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Ho sempre pensato che potesse esistere una poetica in grado di sapere andare oltre la poesia stessa, superare l’io lirico, l’autopromozione, riuscire ad essere diversa nell’uguaglianza; rimanere nella descrizione dell’attimo fermo, immobile, partendo da punti di vista in movimento.
Un realismo sporco e nuovo che è possibile rappresentare tramite i versi di Gabriella Montanari e della sua raccolta “Arsenico e nuovi versetti”, edita da La Vita Felice.
E’ una poesia, quella che troviamo in questa silloge, che avvelena il lettore, facendolo entrare in un vortice di denuncia, presa in giro e rappresentazione della realtà più estrema ed inconfessabile, lasciando in esso un retrogusto d’unisonanza fatto di dubbi ed al contempo, di certezze. Dubbi nei confronti di chi pensa che poesia sia solo e soltanto canto dell’anima, conforme ed educato; certezze verso chi invece pensa che poesia possa permettere di andare oltre, di dire l’indicibile e decidere l’indecidibile.

“E tu questa la chiami poesia?”
-mi chiede la stronza
insinuando il bacillo del dubbio nei miei polmoni sani
“perché, tu sapresti riconoscerla, Saffo?”
-rispondo da sadica
rispedendoglielo indietro ancora più virulento.

Una sagacia ed una invettiva poetica che ricordano le dissacrazioni di Bukowski ma che si differenziano nel contempo grazie al quotidiano, trasfigurato in maniera irreversibile da una visione universale delle cose. Un riconoscimento dentro il quale è possibile vivere e riconoscersi in poesia; un recinto che trova sempre un cancelletto aperto oltre il quale fuggire per ritrovarsi e riprendere un nuovo cammino.

è così che va

il primo ha l’oro in bocca
la seconda l’argento vivo
il terzo una pacca sulla chiappa

Tre sono le sezioni che compongono l’Arsenico poetico di Gabriella Montanari; ognuna di esse anticipate da una introduzione in prosa, una sorta di avvertenze prima dell’uso.
Una accortezza nei confronti del lettore, che scompare completamente nei testi poetici come se

ogni volta che piove senza ritegno
e le gocce sono le sue schegge
esco fuori senza scudo né cappello;
lo aspetto in tavola
cibo che scalda
e dopo, solo dopo
sfama.

Nella poetica di Gabriella Montanari, pur negli eccessi, nella apparente inosservanza di ogni regola, ritrovo l’insegnamento di Umberto Saba e della sua poesia onesta nonostante la paradossalità, fuori da ogni presunzione e pateticità.
E’ una poesia che gioca al ribasso tra esibita ironia e vera rinuncia; fingendo di lodare, ridimensiona ciò che qualifica, sottraendogli di fatto ogni valore specifico, riducendo dunque il verso, alla sua bontà.
Per concludere, in un lessico quotidianamente universale, dove nulla è tralasciato alla sottrazione della parola, l’autrice fa propria l’espressione sabiana: “Ai poeti altro non resta da fare che la poesia onesta”.

Salvatore Sblando