, che andrebbe incoraggiato. Ma la nostra società preme sull’acceleratore in ogni campo, bruciando in fretta esperienze e mantenendosi di norma in superficie. Si sfornano a velocità vertiginosa libri, imperversano i festival, gli scrittori come fiere vengono esposti al pubblico, subiscono una pressione impietosa su animi che, qualora realmente sappiano scavare dentro, hanno molti tratti di pelle esposta. La necessità di mantenere un certo equilibrio, che è garanzia in definitiva di sopravvivenza, fa sì che gli stessi, costretti a un’onnipresenza divorante, cerchino in tutti i modi di mantenere settori del loro animo preservati e in qualche modo protetti. La nostra società, che si caratterizza per uno spudorato amore al voyeurismo, costringe l’artista, la persona più indifesa, a una costante sovraesposizione che in qualche modo ne mina i fragili equilibri. Poco danno invece, è evidente, si produce nei falsi artisti, in quelli che uniscono alla scarsa capacità di riflettere il mondo un ego esasperato e tronfio; costoro vanno a nozze in questa situazione, si pavoneggiano quanto più possono, raccontando brillantemente e senza imbarazzo di sé e dei loro libri, sono felici di esibirsi. Ma quando ci rimane in mano la loro opera, che delusione! Nulla di valido, nulla che veramente rifletta la realtà, nulla che ci faccia tremare dentro. Ma questo non li sfiora né li danneggia. Sono i veri privilegiati da questa società dell’apparenza. Fanno la ruota, si esibiscono, si mostrano impudicamente, soddisfano il naturale narcisismo che è presente in quantità variabile in ogni artista. Gli altri, i pochi – perché ogni epoca di grandi artisti non ne produce molti, e anche la nostra non sfugge a questa regola sovrana – gli artisti significativi, quelli che in qualche modo segneranno qualche snodo nella storia del pensiero umano perché saranno riusciti a sintetizzare gli aspetti fondamentali della realtà che stiamo vivendo, sia a livello di macrostoria sia a livello di rapporti interpersonali, quelli che avranno offerto la loro vita perché l’arte scriva un pezzetto di più della storia dell’umanità consapevole, in questo mondo che accende i riflettori senza discrezione alcuna, in questo mondo che non ha il buon gusto di apprezzare le luce soffuse, si trovano a reggere un carico spesso insopportabile, e a dover optare per inattivare la propria sensibilità riducendo quindi il valore stesso delle loro opere per poter mantenere la loro presenza in una realtà che sempre più scorteccia l’individuo, oppure scegliere deliberatamente l’ombra, la fuga e amministrare con l’abilità di un gioielliere la loro disponibilità e presenza. La prima opzione, l’opzione cioè a desensibilizzarsi, è indubbiamente la più diffusa. Per mantenere i risultati raggiunti, la visibilità conquistata, si opta per abbandonare l’ipersensibilità che contraddistingue l’artista per una sensibilità medio-bassa che garantisca margini di vita a qualità superiore. Il danno globale che ne deriva alla nostra società è notevole perché si abbassa il livello del prodotto artistico circolante e diminuisce il numero degli artisti di valore mentre cresce quello degli onnipresenzialisti che non apportano grandi contributi. Un panorama desolante? Fino a un certo punto. Nel complesso e malgrado tutto rimango ottimista e penso che nonostante le obiettive difficoltà ci saranno sempre degli artisti che, nascosti, o coraggiosamente alla ribalta (immolando il loro corpo ma salvando la loro anima) riusciranno a imbrogliare questa società assettata di circhi e di spettacolo, e, proteggendo la loro sensibilità o cercando in qualche modo delle compensazioni allo stress che la vita pubblica impone, troveranno il sistema di lasciar passare attraverso le ossa della loro mente il soffio del dio che porta follia e genera arte. L’ammonimento epicureo “vivi nascostamente”, invito rivolto a tutti gli uomini, andrebbe indirizzato soprattutto a loro. Ma lo sanno bene. Il silenzio e il tempo privato sono il maggior lusso che ci si possa regalare. (di Marina Torossi Tevini)