Le parole del ritorno è una raccolta di saggi uscita da Città aperta edizioni nel 2003. In questo libro sono pubblicati alcuni articoli scritti da María Zambrano dopo il suo ritorno in Spagna tra il 1985 e il 1990 “cinquantasette saggi che non vennero inseriti nei volumi pubblicati in quegli anni” e che costituiscono una testimonianza esistenziale e filosofica tra le più accessibili al lettore lasciate da questa straordinaria intellettuale. Di seguito riporto un estratto dall’introduzione che è anche una vivida istantanea di María Zambrano al momento del ritorno nel suo paese d’origine e un estratto da uno degli articoli più enigmatici e interessanti della raccolta.

Dalla prefazione di Elena Laurenzi

L’intensità del momento in cui María Zambrano tornò a vedere la luce di Madrid dopo quarantacinque anni di esilio è impressa in modo indelebile nella foto scattata al suo arrivo all’aeroporto di Barajas. Lo sguardo spaesato attonito implorante una nuvola bianca di capelli che incorniciano la fronte affollata di ricordi. Sul retro della foto alcune frasi scritte di suo pugno con una calligrafia ondeggiante ma decisa: “Ritorno dopo quarantacinque anni di esilio … senza cerimonie né protocollo, in privato come era desiderio di María Zambrano … A quella folla anonima che mi circondava contenuta da una barriera insuperabile, e che mi grida “Sei tornata María!”, io rispondo: “Non sono tornata perché non me ne sono mai andata, ho sempre portato la Spagna con me”

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Il dio dell’estate è il dio oscuro, carnale, ingannevole. (…) Anche nei piromani confessi, tutto deve derivare da un impulso irresistibile che nasce dal cuore, impulso di incendiare e bruciare. E questi impulsi possono derivare solo da qualcosa di divino, dal dio dell’estate che incendia, che brucia, che esce dal cuore stesso dell’uomo perché vi è penetrato. Così è la morte impensabile, inesplicabile, oscura, irresistibile ciò che ci offre il dio dell’estate. Quello che non si può mitigare, quello che erompe comunque ma erompe senza sapere né dove né perché. C’è bisogno non di un luogo dove fuggire come si fugge dal fuoco ma di restarsene quieti. (…) Questa fuga dell’estate, questa necessità di andare da qualche parte purché sia altrove, è più propria del panico, del si salvi chi può (…) perché ci sono mondi innumerevoli e a volte, quasi sempre, il cuore non li sopporta, e men che meno la mente.

Da Il Dio oscuro: l’estate p. 91