Tag

,


PADRE

Se ti conoscessi ora padre
ancora ti amerei come la terra l’orma
e nel cielo notturno col suo carro
la Polare imparata mi porta là
dove la rotta chiama la giustizia
e la dignità fa ponte fra sinapsi e cuore.

Svapora l’autunno e nei filari
un frullo di memorie
che tessono trama e ordito
del mio tappeto con nodi stretti
a reggere l’usura della cicala
che ho nutrito tutta l’estate.
Sei stato la mia canzone
spalle larghe per some aspre
giochi d’aia fremiti di brezza
un alfabeto di fole e di avventure
in Vespa la domenica sul fiume Kwey

Che tu fossi Dario o Giovanni
nome per chiamarti e nome per carte
in questa babilonia di nomi
ci fosse anche il silenzio delle piramidi
prima dei polveroni del Novecento

io conosco lo spessore della mano
la linea della tua sorte
e fra mille e millanta saresti stato
padre della tua figlia
e ti stringo come naufrago la gomena
da cui spera salvezza.

( Giovanni Fattori)

E TU MADRE…

E tu madre dimmi
che non sei morta nell’angolo
come un pugile suonato

che ancora avevi in petto
un desiderio di sole
una canzone d’amore
sui piedi la giravolta armoniosa
di un walzer da balera

e dei sogni fioriti all’alba
e non sfioriti ancora
quando la sera ti portò via

con la figlia avevi stretto il nodo
là dove passò il sangue dal tuo al mio
nodo ben stretto che non passasse
mai più alcun dolore

il nodo si sciolse e molto passò
del bene e del male
nel coagulo nudo dell’essere vivi.

( Galassi Maria)

DI TE DIRANNO

Di te diranno – sorella mia-
cose di poco conto e qualche infamia
presto ti coglierà una nebbia fitta
a cancellarti nei pensieri prima
nei cuori poi

perché non sopportiamo a lungo
il dolore la domanda riacutizzata
la certezza di una diffusa miseria
che ci alberga nei dendriti deraticati

diranno che capita che s’inciampi
a morte nel corso dei giorni
che ci sono accidenti e incidenti
del tutto casuali e qualche colpa
in buona fede
per inesperienza a trattare materia
difforme e sorgiva- implacabile – vita.

( Laura Fattori)

FIGLIO

Per una vivenza piena
quasi un’agave a lato
del nastro asfaltato
fra deserti di uomini
di innominabile scienza

ti incontrai nella vita
una volta sola come il fiore
ardente e subito spento
dell’agave

sei nel mio giorno
una lama di luce e uno spino
domani sarà un poco migliore
laghi i tuoi occhi
le tue mani una coppa
bambino dalla sorpresa
sul ciglio che chiede
perché? perché? perché?

Di scarne vivenze
si riempiono tomi di storia
e istanti dopo istanti di vuoto
e dolore

perdonaci- perdonami…
tu cornucopia tu vita.

( Andres Zanzani)

VORREI DIRE DI AMICI

Ma vorrei dire anche di amici
di parole ben accostate di risate
nelle sere in cui splende la luna
fra noi meteore ardenti

pronunce ardite arcobaleni a ponte
e furore di vita nei canti.

Vorrei dire di giochi di corse
di filari di incontri sul palmo del dono
di Teresa e di Mario del chimico Piero
di Maria Rosa e Giovanna che canta
di Alex di Iris e della saggia Maria
di Paolo di Annamaria
che lega col pane carte e persone
e di Iris che profuma un angolo d’anni

e ancora di Edda di Olga di Loretta
di scienza che s’abbassa a guardarmi
negli occhi e sorride ride e sorride
e voi tutti qui non nominati
a me cari mai dimenticati – mani
per sorreggermi lungo il percorso.

Gli amici sono mani che portano
altrove il dolore che spezzettano
il male e lo ingoiano a piccoli morsi
e ogni particola si fa pena adeguata.

Hanno la forza del vento che asciuga
la mitezza dell’acqua sorgiva
titani che sostengono il giorno
anche il domani se venire vorrà.

CAPOCCHIA DI ZOLFO

Imbronciata – di sottile
loico pensiero –
aspra in contesa – quasi reietta-
maestra d’orizzonti
mostrasti a quanti urti regge
l’umana mente

duttile e chiara nel dono
fino a scordarti di te
dei dolori multipli e assorti

insieme
senza bambole in dono
meritoriamente tu acquisito
il dono infinito di attribuire
i nomi a questo angolo d’universo
e di regalare una stella
– siderale e diamantina- a chi
a stento sfavilla
di zolfo a capocchia.

( Mirella Castagnoli)

I DISPERATI

Le intermittenze del desiderio
s’adattano alle incognite del buio.

Si grattano scaglie d’ interno dolore
Psoriasi dell’anima.
Nessun sorriso oltre i muri bassi.
Si scrivono con inchiostri indelebili
condanne ad libitum eseguibili.

Molte le intermittenze dell’amore
sul bianco terrore dell’atarassia
cuore di sabbia in territori ignoti
dove copula dolore con dolore.
abbrunita ogni bandiera.

Fidati come farebbe un cane.
Come un cane .
Credi all’onda che chiama e richiama
sono nessuno a dirti ti amo.
Non guardare. Non voltarti. Non piegarti.
Non so niente di domani ma

impastiamo terra con terra mani con mani
la pena si fa lieve quasi si vola.