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Il romanzo Capo Scirocco  di Emanuela Ersilia Abbadessa, Rizzoli, 2013 è risultato vincitore della 41^ edizione del Premio Letterario Internazionale Elba – Raffaello Brignetti.

La cerimonia di premiazione è avvenuta sabato 13 luglio nel Chiostro del Centro Culturale De Laugier a Portoferraio, alla presenza di Giorgio Barsotti, Mauro Baudino, Marino Biondi, Francesco Carrassi,Ernesto Ferrero, Giuseppe Neri, in rappresentanza di una più vasta Giuria Letteraria.

Di seguito, la motivazione che ha portato a scegliere Capo Scirocco e che  è stata letta durante la serata di premiazione da Presidente del Premio, Prof. Alberto Brandani.

«Capo Scirocco», di Emanuela Ersilia Abbadessa, è un libro di lunghe ombre, sotto il sole siciliano che splende sui personaggi, e di musica distesa. Di vento, lo scirocco che fa perdere la testa, e di teatro. Costruito secondo la struttura classica del melodramma, ne fa un elemento di ritmo narrativo che proprio in quanto tale si percepisce, si sente nel suo intimo dispiegarsi ma non viene necessariamente visualizzato, e insieme anche un tema insistente e aperto, quasi il segno di un destino. Narra la vicenda di Luigi, un giovane orfano straordinariamente dotato per il bel canto, e di Donna Rita, vedova aristocratica che nell’immaginaria città di Capo Scirocco – in cui non è difficile riconoscere Catania, ma non solo – lo accoglie in casa come rispondendo a un atavico richiamo del proprio passato, lo avvia dopo qualche esitazione alla carriera musicale, lo educa, ne fa un giovin signore e, dopo aver a lungo combattuto con un desiderio che la atterrisce, lo sposa. Siamo nella Sicilia di fine Ottocento, un ambiente umano, sociale e culturale descritto con una attenzione totale ai particolari, in una sorta di iperrealismo. L’autrice riesce nel difficile esercizio di raccontare in parallelo una tragedia altamente simbolica e una commedia quotidiana, borghese: e i personaggi, quelli di primo piano e i molti che fanno loro corona, sembrano guidati dalla mano ferma di una regia sconosciuta ma, nella sua esattezza, implacabile. Il Luigi adolescente, sbandato e inconsapevole delle prime pagine, non ha mai visto un pianoforte, né sa che cosa mai possa essere lo strumento che vede scaricare nel porto, appena sbarcato in Sicilia. Per lui è solo la più grande cosa nera che gli sia capitato di incontrare, qualcosa che oscura il sole. Ma proprio quell’ombra, quella nube, è ciò che il lettore vede allungarsi lentamente sul Capo Scirocco, avvolgendo la città e conquistandola a poco a poco; mentre altre ombre si ritraggono consentendo la scoperta, nelle pieghe della verità, della macchia narrativa che muove gli eventi, le apparenti coincidenze, i richiami e i rispecchiamenti, gli agguati della sorte e le incomprensioni. Secondo una celebre formulazione del formalismo russo, potremmo definire quella che è in opera nel romanzo l’irresistibile energia dell’errore. Donna Rita si convincerà, a torto, che un Luigi ormai lanciato verso il successo, apparentemente sicuro di sé e del tutto a proprio agio nel nuovo mondo, ami un’altra, una ragazza insignificante e però giovane che lo accompagna negli esercizi al piano – proprio quello visto al porto. E Luigi vedrà sfarinare nell’accidia le sue grandi speranze. A Donna Rita ha donato come fosse naturale la propria ingenuità, la propria inesperienza e la propria fame; a Annuzza, la giovane del pianoforte, ha donato col suo primo gesto da gran signore proprio lo strumento, la «cosa nera», ricomprandolo dai creditori che avevano svuotato la casa del padre, commerciante, dopo un fallimento. Ma sono doni ciechi, automatici, in qualche modo non possono essere riconosciuti. «Capo Scirocco» è un’opera atipica, proprio nella sua modernità innervata di storia. E lo è soprattutto per quanto riguarda Luigi, dove il classico romanzo di formazione mostra il suo doppio: un modernissimo romanzo di destino.