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 rwanda

  In kinyarwanda la popolazione rwandese era chiamata abanya. Erano completamente assenti specifici nomi comuni dati ai tre gruppi etnici, dai coloni belgi: twa, hutu e tutsi. Questo ha il chiaro significato che i gruppi etnici in realtà non si riferiscono ad una categoria biologica ma solo ad una condizione sociale. Il nome hutu è stato infatti dato agli agricoltori: abahinzi. I tutsi è il popolo errante di pastori: abarozi. Il nome twa indica il gruppo di artigiani che lavora la ceramica: ababumbyi.

I tutsi riuscirono a formare facilmente la classe agiata, visto che l’abbondanza, in passato, è sempre stata misurata in numero di capi di bestiame posseduti. Gli hutu diedero forma ad ungruppo di mezzo e più numeroso. La classe povera era quella dei twa, vista l’attività meno remunerativa.

Quando il 6 aprile del 1994 fu ucciso l’allora Presidente del Rwanda, gli hutu iniziarono ad “eliminare” tutte le persone alte.

L’altezza dei tutsi tradizionalmente era dovuta al consumo di latte, ricavato dai capi di bestiame da loro allevati, che evidentemente favorisce la crescita ossea.

Gli hutu, al contrario, essendo agricoltori per costumanza, avevano sviluppato una corta e robusta muscolatura.

Furono uccisi i dissidenti, gli hutu amici dei tutsi e chiunque non fosse d’accordo con la politica del massacro etnico.

Nel celebre “Hotel des mille collines”, conosciuto da tutti come Hotel Rwanda, i tutsi e i “traditori” hutu che rimasero nascosti nei sottoscala, erano autorizzati a bere solo l’acqua della piscina in cui nuotavano i facoltosi.

Oggi nessuno parla di appartenenza ad un gruppo etnico, non esistono hutu, tutsi e twa. Dal genocidio è come se si fosse arrivati ad una fine. Da lì parte una nuova esistenza. Le persone di ogni angolo del Paese sembra si vergognino di quello che è stato fatto dai propri fratelli, da uomini dalla stessa loro pelle e dallo stesso loro sangue. Se si prova a scavare nel passato di ognuna di queste persone, compare un muro spesso e invalicabile, una protezione che non fa entrare ne la curiosità ne la bramosia della conoscenza e non fa uscire nemmeno una scheggia di quei giorni.

La concezione dell’esistenza di tre razze nella popolazione rwandese è stata solo un prodotto del colonialismo belga. Nel 1959 i belgi diedero potere esclusivo nelle mani dei tutsi, escludendo gli hutu dalla vita intellettuale. Il cambio di alleanza belga fu dovuto al solo fatto di evitare l’indipendenza del Paese. I belgi nominarono bruscamente e in massa gli hutu ai posti di potere. Così la popolazione fu divisa in due blocchi e la conseguenza finale più amara di quella politica divisionista fu il genocidio del 1994, che ufficialmente affonda le sue basi nel 1959.

Ingente affluente del Nilo è il fiume Nyabarongo che solca la fertile terra rwandese. Nei 100 giorni del genocidio vennero gettati in queste acque i corpi senza vita dei tutsi. Seguendo il corso dell’acqua il sangue e i corpi sfigurati da colpi di machete, arrivavano in Etiopia. Gli hutu dicevano: “così tornate da dove siete arrivati”.

Lungo le strade compaiono d’improvviso grossi mucchi di pietre nere vulcaniche. Sotto mettevano i corpi dei tutsi raccogliendoli da vie, chiese e campagne. Fino al 1996 le colline che circondavano Kigali erano niente altro che sconfinati cimiteri, oggi sulla stessa terra sorgono le ville dei benestanti e gli agricoltori seminano patate e carote.

I mesi di marzo e aprile, insieme ai mesi di settembre e ottobre, rappresentano le stagioni delle piogge. L’acqua scende dal cielo accigliato e colora la terra di tutte le tonalità di verde.

La gente cammina ai lati delle strade, sembra non accorgersi della pioggia che gli segna aggressivamente la pelle, prosegue indisturbata alla stessa velocità, per raggiungere un obiettivo non prefissato.

La terra rossa africana vira la sua forma e il suo colore quando ci si avvicina alle montagne vulcaniche. La terra diventa scura, punteggiata da grosse pietre nere e l’acqua bagna delicatamente la superficie dell’erba.

Su ogni angolo di terra, delle valli che serpeggiano tra le colline, nascono coltivazioni di mais, the, sorgo (usato dai contadini come preparato per la polenta o per la birra locale), carote, patate. I papiri segnano i confini dei fiumi. Le colorate piantagioni di banano guardano, dall’alto dei pendii delle colline, questa terra nera, in continuo movimento.

Le mille colline si perdono all’orizzonte, in posti dove lo sguardo non può entrare.

Dove l’uomo non può coltivare, arare, fertilizzare, bonificare e allevare, ecco che nasce indisturbata e austera, l’impenetrabile foresta pluviale. Lungo le pendici dei vulcani cresce una fitta vegetazione arborea con liane e felci. Con le lobelie giganti, le ordinate file di eucalipti, le palme da olio, le acacie, boschi di bamboo e iperici, la luce quasi non arriva alla terra, che rimane perennemente lambita dalle pregiate acque piovane, celata e protetta da muschi e rosacee. La foresta è ricca di preziosi legni: il tek, l’ebano, il cedro d’Africa, arabescati da lauri, rose, ibiscus e orchidee.

Ed ecco maestose, le cime dello stesso risultato geologico che diede vita alla Rift Valley: le montagne vulcaniche di Virunga.

Karisimbi. Significa montagna con cappello bianco, perchè la sua cima non si vede quasi mai, visto che è per la maggior parte dell’anno coperta da un “cappello” di nebbia.

Il Karisimbi è affiancato dal Bisoke. Insieme plasmano armoniosamente la casa dei gorilla di montagna.

Sabyinyo. In kinyarwanda “iryinyo” significa dente, la sua forma ricorda il profilo di una dentatura speciale che sembra masticare le nuvole grigie pesanti di pioggia.

Muhabura è “la guida”, ospita un piccolo lago sul suo cratere. Gahinga è il “mucchio di pietre”.

Il confine tra Rwanda e Congo è segnato dal vulcano Nyamuragira, che ha ricordato la sua presenza alla natura pochi anni fa, coprendo di cenere e fosca lava i lussureggianti arbusti dalle sfumature del verde.

Ad abitare le dormienti montagne vulcaniche sono famiglie di creature affini all’essere umano, per carattere, capacità comunicativa, abitudini, comportamento e vita sociale. I gorilla.

Tra questi la famiglia “Umubano” è una di quelle vecchie famiglie, in cui i nonni insegnano ai nipoti la vita.

Umubano significa “vivere insieme”. Il gruppo ha a capo un silverback di circa 20 anni che un giorno lontano lasciò le sue origini “Amahoro”, per creare una sua famiglia. Oggi non è più solo ma ha accanto 13 membri che lo riconoscono come padre e maestro e lo rispettano. I più grandi insegnano ai più piccoli come ci si comporta in un gruppo: come e cosa si mangia, come si prepara il “letto” per dormire nel bel mezzo della foresta equatoriale, come ci si pulisce per non ammalarsi.