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vento di van gogh

Culturalmente parlando, stiamo attraversando un periodo che ha parecchio dell’oscurantismo. C’è una vera e propria guerra in corso per l’azzeramento delle idee. “Il libro è diventato un collaterale del mondo della comunicazione” afferma giustamente Benedetta Centovalli e Giulio Ferrone denuncia il fenomeno per cui “è l’attuale orizzonte culturale a cancellare le differenze e le gerarchie”.Per molti aspetti il meccanismo della trasmissione culturale è stato ampiamente compromesso.

La nostra società ha operato su due piani per arrivare a questo preoccupante tracollo. Un piano è indubbiamente quello della scuola, contro cui a più riprese sono state sferrate micidiali mazzate, l’altro è quello che riguarda la cultura in generale che è stata appiattita e svenduta, assimilata a un fenomeno di massa e quindi veicolata in quantità omeopatiche attraverso canali quali la televisione e i grandi eventi mondani, al fine di inattivala e di inglobarla in una società che ha come regola suprema quella di smussare gli estremi e di mantecare ogni cosa.

A monte di tutto questo c’è forse la volontà di creare masse di persone facilmente manovrabili, non individui pensanti che in democrazie dalle dimensioni enormi sarebbero difficilmente gestibili. (D’altronde la democrazia è stata sempre difficile da gestire, anche ai tempi di Socrate quando la polis era costituita da un numero ristretto di persone e il potere politico veniva gestito in forma diretta). La democrazia, certamente il miglior modello di governo possibile, offre sempre il fianco a pericoli e involuzioni. La storia ne è testimone. E la nostra esperienza ci mette sotto gli occhi le involuzioni demagogiche sulla cui china si può facilmente scivolare.

L’individuo per esistere e rafforzare il suo intelletto avrebbe bisogno di qualche palestra dove forgiare i muscoli della propria mente. La scuola sarebbe certamente deputata a questo ma, per svariate ragioni, fallisce il suo scopo. Anche una veicolazione di idee attraverso canali liberi non asserviti ai dictat imperanti andrebbe potenziata.

Per decenni l’editoria ha mandato messaggi ai mass media cercando di puntare l’indice contro i non lettori (fenomeno in realtà tragicamente esistente in Italia, visto che come risulta dai dati Istat due terzi della popolazione non legge libri e quindici milioni di italiani potrebbero essere considerati semianalfabeti come osserva Odifreddi perché “si trovano ai margini inferiori della capacità di comprensione di una società complessa”) o sul ruolo che l’immagine avrebbe sottratto alla parola (fenomeno innegabile, ma non nocivo, cinema e buona letteratura possono coesistere senza grossi problemi).

Si ha invece spesso la sensazione che ciò che ha prodotto il disastro culturale che tutti abbiamo sotto gli occhi sia in realtà il desiderio dell’industria culturale di azzerare l’individuo pensante.

Il ventennio berlusconiano ha prodotto individui che hanno limitato le loro aspirazioni più all’apparire che all’essere, ha creato (e nel contempo espresso) una società di basso profilo dove la pochezza morale si coniugava con un disinvolto uso della propria persona a fini di meschini tornaconti personali o familiari. Questo ha influito non poco sul clima culturale.

Una società si riduce a ben poco se fa tacere le punte estreme, se toglie la parola all’individuo che si leva contro le idee accreditate. La nostra società non zittisce apertamente nessuno, apparentemente dà la parola a tutti, salvo far risuonare e risuonare nella confusione generale delle campane che tornano a favore del sistema. E, come affermano i saggi cinesi, una bugia ripetuta mille volte diventa la verità.

Il Novecento intero ha versato lacrime sulla fine del romanzo e s’è lanciata in mille rivisitazioni postmoderne della nullità. Ma il romanzo come qualsiasi altro prodotto artistico ha bisogno di idee che lo sostengano, deve essere non solo gioco abile di costruzioni più o meno virtuosistiche, ma veicolare contenuti con il loro carico di provocazione e di novità. Ma proprio in ciò sta il pericolo. Pericolo che l’industria culturale ravvisa e teme (e osteggia nei sopracitati modi).

Pericolo che paradossalmente nasce anche dal basso per il fatto inevitabile che siamo tutti per natura portati a osteggiare ciò che non corrisponde al nostro pensiero. Accade quindi che i romanzi portatori di idee siano molto più osteggiati dei romanzi che si limitano a narrare delle storie nel solco delle idee comunemente accettate dalla società in cui si opera. Vizinczey ha giustamente osservato che “la maggior parte delle persone non è in grado di riconoscere meriti artistici in romanzi che contraddicano le loro opinioni”  aggiungendo che le “nuove” opinioni sono ancora più offensive delle opinioni contrarie perché inquietano il lettore che si sente non all’altezza.

La novità e la veicolazione provocatoria di idee che si discostino da quelle comunemente accettate non trova quindi solo l’ostacolo da parte del potere culturale, ma anche dai lettori stessi perché, se un romanzo  propone nuove intuizioni o interpretazioni della realtà, – e lo dovrebbe sempre fare per essere in qualche modo significativo, – si scontra anche con le riserve mentali dei lettori.

Opinioni diverse dalle nostre ci inquietano. “Noi abbiamo le nostre opinioni e ci inquietiamo se in un romanzo non troviamo la riconferma… Se non la troviamo ripudiamo il romanzo come capace di fare da specchio al nostro mondo perché detto mondo, da bello quale lo abbiamo creato, ci apparirebbe brutto”. Mi sembra che in questa affermazione ci sia una verità profonda e sottile che illumina molti fenomeni che abbiamo sott’occhio e con cui ci dobbiamo confrontare.

È indubbiamente difficile andare contro. Per molti aspetti è molto difficile. Ma la difficoltà non dovrebbe essere un deterrente perché è in gioco la sopravvivenza delle idee e dell’individuo pensante. Non è poco.

Da “I nostri paradossi quotidiani” di Marina Torossi Tevini

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