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Esercizi di immortalità

La tradizione poetica in cui si inserisce quest’opera di Marco Belocchi non è facile da rintracciare: l’ambizioso intento di decifrare l’enigma dell’esistenza, di cercare di mirare, attraverso il proprio ardito percorso in versi, ad una vittoria in effige sulla morte, attraverso, ora un visionarietà panica, ora una larvata dialettica meta-concettuale, non è mai stato peculiare della poesia italiana contemporanea, in particolare di quest’ultimo decennio. 

Belocchi ci offre questa testimonianza, di un’urgenza  per lui intima e profonda, con una scrittura asciutta e raffinata, rigorosa e duttile ad un tempo, alta e lieve nel dettato e nel lessico, senza mai inturgidire la sua raccolta di una sostanza “filosofica”, di una metafisica troppo astratta, ma sa tenersi sempre ancorato ad una concretezza pudica, ad uno sguardo vigile e acuto; tuttavia ancora integro e “vergine”, non esente da una misurata ironia, a tratti, e da un vitalismo cosmico, mai di maniera, che riflette una volontà, strenua e felicemente perseguita, di attenersi sempre ad un ambito saldo e conchiuso d’osservatorio globale, “orizzontale”, o al più, “obliquo”, nella sua naturale  tendenza alla  “verticalità”, dedicato alle vicende più nitidamente creaturali che proiettivamente cosmiche.

Nel suo libro, l’Autore riesce a far sì che la forma, la sua cifra stilistica, sia in assoluta sintonia con la portata del contenuto  “morale” dei versi. Questo potrebbe sembrare un argomento superato dalle più recenti concezioni epistemologiche della nostra critica, soprattutto nell’ambito della scrittura poetica; ma io credo che la parola “morale”, svalutata dal vago tecnicismo di tante pseudo-poetiche strutturaliste, richieda un recupero di  più attenta e aperta considerazione.

Personalmente, io penso, oggi più che mai, che, come sosteneva Thomas Hardy, nella poesia : “La morale e l’estetica siano raramente, se non mai, cose separate” e che proprio la poesia possa arrischiarsi ad individuare un percorso effettivo tra il reale e l’ideale.

Anche se nella poesia di Marco Belocchi si avverte chiara l’eco dell’antica Scuola Filosofica Greca, del suo relativismo, quasi assoluto, di fronte al problema del logos, del rapporto cosa-parola e parola-nome, tuttavia vi è in essa un superamento, io credo, di un pletorico eclettismo filosofico, grazie ad un’ansia ontologica inderogabile, tesa verso una parola dotata di una sua vivificante sussistenza, verso una sua ardua prossimità alla casa dell’Essere, dimora” Heideggeriana” di un nuovo Essere, percepito come Nulla-luce e Tutto-avvolgente.

Un libro di vera poesia, insomma, questo di Belocchi,  utile, “necessaria”, personale, mai prevedibile, mai “epigonica”, come testimoniano questi bellissimi, esemplari versi, tratti dalla poesia  “L’ora blu”:

“Qui tutto si trasfigura

ed ombre e sogni e desideri e incanti

vagano liberi di essere amanti

di tutto quello che offre natura,

impercettibile il tramestio

che quell’attimo affolla

celere su ali di vento

rovescia il reale

verso lidi incorrotti

o come spuma s’infrange

sull’arido greto dei mortali.”

 

 Francesco De Girolamo

“Verrà il momento che il tempo si ferma,
le parole saranno abiti smessi
e il silenzio saprà già di altrove.
Ci sarà pure un tratto ove lo spazio
si arresta, una frase che conclude
un libro sconnesso. E se avrò per viatico
non pianto o il miasma dei sospiri estremi:
l’attimo errante che da ultimo resta,
io chiuderò finalmente questi occhi
troppo sazi di sopportare il male.
Nel cielo si rifletterà il mio sguardo.”

Marco Belocchi (da “Esercizi di immortalità”, 2013)

Edizioni Progetto Cultura:

http://www.progettocultura.it/search.php?tag=Marco+Belocchi