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questo mare

             Quando Gisella mi ha chiesto di presentare questo suo ultimo lavoro, Questo mare è pieno di voci e questo cielo è pieno di visioni, uscito da poco per i tipi della Onirica Edizioni, ho recalcitrato, ho tentato di sottrarmi.

            Perché il rapporto tra critica e autore, se serio e non impostato su graziosi  minuetti, è dialettico o non è. E poi obbliga la critica a interrogarsi, a ripensarsi, perché l’autore produce, costruisce un suo itinerario, sicché le prove più recenti vanno lette nella ratio di un confronto. E qui, magari, si può riscontrare che c’è stato un prima in cui si è teso  a fare una cosa, ad esempio versi anteriori a scuole e a poetiche riconoscibili, e che c’è un oggi in cui, invece, è altro a domandare attenzione. Nel nostro caso, l’esistenza intesa come quotidiano ha ceduto, almeno in parte, il passo all’esistenziale. Così leggo, con grande piacere, perché io sono sempre stato uomo di scuole, del “filo d’Arianna ingarbugliato”, del “gioco dei dadi che non torna”, dell’“aquilone che non spicca il volo”, di “tempo fermo, sospeso, indifferente”: immagini che, messe come sono in stretta sequenza, vogliono essere, più che una citazione montaliana, un piccolo manifesto sotto forma di devota, amorosa decalcomania.

            Questo esame, che è sempre complesso ( specie se siamo chiamati a leggere poesia e prosa insieme come ora ci accade di fare), comporta una duttilità negli strumenti critici che tutti vorremmo avere, ma che, invece, dobbiamo umilmente ammettere, spesso, di non possedere. Ecco, io ho temuto e temo l’insufficienza, l’inadeguatezza dei miei strumenti critici. Mi si perdonerà, pertanto, e mi perdonerà soprattutto Gisella, se resteranno tra me e le pagine che ho scorso dei momenti di opacità.

            Non sarei sincero, tuttavia, se dicessi che ho tentato di resistere all’invito di Gisella solo a causa di tali considerazioni.

            In realtà, l’ho fatto anche per paura, una paura speciale, che chiamo paura degli interni, una sorta di claustrofobia dell’anima .

            Sì, perché Gisella mi avrebbe obbligato a misurarmi con  quello con cui lei sovente si misura, e non a partire da questo libro, che è quello con cui tutti noi maturi ci misuriamo: la casa, chi la abita e chi l’ha abitata, le cose che ci sono e che ci sono state: ovvero la casa come scenario di presenze-apparenze, di affetti nella irrefrenabile rapina del tempo, per cui i nonni, i genitori ora ci sono e ora non ci sono più e, quando non ci sono più, si cercano disperatamente. Scrive, Gisella, in Ottobre d’infanzia: “Ottobre è la vendemmia del nonno,/i grappoli che riempiono i cestini/le vespe che ronzano…”. E altrove: “Spazzo per te, mamma, le foglie/che l’autunno riversa sulla piazza/e guardo con i tuoi occhi/la linea d’azzurro all’orizzonte…”; “Di te, babbo, voglio ricordare …/quel berretto blu di lana/i lavori pazienti alla ‘guzzetta’/il tuo orto profumato di sale…”; c’erano i figli piccoli, che ora sono grandi, uomini e donne, e ora, in casa, se ci tornano, ci stanno in un altro modo. E non parlano più la nostra stessa lingua, anche se ci si può ancora capire, riconciliare, godendo della dolcezza della riconciliazione. Scrive Gisella di quel modo che hanno “di chiedere scusa:/un lungo abbraccio, in silenzio/e tutto è come prima…”

            Quanto affetto, quanto amore si rivanga, quando si entra così in una casa e quanta gioia e quante lacrime, anche.

            Ecco, io temo tutto questo, ne reggo sempre meno il peso. Probabilmente sono sulla soglia di una fragilità senza ritorno, che mi ferisce, se qualcuno o qualcosa me la ricorda.

            Tanto più che questi versi, parlo di queste minime epistolae familiares, senza escludere gli altri, non mi sembra siano un fritto misto di naiveté e di malizia, come di continuo se ne incontra.

            Quante volte ci è capitato di vedere un quadro naif. Il più delle volte è artificio: nel migliore dei casi, mestiere, maniera; nel peggiore, pretesto, ruffianeria, presa in giro.

            Ma capisco che, parlando di naiveté, posso portare fuori strada. Parliamo, allora, piuttosto, di sincerità.

            Io voglio credere alla sincerità di questi versi, nei quali Sergio Gabriele, che vi spende una succosa prefazione, vede, tra l’altro, un discorso compiuto, una narrazione, che parte da una dolorosa presa d’atto del distacco dell’uomo dalla Natura, causa prima di una triste serie di offese all’umanità, guerra, intolleranza, sterminio, dignità negate. Un discorso alto, insomma, per il quale mi affido ai suoi strumenti critici, certo più affilati dei miei. Salvo, però, cessare di seguirlo quando parla di Natura ritratta in sequenze di polaroid, sebbene “esaltanti”. Questo proprio no. Anche se devo riconoscere che la si controbilancia, l’immagine del più estemporaneo tra gli scatti, con altre più persuasive, che mi sento di condividere, specie se discendono dal più nobile riferimento a tensioni impressionistiche. Che, voglio precisare, sono, per me, più attinenti a quella particolare forma di impressionismo che fu la macchia italiana che non ai parametri dei grandi francesi.

            Ma, parlando di sincerità, avevo in mente una riflessione di Umberto Saba concepita intorno al 1912 e pubblicata nel 1959 con questo titolo: Quello che resta da fare ai poeti.

            Il poeta, scrive Saba, deve proporsi una poetica sincera, appunto, semplice, senza fronzoli e orpelli, andando nel senso in cui andò Manzoni con gli Inni sacri contro le eleganze dei classicisti.

            Chiamo in causa il Saba dei primi del secolo non a caso.   In quel momento, infatti, si affermava la poetica del frammento. Parlo della “Voce” di De Robertis e di autori come Scipio Slataper, Giovanni Boine e soprattutto Camillo Sbarbaro di Pianissimo.

            Ora, secondo me, Gisella frequenta la poetica del frammento, che, si badi bene, è eterna, non appartiene solo a un determinato momento, è sempre attuale, come lo è il romanticismo: lo si colloca in un periodo, ma c’è un romanticismo che attraversa i secoli.

            Così, se dico questo, non riporto Gisella all’inizio del gioco dell’oca, ma la metto bene tra noi. Qui e ora.

            Nel frammento Gisella entra. E ne esce.

            C’entra perché talora tende a sfumare la poesia in prosa (un carattere, questo, più marcato in passato), esprime una visione soggettiva della vita, inclina qua e là a un certo crepuscolarismo, fa costantemente dell’autobiografismo, analizza con un sonar molto sensibile i propri sentimenti.

            Ne esce perché non ha risvolti espressionistici. E quando ne ha divorzia dalla poesia morale. Che, peraltro, non produce, quando c’è, ironia o satira.

            Come Saba, Gisella nutre un amore insopprimibile per la propria piccola patria, con la differenza che quello del poeta è un amore conflittuale, mentre il suo è incondizionato. E’ un amore che capisco, perché precede la ragione, come tutti quelli nati nella prima infanzia, per cui le cose che ci circondano sono favoleggiate e se poi diventano inevitabilmente altre, conservano sempre, però, quel che di favola e quasi di indefinito leopardiano, che è, insieme, croce e delizia.

            E qui mi sia consentito gettare uno sguardo al di là di questo libro, sul quale tornerò, e di posarlo più puntualmente di quanto non abbia fatto finora sulla produzione pregressa di Gisella.

            La piccola patria di Gisella è il Cavo, dove possiede una casa tra la spiaggia dei Tramariggini e Capo Castello. E’ una casa che assomiglia alla mia che, sempre al Cavo, si trova più a ponente, nel vicinato dell’Ombrìa, manco a dirlo, opposto a quello di Solana. Sono due case vecchiotte – la mia è del 1911; la sua, del 1930 o giù di lì – circondate da un giardinetto, con la loro brava pergola, i fiori ecc. Quando furono costruite erano ancora vive e relativamente giovani Italia e Teresa, le nostre bisnonne, che erano sorelle.

            Ricordo tutto questo per rendervi avvertiti che quando dico “un amore che capisco” , non vado sull’astratto. Il favoleggiato di Gisella è il mio. Di più: dividiamo anche il fatto di essere vissuti in continente, dall’età dell’adolescenza, e di aver fatto ritorno al Cavo ogni anno, d’estate, e dunque di aver associato, da allora, il luogo alla vacanza, allo svago, al mare, a una dimensione per molti versi solare e felice.

            Del Cavo Gisella ha cominciato a scrivere nel 2004 con un libro, Il mio Cavo tra immagini e memoria, nel quale il paese viene definito “luogo dell’anima”, il posto che più di ogni altro ha su di lei potere d’attrazione e fascino.

            La prima “sollecitazione” al lavoro è venuta da una collezione di cartoline d’epoca. E siamo alle immagini. Ma poi è venuta la necessità di andare più indietro. E siamo alla memoria (e alla storia, aggiungo).

            Immagini e memoria (e storia), però, non esauriscono l’insieme: ci sono dei quadretti, degli idilli – La scuola, I giochi, La scuola di ricamo…I fantasmi…la magia, Gli spazi intorno casa, La casa, La vendemmia ecc. – che, raccolti sotto il titolo di Ricordi, chiudono il libro e, a mio modo di vedere, ne costituiscono la parte migliore. Scrive in Scuola:

Ricordo la lunga strada (almeno per me bambina) che da Capocastello portava in paese: la percorrevo la mattina per andare a scuola e il batticuore mi veniva quando il vento era forte e il mare non si accontentava dei suoi confini; allora inondava la strada, specie nel punto che noi chiamiamo alle pitte, cioè tra l’odierno Paradiso e l’ingresso del Castello, dove prosperavano bellissime agavi. Lì le onde si frangevano con particolare violenza polverizzandosi in bianchissima schiuma: io ne avevo paura e prendevo un sentiero più a monte, tra lecci e lentischi, per evitarle.

            Uno schizzo di infanzia marina, che mi rammenta il Brignetti scolaro della Spiaggia d’oro e la sua traversata quotidiana in barca del golfo di Longone, dal Focardo a Porto Azzurro. Confesso che l’immagine di quella scuola sul mare mi coinvolge, perché in quelle aule insegnò, giovanissima, mia mamma, tra il 1940 e il 1941.

            Non mi soffermo di più su questo lavoro, se non per dire che da qui parte un discorso e non solo sul piano cronologico. E’ da queste pagine che Gisella scopre il gusto di raccontare. Ed è da queste pagine che i personaggi e le circostanze che le popolano, ritorneranno, poi, in un cammino di integrazione e di arricchimento: cammino nel quale si corre anche il rischio della ripetizione, del ricalco: un rischio, del resto, inevitabile per chi traduce in narrativa i propri giorni. Pensiamo a Del Buono, che ha realizzato una decina di romanzi pensandone uno solo. Ma – non c’è bisogno che lo ricordi io – con risultati eccellenti.

            Poi il Cavo ritorna in Riviere, un libro di racconti, edito nel 2009. Vi si leggono Infanzia di mare, Primo amore, Ospiti illustri, dove convivono, appunto, il recupero o dirò meglio la rivisitazione di temi già trattati e nuovi apporti, quali l’amore che per definizione “non si scorda mai”, raccontato senza l’enfasi e la trepidazione spesso falsa  che accompagnano le rievocazioni di questa natura o la carriera del marinaio di lungo corso che fu il babbo di Gisella.

            Non renderei, però, giustizia a Gisella, se insistessi sul Cavo, parlando di Riviere, perché da qui le sue pagine si allargano, tentano un altro respiro.

            E diventano oggettivamente più importanti.

            Mi riferisco a Lo specchio di Virginia e a Io, Eleonora, la più bella del reame, due prove brevi che costituiscono la sezione denominata I Narcisi. Il tempo tiranno mi impedisce di parlarne come vorrei, ma mi si lasci almeno dire che se cerchiamo una raffigurazione della donna-corpo, tanto amica della propria bellezza e della propria capacità di seduzione quanto nemica della propria crescita e della propria realizzazione umana, difficilmente ne troveremo un’altra più persuasiva.

            Con il respiro, cresce anche la scrittura, diventando più intrigante, più convincente: segno che Gisella ha acquistato fiducia in se stessa e nelle proprie capacità, anche di dominare situazioni scabrose, se ha senso parlare di situazioni scabrose nell’ambito della produzione artistica.

            Il gioco, insomma, sta diventando una cosa seria.

            Giudico veramente ammirevoli l’equilibrio compositivo e la puntualità linguistica de Io, Eleonora, la più bella del reame,  che ha questa chiusa: A casa, la sera, una cena frugale, poca televisione…e poi bagno rilassante, prima dello spettacolo più bello: piazzarmi davanti allo specchio, in tanga e calze di pizzo autoreggenti, reggiseno a balconcino e guardarmi, come una bella statua, come l’essenza dell’armonia, della proporzione! E poi, se qualche blanda eccitazione arrivava, bastavo a me stessa, al mio tocco leggero: un attimo e tutto era finito…senza un altro corpo ad ansimare sul mio, a schiacciarmi, a sciupare la mia bellezza da dea greca.

            Contemporaneo di Riviere è Vento nelle vele, racconto lungo o romanzo breve, che segna un ulteriore e deciso passo in avanti.

            Di questo lavoro mi occupai anni fa, presentandolo nell’aula magna di una delle nostre scuole e da allora non mi stanco di raccomandarne la lettura.

            Si tratta di un testo che “si ispira molto liberamente a un diario di bordo di Georges Simenon, La Mèditerranée en goélette”, uscito per Le Castor Astral nel 1999.

            Sostanzialmente su una traduzione si è innestato un processo immaginativo attraverso il quale Gisella ha viaggiato in lungo e in largo per il Mediterraneo con Simenon e la moglie, reinventando le loro giornate e le loro relazioni, private e con il mondo circostante.

            Ora si deve sapere che il grande scrittore francese, l’ultimo erede dei Flaubert e dei Goncourt, noleggiò, nel 1936, la goletta Araldo dell’elbano Giacomo Canovaro e con essa toccò anche la nostra isola, particolarmente Portoferraio e Cavo. Qui scoprì un mondo arcaico e affascinante, povero e dignitoso, fondato sulla solidarietà del clan, che descrisse sinteticamente, ma acutamente, lasciandocene una testimonianza preziosa sul piano antropologico-culturale.        Gisella si muove in questo quadro da padrona, né ci aspetteremmo qualcosa di diverso.           Non è altrettanto scontato, invece, vederla disinvolta e sicura tra la Costa Azzurra, la Sicilia, Malta, Atene, Tunisi, di cui descrive atmosfere, colori, uomini e donne, profumi e odori: un mix godibilissimo di motivi mediterranei, di solarità, di mare e di cielo, di spazi aperti, di sottili venature sensuali, propiziate dagli insaziabili appetiti dello scrittore, soddisfatti dentro e fuori il matrimonio, con la paziente rassegnazione, ma anche complicità, della moglie (una cosa tutta francese, per l’epoca). La crociera, così riletta, si scorre d’un fiato, sul filo di pagine ordinate su una grammatica sorvegliata e autorevole, che rende accettabili anche quelle che talora potrebbero essere delle oleografie.

            Di questo processo di maturazione, che, ripeto, riguarda forme e sostanza, fa parte anche la scoperta della questione femminile, proposta in una produzione poetica di cui è un esempio Il tuo corpo di miele e di dolore, un’apprezzata e premiata lirica composta nel 2008, e che in Riviere torna con Olga e, nel 2011, con Dora Pistillo, un racconto, scritto sulla falsariga di una biografia reale, apparso sul numero uno della rivista “Dedalus”.

            Sul piano dell’approccio al tema, si avverte il peso, o l’ala, a seconda dei punti di vista, dell’ideologia, ma inutilmente vi si cercherebbero esasperazioni femministe. Gisella sembra dire, molto semplicemente: le donne hanno bisogno degli uomini, ma li vogliono migliori. Per un mondo migliore. E certo non ha torto, perché spesso noi uomini non capiamo, né ci sforziamo di capire, l’amore al femminile, la guerra al femminile, la fatica al femminile. Gisella parla di Olga. Io potrei parlare di un’altra donna, un’albanese che conosco, reduce anche lei da uno dei molti paradisi comunisti, probabilmente il peggiore, anche lei con un’odissea alle spalle, vissuta coraggiosamente e con grande dignità.

            Sotto il profilo più strettamente letterario, il prodotto più convincente, a mio modo di vedere, è Dora Pistillo: bambina, sposa, madre, emigrante, fortunata imprenditrice, donna di cultura  e donna di cuori, anche, la cui vicenda si sviluppò tra il Piemonte e il Venezuela tra la fine dell’Ottocento e la metà del secolo successivo.

            Qui la prosa diverge da quella di Vento delle vele, assumendo cadenze più frastagliate e più complesse, più da narrativa contemporanea, direi: vi si avvertono i sommovimenti di una ricerca che, evidentemente, prosegue e tende a nuovi traguardi, non importa se lasciando un posto ad una tavolozza che, ai colori crudi associa quelli attinenti al favoleggiato castello di Malgrà.

            Ma è ora di tornare al punto da cui siamo partiti, avviandoci a concludere, perché abbiamo tutte le coordinate necessarie per orientarci al suo interno: le struggenti regressioni temporali verso l’infanzia, il mondo degli affetti, la memoria, i luoghi cari, la Natura, l’amore, l’attenzione alle ferite delle donne.

            E per tentare di raccordarle, con minori o maggiori possibilità di riuscita, con quelle che emergono, se non ex novo, almeno con maggiore incisività rispetto al passato: ad esempio con la poetica del simbolo, che trionfa nel titolo: Questo mare è pieno di voci e questo cielo è pieno di visioni, nel quale rivive il brano di un discorso di Giovanni Pascoli, il poeta che qui e altrove emerge anche come il poeta delle Myricae.

            Siamo alle origini della sensibilità contemporanea, da cui parte un viaggio che vale un’infinità di nomi dei nostri giorni, tra i quali mi sembra di poter scegliere, pensando a Gisella, Giorgio Caproni, per la sua malinconia, e soprattutto Maria Luisa Spaziani, una delle muse ispiratrici di Montale, la cui poetica comprende, oltre a una forte dimensione sentimentale, alla folgorazione di incontri (che in Gisella sono anche con le cose: ad esempio le piante, gli alberi) e alla riappropriazione orgogliosa del privato, la tensione religiosa, la continua esplorazione di linee ispiratrici e l’offerta incontenibile di sé.

            Sì tutto questo io trovo in Questo mare, in un nodo forte con  l’impegno civile e la riflessione politica, mentre mi accompagna, alta, ma non prevaricante, forte, ma dolce, e comunque inestinguibile, una voce di mamma: “Figli, se anche non foste miei figli,/io vi amerei per la vostra giovinezza/ardente e inquieta/e per quella voglia di sfidare il mondo/ che v’accende lo sguardo e le emozioni”.

                                                                                                Gianfranco Vanagolli

Presentazione a cura di Gianfranco Vanagolli di Questo mare è pieno di voci e questo cielo è pieno di visioni di Maria Gisella Catuogno

Quando Gisella mi ha chiesto di presentare questo suo ultimo lavoro, Questo mare è pieno di voci e questo cielo è pieno di visioni, uscito da poco per i tipi della Onirica Edizioni, ho recalcitrato, ho tentato di sottrarmi.

Perché il rapporto tra critica e autore, se serio e non impostato su graziosi  minuetti, è dialettico o non è. E poi obbliga la critica a interrogarsi, a ripensarsi, perché l’autore produce, costruisce un suo itinerario, sicché le prove più recenti vanno lette nella ratio di un confronto. E qui, magari, si può riscontrare che c’è stato un prima in cui si è teso  a fare una cosa, ad esempio versi anteriori a scuole e a poetiche riconoscibili, e che c’è un oggi in cui, invece, è altro a domandare attenzione. Nel nostro caso, l’esistenza intesa come quotidiano ha ceduto, almeno in parte, il passo all’esistenziale. Così leggo, con grande piacere, perché io sono sempre stato uomo di scuole, del “filo d’Arianna ingarbugliato”, del “gioco dei dadi che non torna”, dell’“aquilone che non spicca il volo”, di “tempo fermo, sospeso, indifferente”: immagini che, messe come sono in stretta sequenza, vogliono essere, più che una citazione montaliana, un piccolo manifesto sotto forma di devota, amorosa decalcomania.

Questo esame, che è sempre complesso ( specie se siamo chiamati a leggere poesia e prosa insieme come ora ci accade di fare), comporta una duttilità negli strumenti critici che tutti vorremmo avere, ma che, invece, dobbiamo umilmente ammettere, spesso, di non possedere. Ecco, io ho temuto e temo l’insufficienza, l’inadeguatezza dei miei strumenti critici. Mi si perdonerà, pertanto, e mi perdonerà soprattutto Gisella, se resteranno tra me e le pagine che ho scorso dei momenti di opacità.

Non sarei sincero, tuttavia, se dicessi che ho tentato di resistere all’invito di Gisella solo a causa di tali considerazioni.

In realtà, l’ho fatto anche per paura, una paura speciale, che chiamo paura degli interni, una sorta di claustrofobia dell’anima .

Sì, perché Gisella mi avrebbe obbligato a misurarmi con  quello con cui lei sovente si misura, e non a partire da questo libro, che è quello con cui tutti noi maturi ci misuriamo: la casa, chi la abita e chi l’ha abitata, le cose che ci sono e che ci sono state: ovvero la casa come scenario di presenze-apparenze, di affetti nella irrefrenabile rapina del tempo, per cui i nonni, i genitori ora ci sono e ora non ci sono più e, quando non ci sono più, si cercano disperatamente. Scrive, Gisella, in Ottobre d’infanzia: “Ottobre è la vendemmia del nonno,/i grappoli che riempiono i cestini/le vespe che ronzano…”. E altrove: “Spazzo per te, mamma, le foglie/che l’autunno riversa sulla piazza/e guardo con i tuoi occhi/la linea d’azzurro all’orizzonte…”; “Di te, babbo, voglio ricordare …/quel berretto blu di lana/i lavori pazienti alla ‘guzzetta’/il tuo orto profumato di sale…”; c’erano i figli piccoli, che ora sono grandi, uomini e donne, e ora, in casa, se ci tornano, ci stanno in un altro modo. E non parlano più la nostra stessa lingua, anche se ci si può ancora capire, riconciliare, godendo della dolcezza della riconciliazione. Scrive Gisella di quel modo che hanno “di chiedere scusa:/un lungo abbraccio, in silenzio/e tutto è come prima…”

Quanto affetto, quanto amore si rivanga, quando si entra così in una casa e quanta gioia e quante lacrime, anche.

Ecco, io temo tutto questo, ne reggo sempre meno il peso. Probabilmente sono sulla soglia di una fragilità senza ritorno, che mi ferisce, se qualcuno o qualcosa me la ricorda.

Tanto più che questi versi, parlo di queste minime epistolae familiares, senza escludere gli altri, non mi sembra siano un fritto misto di naiveté e di malizia, come di continuo se ne incontra.

Quante volte ci è capitato di vedere un quadro naif. Il più delle volte è artificio: nel migliore dei casi, mestiere, maniera; nel peggiore, pretesto, ruffianeria, presa in giro.

Ma capisco che, parlando di naiveté, posso portare fuori strada. Parliamo, allora, piuttosto, di sincerità.

Io voglio credere alla sincerità di questi versi, nei quali Sergio Gabriele, che vi spende una succosa prefazione, vede, tra l’altro, un discorso compiuto, una narrazione, che parte da una dolorosa presa d’atto del distacco dell’uomo dalla Natura, causa prima di una triste serie di offese all’umanità, guerra, intolleranza, sterminio, dignità negate. Un discorso alto, insomma, per il quale mi affido ai suoi strumenti critici, certo più affilati dei miei. Salvo, però, cessare di seguirlo quando parla di Natura ritratta in sequenze di polaroid, sebbene “esaltanti”. Questo proprio no. Anche se devo riconoscere che la si controbilancia, l’immagine del più estemporaneo tra gli scatti, con altre più persuasive, che mi sento di condividere, specie se discendono dal più nobile riferimento a tensioni impressionistiche. Che, voglio precisare, sono, per me, più attinenti a quella particolare forma di impressionismo che fu la macchia italiana che non ai parametri dei grandi francesi.

Ma, parlando di sincerità, avevo in mente una riflessione di Umberto Saba concepita intorno al 1912 e pubblicata nel 1959 con questo titolo: Quello che resta da fare ai poeti.

Il poeta, scrive Saba, deve proporsi una poetica sincera, appunto, semplice, senza fronzoli e orpelli, andando nel senso in cui andò Manzoni con gli Inni sacri contro le eleganze dei classicisti.

Chiamo in causa il Saba dei primi del secolo non a caso.   In quel momento, infatti, si affermava la poetica del frammento. Parlo della “Voce” di De Robertis e di autori come Scipio Slataper, Giovanni Boine e soprattutto Camillo Sbarbaro di Pianissimo.

Ora, secondo me, Gisella frequenta la poetica del frammento, che, si badi bene, è eterna, non appartiene solo a un determinato momento, è sempre attuale, come lo è il romanticismo: lo si colloca in un periodo, ma c’è un romanticismo che attraversa i secoli.

Così, se dico questo, non riporto Gisella all’inizio del gioco dell’oca, ma la metto bene tra noi. Qui e ora.

Nel frammento Gisella entra. E ne esce.

C’entra perché talora tende a sfumare la poesia in prosa (un carattere, questo, più marcato in passato), esprime una visione soggettiva della vita, inclina qua e là a un certo crepuscolarismo, fa costantemente dell’autobiografismo, analizza con un sonar molto sensibile i propri sentimenti.

Ne esce perché non ha risvolti espressionistici. E quando ne ha divorzia dalla poesia morale. Che, peraltro, non produce, quando c’è, ironia o satira.

Come Saba, Gisella nutre un amore insopprimibile per la propria piccola patria, con la differenza che quello del poeta è un amore conflittuale, mentre il suo è incondizionato. E’ un amore che capisco, perché precede la ragione, come tutti quelli nati nella prima infanzia, per cui le cose che ci circondano sono favoleggiate e se poi diventano inevitabilmente altre, conservano sempre, però, quel che di favola e quasi di indefinito leopardiano, che è, insieme, croce e delizia.

E qui mi sia consentito gettare uno sguardo al di là di questo libro, sul quale tornerò, e di posarlo più puntualmente di quanto non abbia fatto finora sulla produzione pregressa di Gisella.

La piccola patria di Gisella è il Cavo, dove possiede una casa tra la spiaggia dei Tramariggini e Capo Castello. E’ una casa che assomiglia alla mia che, sempre al Cavo, si trova più a ponente, nel vicinato dell’Ombrìa, manco a dirlo, opposto a quello di Solana. Sono due case vecchiotte – la mia è del 1911; la sua, del 1930 o giù di lì – circondate da un giardinetto, con la loro brava pergola, i fiori ecc. Quando furono costruite erano ancora vive e relativamente giovani Italia e Teresa, le nostre bisnonne, che erano sorelle.

Ricordo tutto questo per rendervi avvertiti che quando dico “un amore che capisco” , non vado sull’astratto. Il favoleggiato di Gisella è il mio. Di più: dividiamo anche il fatto di essere vissuti in continente, dall’età dell’adolescenza, e di aver fatto ritorno al Cavo ogni anno, d’estate, e dunque di aver associato, da allora, il luogo alla vacanza, allo svago, al mare, a una dimensione per molti versi solare e felice.

Del Cavo Gisella ha cominciato a scrivere nel 2004 con un libro, Il mio Cavo tra immagini e memoria, nel quale il paese viene definito “luogo dell’anima”, il posto che più di ogni altro ha su di lei potere d’attrazione e fascino.

La prima “sollecitazione” al lavoro è venuta da una collezione di cartoline d’epoca. E siamo alle immagini. Ma poi è venuta la necessità di andare più indietro. E siamo alla memoria (e alla storia, aggiungo).

Immagini e memoria (e storia), però, non esauriscono l’insieme: ci sono dei quadretti, degli idilli – La scuola, I giochi, La scuola di ricamo…I fantasmi…la magia, Gli spazi intorno casa, La casa, La vendemmia ecc. – che, raccolti sotto il titolo di Ricordi, chiudono il libro e, a mio modo di vedere, ne costituiscono la parte migliore. Scrive in Scuola:

Ricordo la lunga strada (almeno per me bambina) che da Capocastello portava in paese: la percorrevo la mattina per andare a scuola e il batticuore mi veniva quando il vento era forte e il mare non si accontentava dei suoi confini; allora inondava la strada, specie nel punto che noi chiamiamo alle pitte, cioè tra l’odierno Paradiso e l’ingresso del Castello, dove prosperavano bellissime agavi. Lì le onde si frangevano con particolare violenza polverizzandosi in bianchissima schiuma: io ne avevo paura e prendevo un sentiero più a monte, tra lecci e lentischi, per evitarle.

Uno schizzo di infanzia marina, che mi rammenta il Brignetti scolaro della Spiaggia d’oro e la sua traversata quotidiana in barca del golfo di Longone, dal Focardo a Porto Azzurro. Confesso che l’immagine di quella scuola sul mare mi coinvolge, perché in quelle aule insegnò, giovanissima, mia mamma, tra il 1940 e il 1941.

Non mi soffermo di più su questo lavoro, se non per dire che da qui parte un discorso e non solo sul piano cronologico. E’ da queste pagine che Gisella scopre il gusto di raccontare. Ed è da queste pagine che i personaggi e le circostanze che le popolano, ritorneranno, poi, in un cammino di integrazione e di arricchimento: cammino nel quale si corre anche il rischio della ripetizione, del ricalco: un rischio, del resto, inevitabile per chi traduce in narrativa i propri giorni. Pensiamo a Del Buono, che ha realizzato una decina di romanzi pensandone uno solo. Ma – non c’è bisogno che lo ricordi io – con risultati eccellenti.

Poi il Cavo ritorna in Riviere, un libro di racconti, edito nel 2009. Vi si leggono Infanzia di mare, Primo amore, Ospiti illustri, dove convivono, appunto, il recupero o dirò meglio la rivisitazione di temi già trattati e nuovi apporti, quali l’amore che per definizione “non si scorda mai”, raccontato senza l’enfasi e la trepidazione spesso falsa  che accompagnano le rievocazioni di questa natura o la carriera del marinaio di lungo corso che fu il babbo di Gisella.

Non renderei, però, giustizia a Gisella, se insistessi sul Cavo, parlando di Riviere, perché da qui le sue pagine si allargano, tentano un altro respiro.

E diventano oggettivamente più importanti.

Mi riferisco a Lo specchio di Virginia e a Io, Eleonora, la più bella del reame, due prove brevi che costituiscono la sezione denominata I Narcisi. Il tempo tiranno mi impedisce di parlarne come vorrei, ma mi si lasci almeno dire che se cerchiamo una raffigurazione della donna-corpo, tanto amica della propria bellezza e della propria capacità di seduzione quanto nemica della propria crescita e della propria realizzazione umana, difficilmente ne troveremo un’altra più persuasiva.

Con il respiro, cresce anche la scrittura, diventando più intrigante, più convincente: segno che Gisella ha acquistato fiducia in se stessa e nelle proprie capacità, anche di dominare situazioni scabrose, se ha senso parlare di situazioni scabrose nell’ambito della produzione artistica.

Il gioco, insomma, sta diventando una cosa seria.

Giudico veramente ammirevoli l’equilibrio compositivo e la puntualità linguistica de Io, Eleonora, la più bella del reame,  che ha questa chiusa: A casa, la sera, una cena frugale, poca televisione…e poi bagno rilassante, prima dello spettacolo più bello: piazzarmi davanti allo specchio, in tanga e calze di pizzo autoreggenti, reggiseno a balconcino e guardarmi, come una bella statua, come l’essenza dell’armonia, della proporzione! E poi, se qualche blanda eccitazione arrivava, bastavo a me stessa, al mio tocco leggero: un attimo e tutto era finito…senza un altro corpo ad ansimare sul mio, a schiacciarmi, a sciupare la mia bellezza da dea greca.

Contemporaneo di Riviere è Vento nelle vele, racconto lungo o romanzo breve, che segna un ulteriore e deciso passo in avanti.

Di questo lavoro mi occupai anni fa, presentandolo nell’aula magna di una delle nostre scuole e da allora non mi stanco di raccomandarne la lettura.

Si tratta di un testo che “si ispira molto liberamente a un diario di bordo di Georges Simenon, La Mèditerranée en goélette”, uscito per Le Castor Astral nel 1999.

Sostanzialmente su una traduzione si è innestato un processo immaginativo attraverso il quale Gisella ha viaggiato in lungo e in largo per il Mediterraneo con Simenon e la moglie, reinventando le loro giornate e le loro relazioni, private e con il mondo circostante.

Ora si deve sapere che il grande scrittore francese, l’ultimo erede dei Flaubert e dei Goncourt, noleggiò, nel 1936, la goletta Araldo dell’elbano Giacomo Canovaro e con essa toccò anche la nostra isola, particolarmente Portoferraio e Cavo. Qui scoprì un mondo arcaico e affascinante, povero e dignitoso, fondato sulla solidarietà del clan, che descrisse sinteticamente, ma acutamente, lasciandocene una testimonianza preziosa sul piano antropologico-culturale.        Gisella si muove in questo quadro da padrona, né ci aspetteremmo qualcosa di diverso.           Non è altrettanto scontato, invece, vederla disinvolta e sicura tra la Costa Azzurra, la Sicilia, Malta, Atene, Tunisi, di cui descrive atmosfere, colori, uomini e donne, profumi e odori: un mix godibilissimo di motivi mediterranei, di solarità, di mare e di cielo, di spazi aperti, di sottili venature sensuali, propiziate dagli insaziabili appetiti dello scrittore, soddisfatti dentro e fuori il matrimonio, con la paziente rassegnazione, ma anche complicità, della moglie (una cosa tutta francese, per l’epoca). La crociera, così riletta, si scorre d’un fiato, sul filo di pagine ordinate su una grammatica sorvegliata e autorevole, che rende accettabili anche quelle che talora potrebbero essere delle oleografie.

Di questo processo di maturazione, che, ripeto, riguarda forme e sostanza, fa parte anche la scoperta della questione femminile, proposta in una produzione poetica di cui è un esempio Il tuo corpo di miele e di dolore, un’apprezzata e premiata lirica composta nel 2008, e che in Riviere torna con Olga e, nel 2011, con Dora Pistillo, un racconto, scritto sulla falsariga di una biografia reale, apparso sul numero uno della rivista “Dedalus”.

Sul piano dell’approccio al tema, si avverte il peso, o l’ala, a seconda dei punti di vista, dell’ideologia, ma inutilmente vi si cercherebbero esasperazioni femministe. Gisella sembra dire, molto semplicemente: le donne hanno bisogno degli uomini, ma li vogliono migliori. Per un mondo migliore. E certo non ha torto, perché spesso noi uomini non capiamo, né ci sforziamo di capire, l’amore al femminile, la guerra al femminile, la fatica al femminile. Gisella parla di Olga. Io potrei parlare di un’altra donna, un’albanese che conosco, reduce anche lei da uno dei molti paradisi comunisti, probabilmente il peggiore, anche lei con un’odissea alle spalle, vissuta coraggiosamente e con grande dignità.

Sotto il profilo più strettamente letterario, il prodotto più convincente, a mio modo di vedere, è Dora Pistillo: bambina, sposa, madre, emigrante, fortunata imprenditrice, donna di cultura  e donna di cuori, anche, la cui vicenda si sviluppò tra il Piemonte e il Venezuela tra la fine dell’Ottocento e la metà del secolo successivo.

Qui la prosa diverge da quella di Vento delle vele, assumendo cadenze più frastagliate e più complesse, più da narrativa contemporanea, direi: vi si avvertono i sommovimenti di una ricerca che, evidentemente, prosegue e tende a nuovi traguardi, non importa se lasciando un posto ad una tavolozza che, ai colori crudi associa quelli attinenti al favoleggiato castello di Malgrà.

Ma è ora di tornare al punto da cui siamo partiti, avviandoci a concludere, perché abbiamo tutte le coordinate necessarie per orientarci al suo interno: le struggenti regressioni temporali verso l’infanzia, il mondo degli affetti, la memoria, i luoghi cari, la Natura, l’amore, l’attenzione alle ferite delle donne.

E per tentare di raccordarle, con minori o maggiori possibilità di riuscita, con quelle che emergono, se non ex novo, almeno con maggiore incisività rispetto al passato: ad esempio con la poetica del simbolo, che trionfa nel titolo: Questo mare è pieno di voci e questo cielo è pieno di visioni, nel quale rivive il brano di un discorso di Giovanni Pascoli, il poeta che qui e altrove emerge anche come il poeta delle Myricae.

Siamo alle origini della sensibilità contemporanea, da cui parte un viaggio che vale un’infinità di nomi dei nostri giorni, tra i quali mi sembra di poter scegliere, pensando a Gisella, Giorgio Caproni, per la sua malinconia, e soprattutto Maria Luisa Spaziani, una delle muse ispiratrici di Montale, la cui poetica comprende, oltre a una forte dimensione sentimentale, alla folgorazione di incontri (che in Gisella sono anche con le cose: ad esempio le piante, gli alberi) e alla riappropriazione orgogliosa del privato, la tensione religiosa, la continua esplorazione di linee ispiratrici e l’offerta incontenibile di sé.

Sì tutto questo io trovo in Questo mare, in un nodo forte con  l’impegno civile e la riflessione politica, mentre mi accompagna, alta, ma non prevaricante, forte, ma dolce, e comunque inestinguibile, una voce di mamma: “Figli, se anche non foste miei figli,/io vi amerei per la vostra giovinezza/ardente e inquieta/e per quella voglia di sfidare il mondo/ che v’accende lo sguardo e le emozioni”.

Gianfranco Vanagolli

 

 

 

Come il mare la roccia

 

 

Mi levigano come il mare la roccia
gli anni che passano
-carezze lente e inesorabili
umide di sale e di tempesta
vertigini d’azzurro
plasmate di memoria-

entrano nei recessi dell’animo
e ne addolciscono durezze e asperità

Ah, il vagare insano della mente
su quel che non è stato!
E i vortici di luce
sprigionati dal tempo
dell’incanto e della meraviglia!

Si liberano lievi
le scorie galleggianti
sopra l’acqua di specchio
-legni al naufragio
foglie sospese

piume vaganti-

illudendo parvenze
di quotidiano infinito
nel quale m’avverto

pulsazione di un attimo

frammento indistinto

scintilla precaria

di momentanea eternità.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Vigilia di primavera

 

Eppure l’aspettiamo tutti gli anni

come l’approdo d’una promessa

vagheggiata nell’ombra fredda

delle stagioni morte;

come la gemma d’una speranza

di fede nella vita, tuttavia:

 

le piume d’un nido in attesa

sotto il tetto

 

il vento tiepido d’ Eostre

che rinasce

e semina di petali e di luce

le lande desolate dell’inverno

 

le uova fecondate degli uccelli

negli anfratti sicuri

d’una cavità d’albero

della concavità salata d’uno scoglio

 

le ripe che s’accendono di giallo

negli spettinati grappoli

dei fiori di ginestra

 

il mare già cosparso sui fondali

del baluginio biancastro

delle posidonie

 

il cielo più alto e meno vuoto

di voli e di schiamazzi

acrobata sospeso

tra verità e mistero.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Le vostre dune

 

Le vostre dune e piste di deserto

i vostri alberi e erbe di savana

i vostri cieli di fuoco e d’ambra fusa

il vostro tamburo di sole sopra il capo:

questo vedo nel vostro sguardo perso

oltre il gran mare

che tanti ne ha inghiottito.

 

E le gazzelle in corsa

le mandrie incalzate dalla sete

il sangue che condisce il fango

dei villaggi sconvolti dalle guerre

 

e la fierezza

che vi è sorella

 

anche quando bussate

carichi di merce e di fatica

alle nostre case

calde e inospitali

 

e non vi lamentate:

 

questo grida il vostro sguardo

scuro come la notte e il dolore.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Marzo

 

Fragilità nel tepore di marzo
dei petali dell’albicocco in fiore
sospinti da chissà che furore di linfa
a ricamare di bianco rosato il legno stanco;
e nei campi e nei fossi la smania dell’erba
a riscattare di nuovo e di verde lo sterile inverno.

Inutile dirsi che nulla è diverso:
il giorno rincorre la notte
e il tempo ricama le rughe;
la risacca sonante racconta
naufragi di speranze migranti
[sciame di vespe ronzanti
che non trovano dove accasarsi]
e il cielo distante distratto
rimane alle preghiere
[mare nero terra amara]

Inutile dirsi che nulla è diverso:
marzo gocciola miele d’acacia
scioglie la brina testarda
schiude gemme ed attese
azzarda la vita, sebbene.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Levità

 

Lieve è il suo passo:
non vuole spaventare
le farfalle o far tacere
i passeri sul ramo
né ingrigire i pensieri
-per una volta-
azzurri nel mattino.
Quasi è sorpresa
della filigrana eterea
dei suoi sogni
destati dalla polvere
di sole del risveglio;
non ne rammenta
intreccio e nodi
ma l’impressione
di quieta soavità
che li confonde
e li lucida a nuovo
come l’erba d’un prato
dopo un acquazzone.
Chissà se il miracolo
dell’armonia di pelle
e cuore si perderà
come schiuma marina
nell’ebano dell’acqua
o avrà la tenacia
del faro acceso
nella notte fonda?

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Passio Mors Resurrectio

Alberi tutti, sospendete la gloria
del verde, la tenerezza delle gemme
dischiuse e spingete i vostri rami
al cielo, in preghiera, a scongiurare
il Padre, che risparmi a suo Figlio
il fiele dei tormenti.
Non vedete come l’hanno ridotto?

Spogliato delle sue vesti
e rivestito di porpora,
i soldati lo scherniscono
gli sputano addosso
gli battono il capo con la canna.
“Crucifige, crucifige!”
Non basta la frusta
che Pilato propone:
“Non ho trovato in lui
nessuna colpa
che meriti la morte”
“Crucifige, crucifige!”
urla la folla già ebbra
di sangue e d’agonia.
Sono lontani gli amici
solo è Gesù: gli tolgono il manto
gli ridanno le vesti, gli indicano
la strada del Calvario.

Come potete o nubi vagare serene
nell’azzurro e tu o sole indugiare
come ogni giorno in cielo?
Non vedete che un Giusto
è stato caricato della croce?
Che sotto il suo peso vacilla e cade?

Uccelli che volate sopra
il suo passo stanco
che vegliate il suo affanno
il suo lamento
e osservate stupiti il Cireneo
che allevia per un tratto di strada
il suo fardello, la solitudine
aspra dell’ascesa, intonate
a Gesù l’ultimo vostro canto
per commiato.

Eccolo sul Golgota.
Gli danno vita e mirra:
non vuole berne
vuol soffrire tutto
quel che una creatura può.
Non è forse per questo
che si è fatto carne e sangue,
bambino tra i bambini
uomo tra gli uomini?
Per concentrare nella sua agonia
il male di ieri, di oggi e di domani:
la sete, la fame e l’esilio
la schiavitù, lo scherno
la guerra, la malattia
l’incomprensione, l’intolleranza
la deportazione, i campi di sterminio.
In mezzo a due ladroni
lui, il Giusto, il Caritatevole!

“Iesus Nazarenus Rex Iudeorum”

La luce si nasconde
non tollera la vista
s’annera il sole
la tenebra è un sudario.
“Dio mio, Dio mio perché
non hai pensato a me?
A Maria curvata dal dolore?”
S’alza alto il rimprovero
d’un figlio al padre immemore.

“Ecce homo!”

La Terra sussulta, ansima, si scuote:
è morto il Cristo!
Si sgretolano le rocce
si lacera nel Tempio il velo.
Tremano gli uomini
le donne strette negli scialli neri.
“Davvero costui era figlio di Dio!
L’abbiamo ucciso e non avremo pace!”

Si fanno avanti gli amici di Gesù:
“Vogliamo il corpo
Vogliamo piangerlo,
dopo tanto strazio…”
Lo lavano di lacrime
lo ungono di balsamo
l’avvolgono di lino.
Poi, il Sepolcro è pace
dopo gli strepiti, dopo gli urli scuri.
Tagliato nella roccia
accoglie il Cristo
come grembo di madre.

Trascorre nel lutto il sabato:
“Troppo hai sofferto, Cristo
Le lacrime non bastano”.

All’alba, verso il Sepolcro
vanno le Due Marie:
hanno con sé gli aromi
per quel corpo piagato.
Il sole sta spuntando
ma è quasi freddo
orfano anche lui.
“Chi ci sposterà la pietra?
Chi ci aiuterà?”
Ma -oh, mistero!-
appare loro il vuoto:
la pietra è discosta, rotolata via.
S’affacciano tremanti:
il Cristo non c’è più!
Un tremito li assale
cadono gli unguenti.
“Non vi spaventate.
Gesù è risorto! Non lo cercate qui.
Andate andate…ditelo agli apostoli!”
Chi parla è un giovane
bello d’aspetto e d’animo:
pare un angelo nella sua veste candida.
Le Marie scosse dal tremore
lasciano il Sepolcro:
il cuore batte forte
balbettano parole
esultano di gioia.

Il sole splende caldo
ha vinto la paura;
le nuvole già danzano
nel cielo conciliato;
le gemme si schiudono
sui rami già protesi:
la Vita ha trionfato
sul buio e sulla morte.

.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Dolce l’estate

 

Dolce l’estate! Profumo di fichi maturi
e more che scuriscono lente sul rovo
di polverosi sentieri; rosso di mela
che occhieggia tra il verde e grappoli
d’uva che bevono instancabili il sole.
Il mare si scorda il tormento invernale
e parlotta sommesso agli scogli riarsi
incurante del chiasso che ha intorno.
Il cielo ha perso le nubi trionfali
e dispensa testardo una luce infinita

fino alla resa notturna, stellata di buio

d’ansia di vita, malinconia d’amore.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Attesa

 

La stanza misura sei passi in larghezza
e dieci in lunghezza
qualche mattonella è sciupata
l’infradito comprato alla coop
è comodo e silenzioso
non rischia di svegliare gli altri.
Tra i sensi è l’udito
a farla da padrone:
tutto concentrato sul suono
della chiave che non gira;
lo sguardo invece è basso
e cerca d’ignorare il chiarore
del giorno che si fa strada
tra le imposte socchiuse.
Le sinapsi non conoscono
altre connessioni
che la percezione del rischio
in agguato, là fuori.

Rimpianto di veglie lontane:
latte, pannolini
il sonno che azzanna
ma tu nella culla:
gorgheggi infiniti
e occhi innocenti

sgranati sul mondo.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Alchimia

 

Possibile che le sue dita fra i capelli
e il profumo di quell’amore antico
illuminino il grigio di novembre
[cielo basso e opprimente
passeri silenziosi e stralunati
indolenza a cadere delle foglie]
senza peraltro sfiorare la bolla
incandescente dei pensieri che
le ardono dentro senza tregua?
Il filo rosso della razionalità
i suoi nodi stretti e avviluppati
[che ignorano l’impeto e l’urgenza]
si avvolgono come edera al tronco
per soffocarne lo slancio di vita e di passione;
poi cedono sconfitti, lacerati, ridotti
a un brusio appena sussurrato
quando il suo tocco diventa più deciso
e il sortilegio di quello strano amore
la sua alchimia segreta e misteriosa
agisce come lievito nel pane
solleva il volo dei gabbiani stanchi
buca di crochi gialli il nero del terriccio.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Dicembre

 

Già lo intuiamo dal freddo pungente

di mattinate terse

dal profumo di muschi

appena spuntati

dal terriccio umido;

dal desiderio trepido

di scrollarsi di dosso

il torpore paralizzante

dell’autunno

-come la cicala il guscio

nell’ultima belletta di novembre-

per tentare

diagrammi inediti

di luce e di speranza.

 

Tutto congiura contro

negli arcani misteri

che distillano i giorni;

eppure l’aspettiamo

-dicembre-

come una promessa intatta

come una fiammella accesa

nel buio inquietante della notte.

 

Ne annusiamo il candore

anche senza neve e

ne intrecciamo ghirlande

di sorprese taciute

di parole sospese

di pensieri di vento

nella volta stellata.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Di guerra s’impara

[Gaza 9.1.2009]

 

Di guerra s’impara il respiro sospeso
al rumore che squarcia il sereno
e il ghiaccio che invade le vene
allo schianto di bombe che
intelligenti non sono mentre
il cuore batte impazzito
e a volte si arresta, per puro terrore.*
S’impara la bestemmia dei figli
[meglio sarebbe disperdere il seme]
e dei vecchi impediti alla fuga;
il tormento di fame di sete di freddo
del sangue che inzuppa le vesti
del dolore pozzo oscuro e profondo
di grida che maledicono il cielo
di corse folli per essere in tempo.
Di guerra s’impara il lezzo di morte
le piccole mani e gli occhi sgranati
muti per sempre, sordi a ogni gioco
a ogni ruvida carezza di sole.
S’impara il lutto che annera i pensieri
il nutrimento feroce dell’odio
la memoria cruda di quel
che è stato [e non doveva essere].
Di guerra si disimpara il perdono
[e letto di spine è perfino il riposo]
il rosario delle opere e giorni
ammantati di quieta fatica
la ricerca di pace
di una terra e di un’acqua
da (con)dividere e amare.

*Anche in case non bombardate si sono trovati bambini morti. Erano morti d’infarto.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Il seme

 

Ha piantato un seme nella terra scura
in fondo in fondo dove non c’è luce
per i suoi figli, per il domani incerto;
lo curerà come un bel neonato:
latte, sorrisi, amore e veglie a non finire.
Finché lo stelo flebile non spunterà dal suolo
e cercherà la luce soffusa d’orizzonte
laggiù dove bisbiglia il mare
e lei s’accoccolerà sui suoi talloni
per raccontargli dei passati giorni:
delle illusioni di spiccare il volo
della sua volontà testarda come roccia
del suo cuore diviso in centomila spicchi.
Ne curerà la crescita con acqua di rugiada
finché lo stelo non diventerà alberello
bello e diritto come una freccia all’arco.
Sarà serena allora

nel commiato
lieve sulle punte

come ballerina
per dissolversi poi

 

in un arcobaleno
umido di pioggia

 

profeta di speranza.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

L’ora incompiuta

 

Ho parole venate d’azzurro
da regalarti stasera
nel crepuscolo che veglia
la marina assopita e il profilo
dei colli nell’incerto orizzonte.
La luna si farà strada lenta
e bagnerà di quella sua luce
algida, paziente le mie ansie
di sempre e quello stupore
antico, d’esserci, comunque:
nella filigrana vivida, pulsante,
nel vapore che sale a diventare
anelito di pioggia,
sospiro di nuvola vagante;
nella linfa che scorre a colorare
di nuovo verde, di rosso palpitante
le foglie e i bocciòli del maggio che verrà.

Non so leggermi dentro, mi sfugge l’armonia
d’uno spartito aperto su note inconsuete;
m’accarezza la levità di quest’ora incompiuta,

il limite tra il giorno che si sfuma

e la notte sospesa, incombente:

polvere nera tra sbadigli di stelle.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Sarà

 

Sarà come aprire la mano
per far volare alto il palloncino
e seguirlo con lo sguardo attento
mentre guadagna il cielo e poi scompare.
Sarà come il distacco della foglia
dal ramo amico, a novembre:
un tremito leggero, un soffio lieve
mentre si posa stanca sul selciato;
o il commiato della rondine in autunno:
il cuore al nido del sottotetto antico
ma gli occhi alle compagne in volo.

Oppure sarà l’urlo del temporale
che spazza cieco ogni resistenza
e lascia senza fiato le creature;
o il mugghio del mare di ponente
che gonfia l’acqua ancora e ancora
e la scaglia impazzita contro il molo;
o lo schianto insospettato della quercia
che porge al cielo il tronco lacerato
come in preghiera estrema

se colpita da un fulmine improvviso

Dopo, tutto riprenderà il suo corso:
il sole a alzarsi la mattina
l’erba a bersi la pioggia settembrina
il profilo dei colli a imbrunire
il sipario lento della sera

Aleggeranno

-per qualche tempo almeno-
le parole dette e taciute
i versi scritti e quelli mai fioriti
i libri i vestiti gli oggetti

il profumo e l’assenza
come relitti di legno vaganti

dopo il temporale
sullo specchio placato del mare.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Ponti

 

Qualcuno -un amico-
un caro amico
casualmente scoperto
e inserito tra le gemme
dello scrigno
le ha regalato una prospettiva
diversa da cui scrutarsi
e inedita per lei:
le ha detto che di continuo
nella sua vita inquieta

costruisce ponti

e non si arrende
se glieli sfanno
ma -come una formica
le briciole di pane-
mattone su mattone
ne innalza uno nuovo
e aspetta d’avere più fortuna.
Alcuni sono larghi e comodi
-vi passerebbe un tir-
e solidi come una cattedrale;
seppure fatti di ferro e cemento
la levità è di marmo arabescato:
vi transita l’amore che regala
cornucopie di sole
e non esige nient’altro;
altri, invece,
sottili, vacillanti
sospesi nel vuoto
pur nella loro tenacia
richiedono la perizia
dell’acrobata perché
l’equilibrio è precario
e la sponda lontana:
vi transita l’ amore
che sfiorisce risposte
e fa preferire talvolta
l’esiguità d’una nicchia
e una solitudine ardente.

 

 

 

 

 

 

 

Grani d’azzurro intermittente

 

Soltanto il giallo delle mimose
e il candore dei mandorli fioriti
nel silenzio pigro dell’inverno
rispondono all’anelito di luce
che vibra come corda di violino
al tocco sapiente dell’artista
nel più nascosto recesso del suo cuore.
Non sa da dove derivi l’urgenza
di barattare certe briciole ammuffite
del presente con la tenerezza
d’un arcobaleno chino a interrompere
il grigio monotono del cielo
o con il tepore d’una primavera acerba
capace di spargere di pratoline
schiuse e trepidanti il cammino
polveroso d’un pellegrino stanco.
Sente però che nell’intrico di rovi del suo io
nei meandri della sua psiche tortuosa
come le scale a chiocciola
della più alta torre del castello
-dove la vecchina della fiaba
fila col suo fuso appuntito
incurante del divieto nel reame-
è solo quella smania d’infinito
lo scrigno dei ricordi decantati
il verde pallido d’una speranza
accarezzata con dita inumidite
a regalare un senso al rosario
dei giorni declinati come grani
d’azzurro intermittente
d’ebano, d’indaco o d’arancione
secondo il capriccio della sorte.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Mater dolens

 

Lasciale asciugarti i capelli
e poi arricciarli col ferro
come sa fare bene;
e poi seguirti passo passo,
nel corridoio
mentre procedi lenta
col tuo deambulatore:
attenta come una scolaretta
a non intrecciare i piedi
ma a trascinarli diritti
nelle tue passeggiate giornaliere.
Violetta è lì con te, mentre compi
l’impresa, prima di sederti
sfinita sulla carrozzina,
davanti alla tivù che ti distrae
accanto al divanetto col tuo cestino
pieno degli oggetti di sempre:
gli occhiali, il telefono, l’agenda.
Di fronte le foto dei nipoti:
Valentina che danza, piccolina
con lo chignon raccolto sulla nuca;
Tommaso che prega, a mani giunte,
nel giorno della prima comunione:
la tua, quella che ho fatto incorniciare
d’azzurro e margherite bianche
nella gloria dei tuoi acerbi sedici anni
[massa di riccioli composti sorriso fiducioso]
l’hai fatta nascondere, non la vuoi vedere.

E quando arrivo io, lo avverto, nel tuo sguardo
un barlume di gioia e di sollievo
e mi fai domande, ti accerti di ricordare bene:
il tuo terrore è perdere il passato;
una volta hai sognato una carovana
di cammelli che procedevano lenti
nel deserto, carichi dei tuoi ricordi.
-Mamma, hai memoria più di me!-
e fingo d’ignorare quando sbagli
quando ti ripeti: ti porto fuori al sole
t’indico il mare che respira sotto
i pini enormi che sfiorano la casa
la pergola di vite americana che resiste
i rosai che promettono un maggio di colori
ti colgo un fiore, che assorba le tue pene.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Profumo d’infanzia

 

La mia scuola profumava del mare
che batteva là sotto quand’era scirocco
e alghe e sale piangevano i vetri.
Il pane sapeva di zucchero e burro
d’inchiostro e di carta assorbente.
Una stagione stavano le maestre:
le consumava la nostalgia di casa
le sfiniva quel posto di frontiera.
Prima e seconda insieme: agli uni
il dettato, agli altri un bel problema
e poi a quelli il disegno, a questi il
pensierino [parla dei tuoi giochi, dei
tuoi amici, dei tuoi fratelli, di quello
che ti pare, anche del tuo paese, certo]
Io parlavo di Poppy, il bambolotto,
un occhio tenuto aperto da un pezzo
di stecchino o di mio padre, che non
c’era mai e stava su una nave in mezzo
al mare, oltre gli spruzzi, oltre l’orizzonte.
Avevo grembiule bianco e fiocco rosa
caschetto bruno e cappottino rosso
sussidiario e sogni dentro la cartella.

E m’incantava la vista della nave
che arrivava, di notte, tutta in festa
superba di lucine sfavillanti:
io la guardavo dai vetri di cucina
appannati dal mio respiro caldo
e dal calore buono della stufa a legna.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Alberi

 

Davanti a certi alberi
io mi inginocchierei,
miracoli di bellezza come sono.
Ho in mente, al mio paese
una palma svettante
a due passi dal mare:
ombrello di verde e di ristoro
quando d’estate il sole
batte forte il tamburo;
o un cipresso, vicino alla mia casa
che punta la sua cima verso il cielo,
come in preghiera tacita
e mi fa pensare a quello di Rio Bo
di Palazzeschi.
M’inchino poi a certi pini eccelsi
che portano il saluto
coi rami protesi e generosi
di passeri, fringuelli e cinciallegre
a mia madre, oltre la finestra
costretta a quella carrozzina
come una farfalla trafitta dallo spillo.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Bozzetto d’estate

Vibrava già nella marina di oggi

un che di languido e stanco:

la foschia allontanava i colli

l’orizzonte lambiva controvoglia il mare

il sole pareva una stella lontana.

Soltanto il rosarancio degli oleandri in fiore

il rigoglio, ancora, delle tamerici

le more già nere alla sommità dei rovi

i grappoli di rubino sulla vite

ai lati della strada di campagna

raccontavano l’estate e il suo trionfo.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Temporale mattutino

 

Il cielo si veste di lutto
solo i lampi, a ponente, l’accendono
di una luce fugace e sinistra
[ spariscono straniti gli uccelli
sigillano i fiori la loro corolla]
brontola il tuono, lontano:
poi sferzante, rabbiosa
la pioggia rovescia sul mondo
la propria inquietudine nera.
 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Il sonno è mantello di lana

Il sonno è mantello di lana
e i sogni arabeschi di seta:
la ricamano giovane, quasi bambina.
E’ piena d’incanto, stupita:
la vita è trama d’ordito finissimo
mussola per freschi lenzuoli di sposa
cotone che ancora riverbera il rosso
della terra georgiana
[Rossella cavalca inquieti puledri
e indossa boccoli, gale e fierezza].

Poi il risveglio
e quel sentore di pienezza vitale
di braccia tese all’oggi e al domani
svanisce come sole al tramonto.

E come un torrente al disgelo
ritorna –potente- l’opaco presente.
 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Luna

 

Scintillano le monete d’oro
dei suoi occhi di giada
quando mi guarda fiera
del suo chilo di muscoli e pelo
[pelo maculato di minuscola tigre!]
poi crolla stremata
dal suo eccesso di zelo
nel cacciare mosconi e farfalle
e sogna forse avventure feline
su tramonti di savane africane.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Novembre

In quel cadere languido di foglie
arrese al pretenzioso autunno
che ne sconvolge e mitiga i colori;
nell’alba tardiva e riluttante
a seminare il cielo di petali di rosa
per preparare al sole più indeciso
un pur degno fondale alla comparsa;
decifro i segni d’una stanchezza
intrinseca
non solo stagionale
che sparge di polvere e di brina
i sentieri consueti e ne fa
inedite salite da scalare,
ripe brulle e scoscese su cui
occhieggia solo il giallo
del croco, laggiù in fondo.

Ma anche lì saltella
un pettirosso e forse
si farà strada un ciclamino
domani
nel fresco umidore del mattino.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Torpore d’autunno

L’autunno declina talvolta cieli ambrati
e trasparenze stanche di mare cristallino;
lente si posano le foglie sul selciato
come gli anni sul viso e sulle mani.

Intriga assaporare la dolcezza
d’un declino profumato di miele

[meglio quello di castagno
col retrogusto amaro
della malinconia]

e d’una stagione che invoglia
al torpore pigro dei campi
che pazientano la semina.

E’ tempo –forse- di dissociarsi
dalle scorribande del cuore
di prenderne saggiamente le distanze
e prepararsi come la marmotta
un rifugio ospitale per l’inverno.

Poi, chissà, a primavera,
fuori della tana
si correrà sulla neve
affamati di vita
e del profumo sottile
dei boccioli incipienti

se un cacciatore esperto

non fermerà la corsa.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Aghi d’azzurro

 

E’ nella tenerezza del presepe

adagiato sul muschio bagnato

che Ti cerco; e tra quei pastori

attoniti guidati dall’angelo alla grotta.

Ti cerco nella luce di quella stella

strana, che ha lo strascico lungo

come le spose in tulle;

e nella sospensione di quella

notte che trattiene il fiato

perché qualcosa di misterioso

e unico sta per accadere

lontano dalla città distratta

che ha chiuso gli usci

in faccia ai forestieri.

Ti cerco nell’incanto d’un bimbo

appena uscito dal tepore del grembo

e che il fiato pietoso

di due animali scalda.

 

Ti trovo, forse,

 

per qualche

 

istante d’eterno

 

e aghi d’azzurro

 

mi rammendano il cuore.

 

 
 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Febbraio

 

Febbraio ha nel cuore

stille di luce

che gocciano lente

sul tramonto del giorno

sospendendo le ombre.

In mare, sui fondali

nell’ondeggiare perpetuo

della posidonia, sbadiglia

un che di tenero e bianco

precoce baluginìo

di vita salmastra

rinnovata e pronta

a generare nuovo azzurro.

Sulla terra, invece, ancora

il freddo intorpidisce i campi

i fiori tacciono i colori

e solo la mimosa si tinge

d’un giallo tenue, per ora

fuso al verde del fogliame.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Saudade*

 

Forse  conviene lasciarsi accarezzare dai ricordi

magari solo quelli dell’infanzia e dell’adolescenza

come il mare lambisce discreto in assenza di vento

la battigia orlata di salsedine, meduse e gusci vuoti.

Il dopo è più rischioso, perché, smesso l’incantamento,

trasformata la crisalide in farfalla, l’abbaglio dei colori

non preserva dal rischio né dalla brevità del volo.

 

Prima, invece, è un vortice di sogni e fantasie

non esiste il vuoto, l’assenza, il disamore

o forse non se ne ha coscienza, anche se fa male:

angeli e fatine vegliano le rare notti insonni

vincono gli orchi e  i fantasmi del castello;

la vecchina è esperta e quieta, fila senza

pungersi il dito con il fuso e abita contenta

la più alta torre, senza uscire mai.

[Chissà che mangia, chissà che pensa.]

Il massimo è la bella addormentata, il suo sonno

di un secolo, la prigione di verde che cresce e soffoca

il palazzo, finché non giunge il principe e basta un bacio

il semplice sfiorare le sue labbra esangui, serrate

da cent’anni, che il sangue riscorre nelle vene

il fuoco si riaccende nel camino, lo spiedo riprende

a funzionare e tutti ritornano a mordere la vita,

soltanto un po’ storditi.

 

Più tardi i pensieri ronzano come api affannate

intorno all’alveare, intente a trasformare il nettare

dei sogni dell’infanzia nel miele di castagno

del primo aspro e sorprendente bacio

e nello stupore d’un’affinità d’ardente filigrana.

Anche l’autunno fiorisce gli albicocchi e stilla di luce

il filo teso del giorno sulla notte

il viaggio degli stormi migranti verso sud

la pioggia che lava il grigio dell’asfalto.

[Perché gli adulti sono così seri e tristi?]

 

* Saudade è un termine che deriva dalla cultura lusitana che indica una forma di malinconia, un sentimento affine alla nostalgia. Etimologicamente ha origine dal latino solitudo  solitudine e salutatio saluto.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Canto il mare

 

Canto il mare che m’insegna la tenacia

dell’acqua a disegnare la roccia

addolcendo asperità ed eccessi

e riducendo all’essenziale,

all’anima, al principio

senza scorie, orpelli e infingimenti

quel che lambisce fustiga e percuote.

Il mare non tradisce e non perdona:

esige il rispetto che merita

chi è  il padrone degli uomini

per qualità, non raccomandazioni.

Può mostrarsi tenero come un padre

quasi immoto, carezzevole, ciarliero

specchio fedele di chi lo sovrasta

e intimidisce e piega e umilia

dettandogli l’umore, l’abito, la voce;

ma guai a rinnegarne  la potenza:

fa strame di vite, affetti, progetti

s’infuria, s’apre, divora, ingoia

malvolentieri restituisce.

 

Lo canto, il mare, perché è forte e dolce

comanda ed ubbidisce

non ha un colore, indossa il cielo

e mai è uguale a ieri

mai è quello di domani.

 

E come lui m’infurio, mi placo, paziento

sopporto le maree

m’incanto della luna

lambisco le mie spiagge

assaporo cauta il sale della vita.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

A Patrizia

 

Hai scelto il silenzio
e un sorriso lieve
per chi titubante
si presenta
al tuo letto.
Non una lacrima
un cenno d’emozione:
non è da te
non ti ho mai vista
piangere
in trent’anni di scuola
e d’affinità elettive.
Sei uno spirito libero
imprevedibile.
Ti ammiro per la tua
indipendenza di giudizio
per il profumo
di libertà ch’emani.
T’assomiglio alla resina
alla scorza d’un pino:
scabra ruvida e odorosa.
Non ci credo
non te ne puoi andare:
hai la freschezza
d’una ragazza
ti piacciono i libri
il cinema il teatro.
Sei riuscita a girare
il mondo, un po’:
l’isola ti sta stretta
l’hai sempre detto
ma con naturalezza
senza l’altezzosità
di chi dice Ma come fate?
Ieri, in quei tuoi occhi scuri
che bucano come spilli;
in quella mano gentile e bruna
che spicca sul lenzuolo
ti ho detto ciao
ti ho fatto una carezza.
Anche Lei dovrà inchinarsi
alla tua dignità:
non sei sconfitta, Pa’.
 

 

 

 

 

 

Stelle frante                                               Vanitas vanitatum et omnia vanitas ( Ecclesiaste)

 

Non mi nascondo la vanità del vivere

la sua brevità di volo di farfalla

l’impronta lieve

appena sagomata

che resterà di noi

a chi toccherà

di vivere a sua volta

e penserà di nuovo

a quella vanità.

Non un filo d’erba

un grappolo di glicine

un sospiro di vento

un tremolio di mare

nell’alba appena desta

cambieranno di forma

intensità colori incanto.

E in ogni luogo

la bramosia di vita

colmerà di verde

i fossi a primavera

feconderà nei nidi

le uova degli uccelli

fiorirà i grembi

d’attesa e di speranza.

Perché la vita è questo

germogliare instancabile

e precario:

appena il tempo

di alzare gli occhi al cielo

e perdersi

nella luce

delle stelle frante.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Le rose

 

Le rose profumano d’antico e di stupore
tingono dei loro petali l’aurora e la memoria
l’attesa del bello della vita, a sedici anni
quando i pensieri ronzano come api instancabili
e il cuore è miele che si scioglie al minimo tepore.

Eguagliano, le rose, se son bianche,
la soavità d’una cima immacolata
e il candore della neve appena scesa;

ma quelle d’un rosa carico,
frangiato d’arancione
e dall’aroma intenso, penetrante
distillano e declinano l’essenza di passione:

le sinfonie mirabili
le vibrazioni lievi
le sfumature miti
la luce di cristallo

nella dolce mollezza del velluto
nelle punture aspre delle spine
nella bellezza fragile e composta
nell’illusione d’armonia perenne.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Il gelsomino

 

 

Profuma forte

a giugno il gelsomino

quasi a stordire

d’ardente primavera.

 

La luce abbaglia

e penetra le vesti

sciogliendo nel cuore

la brina dell’inverno.

 

La tentazione è credere

che il buio non esista

 

che il tempo sospenda

la sua voracità

 

e a noi creature

tocchi il privilegio

 

d’un’improvvisa

breve eternità.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Ottobre

 

Ottobre dipinge marine soffuse

di denso vapore nell’alba

che incerta sbadiglia

promesse di luce.

E’ stanco del lungo

fulgore d’estate

del sole padrone

che batte il tamburo.

Regala pallori di perla

all’esordio del giorno

e tinte sfumate

alle ore languenti.

Riverbera tramonti

spremuti di rosso

dilaga ombre

dai tetti e dai monti.

 

Vorresti assecondarne la flemma

chiudere gli occhi sui drammi

sulla fatica d’esserci

e lasciarti sedurre

dal profumo del mosto

dall’indaco tenue

dei ciclamini timidi

dal giallo dei crochi

appena spuntati

dal sapore corposo

d’una castagna

sgusciata fuori

dalla culla del riccio.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Disarmonia

 

Si sente estranea a se stessa

quest’oggi

come se si osservasse

da uno spazio infinito

e da quella lontananza

avvertisse sgomenta

la sua distonia

con quel che la circonda.

 

Eppure stamani ha comprato

i ciclamini

e li ha piantati nei vasi

sul balcone:

è un bel colpo d’occhio

n’è certa

per chi alzerà lo sguardo

alla sua casa.

Ha anche in progetto di curare il giardino

tagliare l’erba

nascondere i bulbi

nel buio della terra

che li trasformerà in tulipani

per il prossimo aprile.

 

Non si è fatta mancare nulla

quest’oggi:

è un suo giorno di libertà

e il sole sosta fermo e alto

nel cielo tutto sgombro;

la tramontana soffia, discreta

e i pensieri

potrebbero essere freschi

e volitivi

nell’aria frizzantina.

 

Invece avverte tanta disarmonia:

quel che le sembra

ingiusto, folle ed immorale

è il pane quotidiano

lo sente dalla radio

lo legge sui giornali;

e anche con chi

le vuole bene

quant’è ardua e precaria

la sintonia d’un’ora!

 

Ognuno ha una lunghezza d’onda propria,

il tempo interiore

ha un altro ritmo

di quello scandito dalla sveglia;

i bisogni impongono

l’agenda quotidiana.

 

I libri aspettano, pazienti

così la tastiera del computer.

Il conforto è scrivere

ogni tanto

pensieri

seppure stonati

confidando

che qualcuno

solidale

legga

e condivida.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Omaggio ad Aung San Suu Kyi

 

L’esilità del giunco

la tempra dell’acciaio

a rincorrere sogni

di libertà negata;

a recidere

giorno dopo giorno

nella solitudine

della prigione-casa

la trama e l’ordito

della prepotenza ottusa.

 

Irradi luce

e forza

e gentilezza.

M’inchino

e ti ringrazio

donna immensa!

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Sinfonia cromatica

 

Sembra si voglia

far perdonare

-novembre-

il furto di luce

i giorni più brevi

i colli nebbiosi

la pioggia più assidua

coi rossi degli aceri

i gialli dei platani;

fiammanti viburni

sfidano il grigio

frutti di rosa canina

punteggiano l’ombra.

L’autunno ci invita

a scoprire

i sui incanti sottili;

a sollevare i pensieri

col volo dei cormorani;

a custodire ricordi

nel semenzaio della memoria;

a proteggere speranze e progetti

come la terra scura fa con i bulbi

che fioriscono

tulipani a primavera.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Aspettando Natale

 

Eppure lo aspettiamo

tutti gli anni

come l’approdo

di una promessa antica;

di una luce fioca

che si fa strada

flebile e costante

dai meandri spiegazzati

dell’animo diviso.

Ritorna per attimi l’infanzia

e quella gioia innocente

che si smarrisce poi

col tempo e le sconfitte.

Ci conquista la tenerezza

di un mistero lontano;

del vischio trasparente

che soffonde di candore

il bosco addormentato;

degli abeti carichi

di neve e di promesse;

del fuoco profumato

di resina e di attese.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

A Patrizia

 (ad memoriam)

 

Quel che più mi manca

è il tuo sguardo lucido

sul mondo;

il tuo giudizio sicuro

su eventi o su persone

ispirato non da presunzione

ma da un’intelligenza

acuta

e libera

da ogni pregiudizio.

 

Quel che più mi manca

è la tua calma paziente

quel non lasciarti

condizionare

da nulla

se non dal tuo pensiero;

la tua curiosità

del mondo e della vita;

quella tua accettazione

delle sfide

d’ogni natura fossero:

le mani alla tastiera

o a sfogliare

come quasi sempre

libri

o a tagliare e cucire

come una sarta vera.

 

Quel che più mi manca

è quello che sapevi

e che porgevi

senza salire in cattedra

come solo i veri maestri

sanno fare;

e quel passo franco

d’eterna ragazza

cittadina;

quel tuo vestito giallo

splendido sull’abbronzatura.

 

Quel che più mi manca

è vederti in bici

o a spasso con i bimbi;

le chiacchiere e le risate

per strada o sulla spiaggia

per qualche ora

in vacanza

dai problemi;

e quel tuo ciglio asciutto:

una lezione

che non ho imparato

ancora

come invece

da sempre

sapevi bene tu.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Bucaneve

Buca la neve del cuore

 

una lama di luce

 

nel grigio torpore

 

di gennaio:

 

il cielo scuro e greve

 

il mare cenere inquieta.

 

Forse un presagio

 

del sole che verrà

 

domani?

 

O dell’attesa

 

di una nota

 

che sgorghi

 

inedita

 

rara

 

preziosa

 

dal consueto spartito

 

e vibri

 

all’unisono

 

alta

 

squillante

 

alata

 

con la preghiera

 

più segreta

 

dell’animo?

 

Se non ora quando

[ 13 febbraio 2010]

Se non ora quando

usciremo dalle case

per mostrare

quel che siamo

.-donne vere-

abbracciando in uno sguardo

il cielo grigio di febbraio

dietro cui sospira il sole?

Ora è tempo di denuncia

ora è tempo di parole:

non è questa la realtà

che volevamo

quando il vento dell’est

ci accarezzava i capelli

e respiravamo  il profumo

della sorellanza

Quella strada s’è smarrita

in sentieri tortuosi:

troppi lupi nel cammino!

Riuscirà almeno un raggio

a bucare il cielo grigio?

 

 

 

Intermezzo

Mi sono ritagliata

un rettangolo di luce:

alto due metri,

largo uno e mezzo.

E’ la porta-finestra

della mia camera da letto.

Quando è bello

il sole mi fa visita

di pomeriggio

per qualche ora e più.

Allora schiudo le imposte

e mi scaldo le ossa

leggendo poesie

e scritti di varia umanità.

Mi imbevo di calore

di versi, di parole.

Non chiedo altro:

ascolto il silenzio

o il chiasso dei passeri

sul leccio;

il ronzio lontano

di un aeroplano

perso nell’azzurro;

sento il fruscio del vento

appena appena alzato;

un miagolio lontano

di gatti vagabondi;

vedo i gerani

rinascere alla vita

dopo il letargo

del recente inverno

e esplodere di rosso

come una bandiera

un campo di papaveri

il sangue di chi muore

combattendo.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Una penna, un quaderno 

Un privilegio, scrivere

uno dei pochi

che si possa pretendere:

economico, veloce

-a chi si nega?-

[anche il reo

in carcere

l’ottiene

senza sforzo]

un’àncora nelle sempre

diverse burrasche giornaliere.

Una penna, un quaderno

degli scarabocchi strani

e ci si sente più sereni

in pace con se stessi.

Acrobatico è infatti

tenere saldo

il timone d’equilibrio

saggezza e politically correct

con figli, colleghi

compagni di vita o d’avventura

e trovare bonaccia

tra crucci quotidiani

metafisica spicciola

percezione d’inadeguatezza

insofferenza dei giovani

e sofferenza dei vecchi.

Ma prendere un foglio

tracciare qualche segno

magari al sole

–en plein air-

come gli impressionisti

può conciliare (con)

la vita

e far solcare il mare

da branchi di delfini.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Omaggio ad Adriana Zarri

“Un eremo non è un guscio di lumaca”

ha chiamato la Zarri

la sua biografia sentimentale

il congedo dalla sua lunga vita

durata più di novant’anni.

Me la ricordo bene

questa teologa ribelle per la chiesa

la forza che emanava

quel suo dire quieto inflessibile

e sicuro

quel suo aspetto curato

con i capelli bianchi

raccolti a chignon sopra la testa

e gli occhi scuri

intelligenti e dolci

vibranti come sciabolate

quando era il caso di strapazzare

la stupidità e l’arroganza umane.

Me lo rammento a Samarcanda

tanto tempo fa, il suo intervento

che spalancava orizzonti inediti

inesplorate prospettive all’anima.

Poi via, da questo pazzo mondo

non per rinnegarlo, ma per poterlo

amare di più e meglio

lontana dal chiasso inverecondo

di tanta gente urlante.

A coltivare piante e fiori

godersi il giallo dei limoni

accarezzare i gatti

ascoltare il gracidio delle rane

a primavera.

Un microcosmo

in cui sono inclusi

gli amici, se vogliono

e il pensiero costante

a un dio clemente,

che si rifiuta

di creare l’inferno.

Perchè quello c’è già

quaggiù

in tanti cuori spenti.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Bozzetto

Un angolo di minuscolo giardino:

la mia gattina-tutta nera-

in fibrillazione

per il refolo di vento

che muove i fili d’erba;

Jack lasciato in casa

dai suoi padroni sulla spiaggia

che abbaia di tanto in tanto

quasi rassegnato;

i fringuelli che si sgolano

imperterriti

tra il fogliame del leccio

a pochi passi;

la salsa quasi pronta

che borbotta sul fuoco

profumata di basilico

e ricordi;

io seduta pigramente

all’aperto

tra libri e appunti

dell’eterno inglese

ad annusare anche i minuti

per rallentare il tempo

a scrivere queste righe

rammentando i fasti

delle antiche estati:

il sole stampato sulla pelle

i capelli infiniti quasi biondi

nel cuore l’allegrezza

che non ha motivo

se non quello dell’attesa

e della giovinezza

intrepida.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Dal lago s’ apprende

 

Dal lago s’ apprende la calma

l’armonia di spirito e materia

il cosmos dopo l’uragano.

Non è per questo che

nel cristallo

di certe pozze d’acqua di montagna

si riflettono le vette immacolate

che hanno sfiorato il cielo

e ora s’inchinano alla terra?

Che umiltà in loro

e nella maestosità

di certi grandi abeti

che non evitano

di farle da corona!

Basta un fremito

di quell’acqua gelida

che l’immagine sussulta

e si disperde

in cento piccole onde intirizzite

ma poi si ricompone

e il colloquio continua.

 

Dal lago s’apprende il silenzio

che è pieno di suoni nascosti

come quello del sole

o dell’erba che cresce

e della vita che pullula

nei semi

per diventare germoglio.

 

Dal lago s’impara  bellezza

di ninfea sospesa sull’acqua

che respira con lei

e sussurra

con la corolla

di tiepidi colori

la fede nel creato

nonostante.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Camminando

Camminare a passo svelto

tra la pigrizia invernale

delle case mi dà allegria.

Guardo i balconi addobbati

per il Natale, le finestre

da cui s’indovina

il tepore dell’interno

e immagino i proprietari

le loro vite le loro storie

gli amori e i turbamenti.

Saranno uguali ai miei?

Avranno trovato-loro-

la soluzione all’enigma?

Con quanta gente che abita

oltre quelle mura

potrei parlare, fare amicizia

scoprire affinità elettive!

E vado annusando il profumo

dei rami d’abete appesi ai vetri

condividendo coi tetti il sole

d’una mattinata tiepida

calma di vento

e di malinconia.

 

 

Tripoli

Sposa del mare,

i tuoi figli sono divisi

da tale odio e rancore

che non basteranno

-per chissà quanto-

la brezza marina

e il vento del deserto

ad asciugarli.

 

Lo scempio

come in ogni guerra

sta avvenendo

è già avvenuto:

non solo sulle strade

le piazze, i vicoli, i cortili

ma negli ospedali, anche.

Bambini, donne, vecchi

son morti d’abbandono

di malattie libere d’agire

di fame, di sete, di paura

nei letti-culle-bare di dolore.

 

Non ti vedranno mai

libera e felice

un giorno

-forse-

Tripoli

regina

senza corona

del mare che ti bagna.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Anno nuovo

 

E’ piccolo, tanto piccolo

un grumo appena

caricato già dei sogni

che non osiamo più sognare:

ha il peso d’una piuma

la leggerezza d’un colibrì;

lasciamogli il tempo

di nutrirsi d’albe e di tramonti

di scaldarsi al sole

che irrobustisce l’ali.

Lasciamo che si guardi intorno

senza spaventarsi:

 

forse spiccherà il volo

 

e andrà controcorrente

 

fino alla sorgente

 

dei nostri desideri.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Settembre

Come l’estate, seppure ancora viva,

visibilmente cede

alle sottili lusinghe dell’autunno

-all’incedere più svelto della sera

all’indugiare dell’alba

nello sbadiglio nero della notte

al profumo del mosto

dalle cantine della nuova annata

alla sinfonia dei rossi di pergole e viali-

così, vorrei scivolare anch’io

lentamente

verso una stagione nuova:

deposto l’antico guscio

di crisalide

indosserei il giallo e l’indaco dei crochi

avrei negli occhi l’arancio dei tramonti

respirerei all’unisono col mare

emigrerei con le rondini, un mattino

navigando nel cielo

con lo sguardo fermo

fisso all’orizzonte.

 

 

 

 

Chi fermerà l’orrore?

In Siria una ragazza è stata arrestata mentre era in giro per la spesa, perché rivelasse dove si trovava il fratello, che combatte  contro la feroce dittatura del Paese.

Selvaggiamente torturata ha resistito nel suo eroico diniego. Ieri è stato ritrovato il suo cadavere, decapitato e smembrato. Aveva diciannove anni. (24.9.2011)

Chi fermerà l’orrore

di questi tempi bui

quando si è eroi

per caso o per necessità

mentre la volontà sarebbe

vivere giovani e liberi

coltivando

come fiori preziosi

amicizia, amore

studio, lavoro, affetti?

Soffia invece la forza dei violenti

e il vento impetuoso della morte

in troppi  angoli di mondo

come se la luce della vita

e il profumo della compassione

fossero fantasmi inquieti e latitanti.

 

Era un fiore di ragazza

-occhi neri di mistero

labbra rosse  per i baci-

usciva per la spesa

con il tremito nel cuore

e nelle gambe.

La fermano, le intimano il silenzio:

“Parlerai dopo, oh, se parlerai!

Dov’è tuo fratello

quel bastardo immondo?”

Ma lei tace, lo sguardo sgranato

sull’abisso della sua paura

la bocca sigillata dall’amore.

Allora è scempio e morte.

Ma non basta: qualcuno divide

il corpo dal bel viso

la fa a pezzi

come un agnello

al sacrificio.

 

Poi, dopo trenta grani di rosario

risuona l’urlo nero della madre.

“Chi mi darà mia figlia?

Chi fermerà l’orrore?”

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Le gemme del disincanto

Si spogliano i nostri rami

delle foglie accartocciate e secche:

sono i finti amici, i finti affetti

che credevamo eterni;

li avevamo dipinti

come fa l’autunno

delle sfumature più rare

– l’arancio che si spenge

nel marrone, il rosso

delle spremiture

preziose del tramonto-

Ma un giorno ai nostri piedi

scorgiamo mucchietti tristi

già consegnati ai ricordi

e non ce ne doliamo:

resta solo un sospiro sospeso

la puntura di spillo del disincanto;

ma gioiamo del nostro sguardo

finalmente nuovo e fresco

-come di guazza sul verde dell’erba-

della fierezza del tronco e dei rami

dentro cui la linfa scorre copiosa:

siamo pronti a sfidare l’inverno

preparando le gemme

per il prossimo marzo.

L’acrobata

Ho trovato una foto, babbo mio

di vent’anni fa, insieme:

belli e sorridenti

 

felici di volerci bene.

 

Ho una mano sulla tua spalla

 

a chieder protezione

 

come sempre

 

e tu la perenne sigaretta accesa.

 

Chissà se fumi anche lassù

 

o navighi tra le nuvole

 

come nel tuo mare.

 

Non ho più rete ormai

 

sotto il mio trapezio:

 

sono un acrobata in bilico

 

nel vuoto

 

e tu mi manchi tanto.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

E già il cielo s’infiamma di tramonto.

Non si crederebbe l’attrazione

del foglio bianco a vergarlo

di segni e di parole

che modellino

l’animo –informe-

come creta il vasaio;

a bloccare il tempo

in un presente infinito

che non ci fiorisca di rughe

la fronte e il pensiero

per raccontare le storie del mondo

e di quanti l’hanno solcato

o sfiorato appena

e lui forse

nemmeno se n’è accorto:

della nostra alba di petali rosa

di un mattino fugace ubriaco di sole

e della lunga dolorosa sera.

 

Eri bambina un attimo fa

e già il cielo s’infiamma di tramonto.

 

 

 

 

 

 

 

La figlia di Modu*

Chi l’avrà detto
a quella ragazzina
che lui sarebbe tornato
nella sua Africa
freddo immobile
e dentro ad una bara?
Non l’aveva mai visto
ma era contenta e bella

-con i suoi occhi neri
la bocca di lampone
i capelli ribelli
stretti nelle trecce-

lo immaginava
in un paese da fiaba
dove si vive e si lavora
senza affanno
come ad una festa.
Si preparava ad abbracciarlo
finalmente
a mostrargli i suoi disegni
pieni di colori
con lui che vende
sotto una gran cupola
o accanto a un fiume
azzurro come il cielo.
Ma ora che disegnerà?
Un orco bianco con una
gran pistola
che corre corre
e che si ferma solo
davanti al suo papà
e spara! Pum…pum…

Non gliel’hanno detto
all’orco bianco
che nero è bello?
Che nel suo cuore
trattiene tutti quanti i colori?

 

 

*Era uno dei  senegalesi uccisi a Firenze il 13 dicembre 2011. Non conosceva ancora sua figlia.

 

A mia figlia, per l’8 marzo

Che ti posso offrire, figlia mia,

oggi otto marzo, festa della donna

di questi miei pensieri deboli e opachi?

Vorrei intrecciare per te serti di rose

e canestri di speranze alate;

lucidare ancora di più il cielo

già terso e lindo d’un marzo

appena in fasce ma già pronto

a scalzare il grigio dell’inverno

per offrirtelo come dono

con tutta la sua luce e il suo tepore;

e raccontarti, se trovassi le parole,

la bellezza e la fatica d’esser donna

e il regalo prezioso che ho avuto dalla vita

di condividere con te un tratto di cammino

di specchiarmi nei tuoi occhi immensi

riconoscendovi barlumi d’antica identità.

Tu percorri altre strade, altri studi, altre passioni

non ti consuma la letteratura, ami le scienze

preferisci il come al perché che sfinisce ed è vano.

T’offro un rametto virtuale di mimosa

lo cerco tra le immagini, lo invio in allegato:

deve essere giallo e bello come il sole

ne sentirai il profumo attraverso il pc

e penserai a una mamma orgogliosa di te

che t’aspetta sull’isola tiepida di primavera.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Sai, quando il vento…

Sai, quando il vento soffia da oriente

percettibile si sente il grido del muezzin

dal minareto ma più ancora

quello delle madri siriane

violate e ammazzate coi loro figli

al seno, loro pure agnelli immacolati

sgozzati come a Pasqua, intrisi di sangue

innocente, stupito di fuoriuscire già

dai quei corpi teneri, da poco sgusciati

dal grembo, ancora quasi ignari del sole

delle stelle, di un cielo nero con la luna appesa.

 

Sai, quando il vento soffia dal profondo sud

non arriva soltanto l’odore di savana

dei branchi di gazzelle in corsa

inseguite da leoni furiosi per la fame

né quello ispido, pungente dei cammelli

in carovana tra le dune dorate del deserto;

pare più forte, invece, l’afrore di paura

e di crudeltà smarrita dei bambini-soldato

col fucile in mano e le tenebre in cuore.

 

Dal Mediterraneo, sai, quando soffia  il vento

non è solo la salsedine che porta

né i rauchi gridi dei gabbiani inquieti:

arriva invece il lamento dei naufraghi

alla deriva consumati dalla sete

dalla fame dalla luce implacabile del giorno

dal freddo della notte e dell’indifferenza;

e i sospiri, che si mescolano alle onde,

leggeri come le piume perse degli uccelli

di tanti poveri angeli, ieri pellegrini

che ora abitano muti lo scuro dei fondali.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Gerani rossi

 

Vi amo, gerani rossi affacciati

 

alle finestre, grappoli di bellezza

 

a costo quasi zero

 

che accendete d’allegria

 

un balcone e rendete speciale

 

la rampa di una scala

 

malmessa e consumata

 

col vostro fulgore

 

appeso sui gradini.

 

Vi amo perché siete umili,

 

chiedete tanto poco:

 

un morso di terra bruna

 

un bacio di sole mattutino

 

un sorso d’acqua pura

 

lo sguardo quotidiano

 

di chi confida in voi

 

creature impalpabili

 

di porpora sospesa.

 

 

 

 

 

 

 

 

Sai, babbo

Sai, babbo, il tempo addolcisce

il rimpianto ma il ricordo

di te e di noi

di quello stare insieme

a volte senza nemmeno

bisogno di parole

rimane ed è più vivo

che mai oggi che si compie

un altro anno ancora

da quell’incerto

accorato addio.

Il mare che guardo

è quello a cui chiedevo

bambina il tuo ritorno,

il cielo è  sgombro

per il maestrale teso

che tu prediligevi.

 

La barca è data

l’orto è una distesa

di pratoline ormai

ma dentro me resta

il tuo sorriso franco

le tue rughe splendide

di vecchio marinaio

il berretto blu di lana

calato sullo sguardo

quel tratto raffinato

e schivo di principe del mare.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Roselline selvatiche

Ho scoperto in campagna un cespuglio

di roselline selvatiche

sopravvissute al tempo ed all’incuria:

hanno foglie seghettate

una corolla piccola e sfogliata

un colore che ricorda i petali dell’alba

e un profumo…

che sembra concentrare dentro sé

l’infanzia e lo stupore

il canestro ricolmo

di spighe e di papaveri

che a dieci, quindici anni

ti promette la vita

con sfrontata gaiezza.

Quel profumo per me

è come per Marcel Proust

la madeleine nel tè:

un’onda di ricordi si dipana

dal gomitolo stretto dell’oblio.

Mi vedo ragazzina

assaporare il maggio

tra lucciole e novene di rosari

la luna appesa al cielo

come una gran frittata

-fantastico uscire dopo cena

nell’aria ancora tiepida

di sole e di promesse-

oppure di giorno saltellare

sui cigli delle strade

ingombri di margherite gialle

il sole smagliante

di primavere intatte.

E dentro il petto

la fiducia incrollabile

d’una felicità futura

o forse già presente:

i genitori come sentinelle complici

i nonni miniere di tesori

gli amici ed i fratelli

compagni d’un viaggio

senza frenate brusche

saporito di corse

di ginocchia sbucciate

di panini col burro

di pomeriggi infiniti

con il cielo per tetto

aspettando di sera

il richiamo di mamma

per la cena già pronta.

 

 

Conchiglie e roselline (a mamma, ad memoriam)

Hai per viatico conchiglie e roselline

per camminare finalmente da te

nei sentieri del cielo: stai certa

che i piedi non ti tradiranno

come accadeva qui

per via di questa legge sciocca

della gravità e volerai quasi,

senza peso, libera e leggera

coi capelli al vento.

Mi sembra di non averti dato

tutto quel che meritavano

i tuoi pensieri generosi e lievi

il tuo tratto gentile e misurato

la tua timidezza dignitosa e dolce.

Come posso riempire il tempo

che mi dedicavi? Dimenticare

quella venuzza azzurrina sulla fronte

quelle mani operose, io che non so tenere

l’ago in mano o fare il tuo superbo strudel?

Mi manchi già tanto, mamma

e sono solo due giorni

che mi hai lasciato.

(14.6.2012)

 

 

Il puzzle

Una fuga di gerani rossi

che sfidano intrepidi il caldo;

un roseto in pieno rigoglio

nel giardino accanto;

un aranceto che ha già regalato

tutte le sue zagare e si riposa:

io qui, sul balcone, al tavolino

a tentare di ricomporre il puzzle della vita

ora che mancano tessere importanti.

Faccio e disfaccio il mosaico

cento volte, cento:

sospesa, senza orientamento

col calcolo dei dadi che non torna

funambolo senza più equilibrio

ali pesanti come piombo

mentre ovunque

-cosa buona e giusta-

l’estate è già promessa disvelata.

 

 

 

 

 

 

 

Falene

Rivoli di pensieri incatramati

falene che si contendono la luce

girandole impazzite al vento di maestrale:

non ha requie la nostalgia di te

e del passato informe e inafferrabile.

Come l’onda che si frantuma sullo scoglio

come il volo dei balestrucci inquieti

si perde la salda immagine di noi

nella banalità del quotidiano

perché ogni gesto, ogni parola

che non saranno più

diventano speciali nel ricordo

e carichi di misteriosi echi pel futuro.

Oh, com’è duro, com’è disumano

accettare il ritmo della vita

nel suo accendersi e spengersi perenne

anche se sappiamo

se cresciamo avvertiti

dell’occasionale

precario

nostro incedere.

 

 

 

 

Era d’estate

Era d’estate l’abbandono ai sogni
nell’afa del primo pomeriggio
quando tutto, anche il respiro
sembrava sospeso nella plasticità
vibrante degli oggetti in un paesaggio
scolpito dal sole a picco, senz’ombra,
sfumature, tonalità cromatiche intermedie.
Nel calore che quasi obnubilava
regalando arabeschi di pensieri sfilacciati
il torpore preparava immagini slegate

ardite insospettate di desideri altri
mescolandoli al salino della pelle bruna
al tentativo vano di frescura delle persiane
accostate a sfidare l’implacabilità dei raggi.
E tutto pareva possibile e più vero del vero
persino la sospensione del tempo
in un presente infinito
la nostra preziosità e unicità
lo stato perenne d’innamoramento
la negazione del buio, del male e della morte
mentre fuori frinivano i grilli e le cicale
l’uva diventava d’oro e di rubino
la buganvillea esplodeva di viola e d’amaranto
l’aria profumava del miele dei fichi scordati sulla pianta.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Come nell’ostrica la perla iridescente

Le piacerebbe la leggerezza del cuore

sentirselo etereo come una farfalla

perfetta nei colori e nelle forme

elegante anche nei suoi minimi voli

prima di affrontare i grandi spazi.

Le piacerebbe, ma non è tempo di serenità.

Troppi dolori, prepotenze e abusi

troppa sopraffazione, morte e schiavitù

troppa ingiustizia, tortura e povertà

troppa ricchezza rubata ed esibita.

Le pare che tutto sia smarrito

il filo d’Arianna ingarbugliato

il gioco dei dadi che non torna

l’aquilone che non spicca il volo.

Il tempo è fermo, sospeso, indifferente

l’alba d’un giorno nuovo

lontana e spenta

come nell’ostrica la perla iridescente.

Invano i pensieri cercano un rifugio

dal grigio del presente:

le resta la speranza, la lotta, la preghiera

l’impegno quotidiano;

costruire castelli di carta

nella fantasia;

alzare gli occhi a inseguire almeno

la corsa delle nuvole nel cielo;

far visita al mare, quando può

per respirare con lui

la salsedine aspra e solitaria

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Ottobre d’infanzia

 

Ottobre è un quaderno

macchiato d’inchiostro

il grembiule bianco

col fiocco di traverso

la cartella

dove ballano i libri

insieme al suo cammino

lesto di bambina

là sul lungomare

pauroso col vento di scirocco

che si mangia la strada

e le spruzza salino sulle guance.

Ottobre è la vendemmia del nonno,

i grappoli

che riempiono i cestini

le vespe che ronzano

le mani appiccicose

la gara fra bambini

a pestare l’uva, il torchio

e il profumo che stordisce

del mosto che fermenta.

Ottobre è la ricerca dei funghi

sotto i pini

i ciclamini minuscoli

che occhieggiano

nell’umido del bosco

la vite americana

al pozzetto di casa

che riempie

di rossi e d’aranciati

il suo sguardo

avido di bello.

E i crochi

che festeggiano

il giardino

piccoli e gialli

come una promessa.

 

 

 

 

 

 

Un sussulto [Violenza sulle donne]

Un sussulto, concediti un sussulto

di dignità, di misericordia:

non sono carne da godere o da macello

sono creatura, come te

contraddittorio impasto

di cielo e di terra, di miele e di dolore.

Devi accettarmi, non plasmarmi

-come argilla il vasaio-

sono pesanti le tue mani

magli che illividiscono

e spaccano la pelle, aprono rivoli

di sangue, lacrime ed orrore.

Non appartengo a te

né a nessun altro, sappilo:

io sono della stessa materia delle stelle

degli acini che si gonfiano nel grappolo

della linfa che vivifica i tronchi

e fiorisce gemme a primavera.

La mia anima è ovunque, credilo:

nelle maree lievitate dalla luna

nei movimenti delle posidonie sui fondali

nel frullìo d’ali degli uccelli

nel vibratile sussurro della neve.

Non è forza la tua, è solo debolezza

vigliacca, che m’umilia e t’umilia

che recide ogni filo della trama

tessuta un giorno insieme.

Perché l’anima, sai, non si possiede

non si possiede mai.

E questo corpo su cui cantasti

un giorno, forse, una canzone d’amore

è diventato una sfida e una prigione.

E’ sbocciato l’odio nel mio cuore

e lo coltivo come fosse un fiore.

E mi ripeto che questa non è vita

è un cadavere senza sepoltura

un incubo perverso e allucinante

l’inferno, senza averne colpa.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Figli, se anche non foste miei figli

Figli, se anche non foste miei figli,
io vi amerei per la vostra giovinezza
ardente e inquieta
e per quella voglia di sfidare il mondo
che v’accende lo sguardo e le emozioni.
V’amerei per quel riso che incanta
e che ha ancora l’innocenza dell’infanzia:
polla d’acqua sorgiva, mi rammenta
e schiuma di mare quando soffia maestrale;
e per le bufere di cui siete capaci
quando la vita più vi incalza e preme:
allora fuggono i passeri dal ramo
s’oscura il sole e piove grandine
di rabbia e di tormento.
V’amerei per la fatica di crescere
che vale scalare vette impervie
e navigare il furore degli oceani;
e per quel modo che avete
di chiedere scusa:
un lungo abbraccio, in silenzio
e tutto è come prima;
e per l’onestà che v’alberga nel cuore:
campo di spighe di grano dorato
fiore di pesco a primavera
trasparenza di cielo spazzato dal libeccio.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

A mamma, a babbo

Vi sento vicini, un ponte tra due rive

un pettirosso che pigola sul ramo

un solco scavato, di novembre

pronto ad accogliere un pugno di sementi;

vi ho con me, sempre: il pensiero

che sfida lo spazio e vi raggiunge.

 

Spazzo per te, mamma, le foglie

che l’autunno riversa sulla piazza

e guardo coi tuoi occhi

la linea d’azzurro all’orizzonte;

porto la tua fede, mi avvolgo

al braccio il rosario che sgranavi.

Voglio recuperare gli anni che hai vissuto

non solo l’incubo dell’ultimo segmento!

 

Di te, babbo, voglio ricordare

soprattutto la gioia dei ritorni

il sollievo e il privilegio d’averti

accanto, dopo tanta attesa.

E quel berretto blu di lana

i lavori pazienti alla “guzzetta”

il tuo orto profumato di sale

dove coglievi, fiero, le primizie.

 

Bisognerà

Bisognerà svestirsi delle illusioni

della giovinezza

anche se parrà strano

che sia così lontana;

bisognerà riporre

i sogni d’armonia

e la convinzione

d’esser tu a capire

l’inganno quotidiano

e a porvi rimedio

con volontà inflessibile

soffiando via le nebbie

di pianura e la precocità

del buio novembrino;

bisognerà imparare

lo sguardo a ciglio asciutto

anche se le assenze

ti urleranno dentro

e ti sembrerà

che in fondo

quel che dovevi

hai dato

ma la ricompensa

è impari agli sforzi.

 

E ti meraviglierà

la rovina del tempo

il suo gioco al massacro

nel sottrarti

visi calore abbracci

mentre i giorni si susseguono

ai giorni di un rosario stonato

di cui scorri con smarrimento i grani

mentre il sole declina in silenzio

e già la luna si prepara all’alba.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Haiku

 

 

Boschi

Vi amo, boschi

elbani profumati

di salsedine.

La macchia freme

alla forte carezza

del maestrale

Pini, castagni

lecci, querce, lentischi:

macchia d’incanto!

Miniere

 

I minatori

splendevano di ferro

e di sudore.

Nelle miniere

risuona solitario

il canto antico.

 

Mare

 

Respiro con te

mare dolce amaro

brezze e bonacce.

 

Mare, donami

un cuore di conchiglia

e la tua luce.