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Quest’opera assolutamente unitaria, si sviluppa in XXIV composizioni, cui si aggiunge una breve poesia iniziale in corsivo, dopo le citazioni di versi di autori che parlano della madre, e un’altra finale sempre in corsivo che fanno da cornice al poemetto e ne riassumono il significato.

La morte della madre è, a vedere bene, la nota dolente ( la più dolente per una figlia ) che sprigiona nella figlia scrittrice versi sofisticati quanto naturali, dove esprime la propria maturazione di pensiero e di affetto fino a quel punto del suo vivere.

Come se si sprigionasse dalla morta madre ancora un travaso di energie alla figlia. O come se la scrittura potesse creare la magia di prolungare il colloquio con la madre.

Ma il vero significato dell’opera sta nella riconsiderazione del Tempo ( spesso scritto con lettera maiuscola ) riguardo la morte della madre, il rapporto madre-figlia, la loro storia dentro la più vasta Storia..

La capacità della Spinelli di trascendere il dolore per considerazioni più ampie, apre la poesia non solo a scenari di dolore e morte.

Il tempo dunque ( Tempo) è il vero motore e il leitmotiv di tutta l’opera.

Nella prima poesia in corsivo, l’Autrice dice che “si nasconde al Tempo” e che nella stanza vuota della madre “mi rintraccia la memoria”. Nell’ultima poesia sempre in corsivo si parla del Tempo tiranno, egoista, che vola e sorvola su tutto senza mai piegarsi a una commozione pur di mantenere la durata. Unico scopo del tempo è dunque “durare”. Ma forse c’è qualcosa che lo piega, anche per poco: il dolore e l’amore umano, gli unici due sentimenti che possono inchiodare il tempo. Fermarlo per un poco. Porre l’uomo di fronte alla nudità di se stesso: come dice filosoficamente Cioran nel suo libro da meditare: “La caduta e il tempo”.

E’lì che nasce l’eterna domanda, attribuita poeticamente al Tempo, con spostamento di soggetto, : “chiede chi siamo/ perchè poi infine ce ne andiamo”.

All’interno di questo assunto o di queste domande si snodano le altre poesie con variazioni sui ricordi e sul dolore, sul paese natìo della madre, sulla relazione con la madre stessa.

L’opera è tanto più rilevante perchè, come si diceva, la Spinelli, pur invasa da un dolore senza uguali, riesce ad inserire la vicenda in una storia, in un ambiente, nel tempo presente, e nel Tempo.

E per tutta la vitalità che vi percorre è in grado di suscitare emozioni, che non è cosa da poco. Come per altri poeti e non poeti, anche se tutti razionalmente pensiamo che è naturale morire, quando la morte ci strappa le persone care, il sentimento si ribella ad ogni accettazione e implora nei sogni, nei pensieri, nei desideri, e, se è un poeta, nei versi: implora la vita.

Meglio del Foscolo nei “Sepolcri” nessuno ha considerato questo aspetto che investe come una tempesta il nostro sentimento e gli fa porre quella domanda eterna: “perchè infine ce ne andiamo”? Come se di fronte a questo nulla o a questo tutto che ci attende nella morte, fossimo assolutamente inermi e ingenui come un bambino.

Il libro di Marzia si addentra lentamente nel turbine della morte, quasi voglia prima tessere una ragnatela di memoria e di vita: la prima poesia che a mio avviso è tra le più belle “ I paesi del Metauro”, luogo evidente di provenienza della sua famiglia, ha un fascino particolare, pascoliano, dove nulla è definito ma bastano alcune pennellate di versi a ricreare l’ambiente, naturalmente non quello geografico ma quello che Lei vede oggi come poeta a distanza di tempo.

La “notte” è citata per ben tre volte così come il termine “ombra” e “buio”. La notte dunque percorre i paesi del Metauro che l’Autrice conosce ma nel buio, che diventerà da lì a poco mortale, brilla la neve bianca e la valle aveva la sua luce. Sembra davvero un quadro impressionista. Può darsi che anche nell’aldilà per Marzia ci sia un pieno di luce. Lo si legge qua e là tra le righe.

Tra quella luce e il buio, tra la vita e la morte, quell’ambiente costituito dai paesi percorsi dal Metauro, “fu sempre specchio, filo/ d’Arianna, fune ogni oltre dove”. Il legame ombelicale con il paese rispecchia il legame e il nodo con la madre. C’è bisogno della fisicità di luoghi e oggetti perchè il nostro pensiero torni a far rivivere il passato, specie se appartiene alla persona cara. Il corpo e i sensi segnano la strada.

Segue un’altra poesia, la II “Altro Natale” dove l’Autrice offre pane spirituale (la poesia che va componendo) e cibo, dunque sostentamento ai suoi famigliari, condito con “una colla di affetti”. Anche la madre avrà fatto così, anzi altrove si accenna a cibi preparati e anche traslocati a casa della figlia, “una fatica storica d’amore” in segno di aiuto e di affetto. Il giorno dopo quel cibo era un amore sbriciolato, cioè consumato, tanto stretto il nastro che lo tiene legato che bisogna tagliarlo. “Amore sbriciolato” offerto a tutti. “Nodo stretto” che ogni figlia deve tagliare con dolore per una propria auto identificazione. L’idea dunque che si riceve è che, nonostante la ferita, il collante dell’affetto vinca, lo stesso che la madre nutriva per i figli, ora viene travasato come da vaso a vaso dalla propria figlia nella nuova famiglia. La vita dunque ha il sopravvento e il Tempo che uccide qui subisce uno scacco.

Ecco dunque addentrarci nel cuore del libro: la morte. E qui, come si legge in quasi tutte le raccolte poetiche femminili dedicate a un buon rapporto con la propria madre, anche se mai privo di qualche nube, vi sono, sia pure in sordina, decifrati tutti i sentimenti che in quel tragico momento una figlia può provare.

Vi è anche l’altra letteratura femminile che canta una madre terribile ed assente, di cui la poesia più espressiva e radicale fa capo ad Anne Sexton: la perduta eredità della figlia Anne, il mancato passaggio delle consegne da donna a donna con sua madre Mary Gray (Anne giocherà sarcasticamente sul nome “Maria”) era la causa principale del suo malessere esistenziale, della negazione del suo corpo, e della incompiuta sua identità.

Ma qui si tratta di una buona relazione e la mancanza della madre provoca un totale senso di orfanezza, come nuotare in un nulla e in una nebbia che pare senza ritorno. Come subire il più forte sradicamento o perdere una metà di se stessi. “Insostenibile il vuoto/affacciato su questo nulla”.

Il taglio ultimo del cordone ombelicale. La mancanza della possibilità di colloquio. Lo scorrere del tempo che non ha più valore perchè “m’ha fermata/ alla tua ultima estate”.

La volontà infine di confondersi con la madre, per potersi identificare in lei: “E’ il volto mio o il tuo? “

La rivisitazione degli ambienti dove la madre ha vissuto, del paese dove è nata, il nominare e l’affidarsi agli oggetti cari alla madre o alle foglie rosse nella sua stanza: sembra al momento l’unica possibilità, l’unico desiderio della figlia che può dare sollievo.

Spuntano anche i sensi di colpa, che in questi casi non mancano mai: c’è sempre qualcosa di deficitario, qualcosa che la figlia poteva fare in più, e anche la madre avrebbe avuto altro da dire e “lasciarmi/ tutto compiuto e darmi pace”.

E altrove dopo un quadretto idillico adatto a una Demetra e Kore, parlando dei fiori, ecco affacciarsi il senso di colpa :”Di quelli almeno non ho mancato”.

La naturalità e la leggerezza con cui vengono espresse queste verità in versi ben ritmati tra classicità e modernità: rendono vitale il contenuto del libro.

Poichè non farà meraviglia che la poesia femminile rivolta alla madre morta esprime quasi esattamente le stesse caratteristiche, quasi un topos, o una reazione del corpo e dell’anima uguale per tutte.

Ma sarà lo stile come in questo caso e la capacità di ovviare a un diario a captare l’interesse del lettore.

Poi il seguito poetico si stempera in altri ricordi e in altri afflati d’affetto, dove emergono, quasi altalenando con poesie più private, alcuni componimenti più astratti e di alta perfezione.

Uno è certamente la poesia XIV “ L’amo della memoria” che termina ancora con l’immagine di un Tempo che semina “e porta tutto a vendemmia anche le stelle”. Come se l’Autrice volesse ingaggiare una competizione tra “memoria “ e “Tempo” dove si sa che quest’ultimo alla fine vincerà su tutto, dove però la memoria è l’unica possibilità umana per fermare il tempo.

Un’ altra, la più lunga del poemetto, che richiede buone capacità costruttive, é “Negozio di pietre.”

Quasi un racconto in versi, molto lunghi alcuni e prosaici, alternati con altri brevi che nell’insieme danno il ritmo. Una storia al presente tra una figlia padrona che vende pietre – sotto la cui durezza viene sigillato il pianto di Marzia- e che disdegna la madre, mentre l’Autrice capita ( capita?) al negozio in un mattino d’anniversario, forse l’anniversario della morte della madre. Vorrebbe dare un segnale a quella figlia che ha ancora la madre viva, ma le pietre rimangono nella loro durezza e il silenzio e la pena è solo sua.

Nasconde questa vicenda un altro senso di colpa cui ora è tardi per riparare e si vorrebbe che altri sapessero? Lasciamo in sospeso che la poesia può assumere vari significati.

Mano a mano che il corpo della madre si allontana, si affacciano nelle poesie della fine il tema della voce, il suono di quella voce che è rimasta nei timpani e che sarà l’ultima a morire, l’apparizione di sogni che le riportano invano la madre, ma soprattutto c’è l’ avvento della scrittura, di quei versi che già aveva detto di stare scrivendo nella poesia II, già citata “Altro Natale”.

Tutte strategie di cui il nostro pensiero si serve per richiamare in vita chi non c’è più.

Ma qui, come ho detto, c’è la poesia.

Il componimento XX “Siede il Novecento/su la tua schiena curva/di superstite” è un esempio bellissimo di inserzione della propria storia famigliare nella Storia, per giungere alla propria: ” La guerra, il matrimonio, la mia nascita” . Pochi versi sono in grado di offrirci un quadro pieno di vita e di storia di tutti. Qui l’utilizzo della Storia appare come un tempo dilatato in cui ognuno di noi, come un granello minuscolo, attecchisce grazie all’amore ( o anche al caso o al disamore ) dei genitori. E da qui la vicenda umana ha inizio, per la madre, per Marzia , per ognuno di noi che nascendo siamo caduti nel tempo.

Ma, dice la nostra poetessa nella poesia XIX “ Solo i poeti sanno la nascita/ segnata dalle stelle…”

Laura Rainieri

là nella stanza vuota
cerco l’arcobaleno della casa
prediletta,mi nascondo al Tempo

nella tana d’infanzia
mi rintraccia la memoria.
VI
chiuse come urna nella tua stanza
le nostre verità, coltivavano tutte
spighe di grano, ciliegie che divoravi

tra rami secchi d’ulivo benedetto

la contesa e l’armonia dei fiori,
di quelli almeno non ho mancato,

portavano pace,
ridevano come fa il sole,
come una festa di perdono.
VIII

a dimenticare la voce
ci vogliono anni, mi dicono.
Parlano come sapessero
tutto dei morti. Hanno pena sincera di me,
straniera approdata.
Stesso dolore, stesso cuore pesto,
abisso che si tace, se ne parla da soli
come colloquiano i matti.

 IX

Negozio di pietre

Tace il pianto
sigillato tra le pietre
dove la figlia padrona fuma e vende quarzi,
dice buon giorno come te
la madre quando arriva, una scossa della testa
è la risposta all’offerta della colazione
alla figlia che non la vuole, ora che la madre è al bar
dico alla figlia – sarebbe piaciuta a mia madre questa collana –
ma lei tace, si volta con un sospiro , ora che la madre è tornata
va a sedersi da padrona la figlia
in faccia alla madre che accende una sigaretta e dice grazie come te
nell’immobile silenzio delle pietre
guarda la figlia darmi il bancomat,
ha capelli come i tuoi questa invisibile piccola statua,
i gesti lenti e l’assenza composta,
digito il pin con dita di onice
alla figlia padrona che annuncia saldi
volevo dare un segnale,
ma solo per me la coincidenza, la pena, le pietre da sgranare,
in un qualunque mattino caldo
d’anniversario.

 

XIV
l’amo della memoria
è una corda pendula, il gancio
su un’attesa da riempire,
pestando a terra come fosse uva.

se agronomi della vita o geometri dell’aria
lo sapremo alla fine. Ora so che è semina il Tempo,
porta tutto a vendemmia, anche le stelle.

 XX

Siede il Novecento
su la tua schiena curva
di superstite

air bag di bombe e di rese

era cibo la Storia nel guscio
chiaro dei più limpidi ricordi
la guerra, il matrimonio, la mia nascita
il diario comune di ragazza

nell’infinito sbando dei venti
e le tempeste
l’arco minuscolo, la parabola,
il perimetro del mio secolo.

 

Marzia Spinelli, romana, è stata tra i fondatori e nella redazione della rivista Línfera. Attualmente nella redazione della rivista Fiori del male. Ha collaborato con articoli e testi in prosa a La bottega del restauro, Frontiera, Omero, Polimnia. Suoi testi poetici sono presenti in varie antologie edite da Bagatto, Notegen, Aletti, Artescrittura, LietoColle, Lepisma. Ha pubblicato le sillogi poetiche: Fare e disfare (LietoColle,2009)e Nelle tue stanze( Progetto Cultura, Collana Le Gemme, 2012).