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Ulisse terzo millennio

Entriamo nella biblioteca. Tonnellate di sapere per il nostra mente onnivora maisatolla. Abbiamo bevuto un caffè indecisi tra l’aroma classico, alla nocciola o al cioccolato. Affoghiamo una buona razione di panna in quello al cioccolato. Dice il saggio: con la cioccolata non sbagli mai.

Le sirene. Le abbiamo sentite. E non solo quelle che ci hanno tagliato la strada mentre, zigzagando, ciondolavamo tra caffè, ristorazioni varie e giornali. No. Le vere sirene. Quelle che fanno morire i marinai. Allettatrici con un lungo strascico di fama e di battimani. Adescatrici con parole condite all’aroma dell’ultimo elzeviro. Erano là sugli scogli. Grandeggiavano, sicure che ogni uomo che passasse di lì…

Ma il mare è vasto, e noi dobbiamo andare.

Le sirene, dicevamo. M’ero fatto legare e anche se avessi voluto… Non è stata neppure bravura la mia e ho anche sofferto mentre mi strattonavo perché mi sembrava che lì ci fosse ogni piacere, la fama, magari effimera, ma che importa? Evvia, mi dicevo, sarò io l’unico idealista di questo mondo? E così, mentre le sirene mi cantavano nelle orecchie il loro subdolo richiamo pensai: non andrò per il sottile, chi è immacolato? chi non ha mai ceduto? E gridavo con voce non mia e cercavo di strappare le funi. Poi mi misi a ridere. Io, Ulisse, non libero? Che idea assurda. Incrocio le gambe, non strattono più. Un adieu alle sirene. Cantate pure. Ho superato altre imprese. Sarò pure capace di passare indenne davanti a due signore fintobionde con un gran culo e una pinna di pesce.

Polifemo, quello non mi dà pensiero. È grande e grosso, ma tonto, gli racconto due palle, poi mi attacco alla pancia del montone, gli passo sotto il naso e mentre mi allontano sul mare lo sbeffeggio. Forza bruta. Non la temo.

Con Circe fu diverso. Lei non era né donna né dea. Per un attimo ne fui turbato. E anche lei lo fu. – Tu sei Ulisse, mi disse, lo sapevo da tempo che un uomo era destinato a non subire i miei filtri. Lo avrei toccato e non si sarebbe trasformato in maiale. Lo sapevo da sempre, ma ora, a vederti, mi sento tremare.

– Suvvia, mia cara, le dico, non avere paura. Sono il tuo fratellino. Ci stringeremo nel letto e nell’anima quel tanto che gli dei ci daranno. Ci regaleremo un po’ di pelle e di bene per quel tempo che si potrà. Noi sappiamo. Noi siamo diversi. Solo, tesoro, poi mi ritrasformi, ti prego, in umani i miei compagni perché mi disturba viaggiare da solo. C’è uno che racconta le barzellette da dio e un altro che suona benino. Patti chiari: togli i grugni agli amici.

– Sì, certo, squittisce lei e mi abbraccia. – Ti predirò anche il futuro. Dovrai scendere negli inferi, Ulisse, mi dice.

– Epperché? faccio io che avevo poca voglia di farmi il tour all included dell’Averno.

– Perché? Ulisse caro, non si conosce la vita se non si conosce la morte. Non si apprezza la vita se non si pensa alla morte. E poi devi incontrare Calcante…

– Va bene. Mettiamo nel conto anche questo.

Come predetto da Circe scesi nell’Averno. Andai vidi risalii. Secondo copione. Però, devo ammetterlo,  il cuore mi balzava in gola, le budella  mi si schiacciavano giù e, mentre vedevo sfilare davanti ai miei occhi le ombre tristi dell’Ade che rimpiangevano la vita – e sentii persino dire ad Achille che avrebbe preferito essere l’ultimo degli scudiero pur di vedere ancora la luce del sole, – capii quanto fosse straordinaria la vita. È stata un’esperienza importante. Istruttiva. Ma non la raccomando a nessuno. Poi ci furono i mangiatori di loto che ci diedero qualche problema. Non a me, me ne sbatto del loto, ma ai miei compagni. Il loto, se ne mangi, diventi una foglia, diventi acqua corrente, diventi i colori del mare. Hai presente Djerba? Niente male il luogo: una spiaggia di sabbia, buon clima, ma quelle maledette foglie di loto. I miei compagni le assaggiarono, si inebriarono, si distesero felici sotto le stelle e dissero che da lì non si sarebbero più mossi. Di seguirmi non si parlava nemmeno. Li guardavo con il loro viso alle stelle, felici e incoscienti, quello stesso viso che anni prima era diventato un grugno sotto l’abile tocco di Circe. Umani. Troppo umani. Li amavo, ma non ero come loro.  Io sono diverso. Senza illusioni. Capace di bastare a me stesso. O quasi.

Mi amò Calipso, la dea. Calipso, mica male Calipso… Sono rimasto da lei otto anni. Mi voleva persino fare immortale. Forse avrei potuto… Non ho più vent’anni. Non mi resta molto tempo quaggiù. Ma io piangevo sulla riva del mare. Volevo partire. Tornare nella mia Itaca. Mi annoiava quella sempiterna felicità. La vita è fluire del tempo è rischio è mare in tempesta. Fermarsi non dà emozione. Le chiesi di costruirmi una zattera. La fece secondo i miei desideri e partii. E tempesta fu, in effetti. Oh quante volte pensai mentre le onde infuriavano e io cercavo di resistere attaccato al palo della zattera che avrei fatto meglio a restare. Che tempesta, ragazzi! Mi travolse per giorni e giorni. Infuriò la notte. Riprese al mattino e al tramonto. Non se ne veniva fuori. E io solo, abbracciato a quel palo. Ho pensato: Me misero! Cos’ho fatto? Da Calipso stavo benissimo. Aveva un caminetto delizioso e sapeva cantare e ballare e, seppure il ripetersi non è mai un bene, anche la sesta volta che ho mangiato le sue fettuccine ho pensato Che cuoca! Insomma mentre mangiavo pesci crudi e mi attaccavo all’albero per non finire nelle onde ricordai nel delirio un dolce alla panna. Come per incanto uscivano dalle sue mani i piatti migliori e anche per la scelta dei vini era speciale. Mandava le ancelle su cocchi alati dovunque e portavano un giorno il Falerno, un altro il Borgogna o il Friulano (non chiedetemi cos’è, è un vinello di un mondo di selvaggi del nord, però non è male). Che tempi! La tempesta non ci voleva proprio…

– Sono solo, raggrumato di salso perché mi hanno travolto le onde, dico ai Feaci  che quasi si mettono a piangere e, lavato che mi hanno e ripulito, scoprono che sono un buon partito e mi mettono gli occhi addosso, Nausicaa soprattutto, e pensano che io potrei essere il marito ideale per la figlia del re. Ma figuriamoci. Aver lasciato Calipso, – Calipso, dico, la ninfa, la dea, la bellezza infinita – per incastrarmi con una bambocciona? Nausicaa già immagina che la impalmerò che faremo un bel matrimonio che ci arrederemo la casa e intanto il padre mi copre di doni. Ma i Feaci mi convincono poco. Sono banali, grandi navigatori, mercanti. Lavorano, certo, sono attivi, laboriosissimi, si danno sempre da fare. Ma l’otium dove lo mettiamo? E il desiderio di conoscere? E lo vis speculativa? Secondo me i Feaci sono limitati, non conoscono la dimensione contemplativa. Sono troppo noiosi. A ramengo anche loro! Fate largo. Voglio partire. Me ne voglio tornare a casa. Itacaaaa!

– D’accordo se vuoi partire e tornare nella tua patria, mi dicono, – sono sempre stati gentili – non ci sono problemi, però è meglio che ti accompagniamo noi, perché tu con il mare non hai troppa confidenza, Ulisse caro…

– Iooooo? Ma come vi permettete? Sono vent’anni che navigo.

– E proprio per questo. Vedi che non ci sai fare. Ulisse, ci  vuol altro. Noi siamo navigatori. Tu invece come marinaio non sei proprio tagliato.

Mi mancano di rispetto, i cafoncelli, però mi coprono di doni e mi imbarcano su una nave. E andiamo.

Itaca. Mi sveglio e mi trovo su un’isola che mi sembra sconosciuta. Un’isola strana, coperta di nebbia. Non era così Itaca, mi sembra. Mannaggia, non la riconosco. Aguzzo gli occhi, ma non vedo nulla di noto. Maledizione, penso, i marinai mi hanno derubato, mi hanno preso i doni del re e chissà su quale isola mi hanno sbattuto. Di nuovo solo. Di nuovo nei guai.

E invece no, è proprio Itaca, l’amata Itaca che ho sognato e risognato  per  anni e sul momento, chissà perché, non riconosco.

Mi avvio verso la reggia. Lì tutto si svolge secondo copione. Penelope si dà da fare per imbrogliare i Proci e aspetta e aspetta. Telemaco anche lui mi cerca. Quest’isola mediterranea stupidamente coperta di nebbia è proprio la mia Itaca. Perbacco. E io sono qua. Anche il cane mi ha aspettato e mi riconosce subito. Lui, prima di tutti. E bravo il mio Argo! Ti ricordi di quand’eri cucciolo e facevamo assieme le battute di caccia. Ma ma… Il cane mi fa il tiro mancino di morire ai miei piedi. Per la miseria. Che dolore tremendo.

Rimane da fare piazza pulita dei Proci. Dov’è l’arco? Datemi l’arco. Il mio arco.

– Sì, sembra che sia davvero tu, – mi dice con un mezzo sorriso Penelope che da un giorno mi esamina sospettosa. – L’arco l’hai teso, il letto l’hai riconosciuto, hai dato indizi che solo tu sapevi. E vieni qua, caruccio.

Si sdraia su alti cuscini e esclama: – Sono proprio contenta che tu sia ritornato.

Poi, dopo aver ascoltato con una mano sotto l’orecchio il mio lungo racconto, aggiunge: – Ti è passato un po’ la voglia di andarti a cercare guai? Ci siamo informati, sai, gli altri sono tornati da Troia in un baleno e tu ci hai messo dieci anni.

– Guarda che anche per gli altri non è stata una passeggiata. Hanno avuto i loro problemi. Quasi ci portassimo addosso la maledizione di Troia. L’abbiamo conquistata con l’inganno e, diciamo la verità, non ne è proprio valsa la pena. Sbudellare tante persone per quella troietta che, a esser sinceri, se l’è passata meglio degli altri. A Troia era considerata una delle nuore di Priamo e s’è fatta una vita all’asiatica, vesti stupende e la possibilità di guardare i nostri che combattevano per lei dalle mura. E anche alla fine è stata fortunata. Senti un po’, da non credere! Quando siamo entrati a Troia io e Menelao ci siamo messi a fare strage e di casa in casa siamo arrivati da lei, ma quando Menelao l’ha vista sai cos’ha fatto? Quell’imbecille le ha buttato le bracca la collo, le ha detto “Elena! Mia regina! Come sono contento di vederti!” E buona notte al secchio. Non l’abbiamo ammazzata ma se l’è riportata a Sparta, il cretino. Va a capirli, gli uomini! Intanto i nostri compagni sono morti, Achille ci ha rimesso le penne, ed era forte, Achille, quasi invincibile, eppure… Così va il mondo. Però, patire il caldo la sete e uccidere e tutto quel sangue… A che scopo?

– Anch’io la penso così, ma, si sa, noi donne…

– Se devo essere sincero, e con te lo sono sempre stato, il periodo più interessante sono stati i dieci anni seguenti. Ne ho viste di cose…

– E ti sei andato a cercare un bel po’ i guai…

– Non ricominciare. È durato più del previsto ma è stata la volontà degli dei.

– Una volta o l’altra gli uomini impareranno a non dare sempre la colpa agli dei.

– Sai che fregatura, ragazzi!

– Prego?

– Niente, dicevo che da un lato soffrivo, avrei voluto tornare, ma anche il mondo mi metteva curiosità. Insomma è andata così…

– Ulisse, io ho un carattere d’oro, non vado troppo per il sottile. Diciamo che sono contenta di rivederti. Però…

– Devi ammettere che sono stato bravo con l’arco e con i Proci, li ho sterminati quei chiappemolli, li ho fatti a pezzi. Per aver quarant’anni e non aver fatto palestra sono in ottima forma. Anche tu però non scherzi. Per la tua età. Solo dovresti farti la ceretta. D’accordo, una bellezza mediterranea, ma i baffi…

– Erano per i Proci. Così incutevo rispetto. Ma adesso che sei ritornato vado subito a depilarmi.

– Bene. Sono contento. E anche il nostro Telemaco è molto bravo. Abbiamo già stretto amicizia mentre mi passava le frecce assieme ad Atena.  È proprio gagliardo.

– È un buon figliolo. Non voglio però che diventi troppo mammone. Adesso che ci sei tu andrà meglio. A proposito, resterai sempre, Ulisse caro, sulla tua isola? Ti prenderai cura di noi? Della tua terra?

– Mah…

– Che c’è? – fa Penelope sospettosa. – Pensi di ripartire? Dopo tutti questi anni di mare? Non ti bastano ancora?

Non so come dirglielo, non vorrei ferirla, ma devo.

– Mah, riprendo. Non è detto che un giorno non debba ripartire… Non subito…

– Ma Ulisse, e dove diavolo dovresti andare stavolta?

– Avrei tra le mani un catalogo Alpitour…

– Prego?

– Stavo scherzando.

– Dimmi, dove vorresti andare.

– Gli dei mi hanno detto che esiste un popolo che non conosce il mare e io devo andare laggiù a portare il sale e a piantare un remo nella terra. Solo allora la mia missione sarà compiuta.

– Mi sa che dovrò invecchiare da sola. Provvedere a tutto. Arrangiarmi. Ulisse se ti dicessi che sono arrabbiata cambierebbe qualcosa? No, è vero? Gli dei, il destino, la tua natura… Ah, povera me. Sei proprio tosto!

da “L’Occidente e parole” (Campanottoeditore 2012)

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