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Roma, la città che una volta era decantata per la sua bellezza e il suo ponentino, è diventata oggi una sorta di elegante palude che tutto ingoia e dove tutto scompare quasi senza lasciare traccia. Sommersa dal traffico, dallo smog, dalla sporcizia, dalla fretta, dalla violenza e dalla disattenzione umana.

Leggere il libro “Addio a Roma”, la Roma degli anni ‘45/’75, è un viaggio appassionante per il racconto che l’autrice fa del vissuto di questa città, insieme a quello di alcuni dei suoi più significativi protagonisti.

Sandra Petrignani, scrittrice e giornalista, ricorda con precisione di nomi e date, il fervore vitale della Roma di quel periodo, una città che è stata una culla per artisti, letterati e intellettuali che hanno dato il meglio del loro talento con opere che hanno reso grande la cultura e l’arte del nostro paese.

Fra i moltissimi nomi che scorrono in questo romanzo/saggio s’incontrano (per nominarne alcuni) la coppia Moravia/Morante, Pier Paolo Pasolini, Sandro Penna, Calvino, Natalia Ginzburg, Gadda, Palma Buccarelli, De Chirico, Guttuso, Fellini, Flaiano, Parise, Arbasino, Wilcock, Elio Pecora .

Nomi di artisti certo ma anche persone la cui vita, raccontata dall’autrice in modo documentato, rispettoso e a volte ironico, diventa un romanzo nel romanzo; facendoceli conoscere meglio, amare o detestare, ma in qualche modo sentendoli ancora vivi e più vicini.

Dunque il lettore si muove insieme ad essi/e, accompagnato dalla figura di una giovane Ninetta, che fa da filo d’unione fra i vari personaggi e protagonista essa stessa della propria storia, delle circostanze e degli incontri che quei tempi le forniranno.

Sicuramente un mondo per il quale è difficile non provare nostalgia per chi l’abbia conosciuto e suscitare curiosità in chi non fosse allora ancora nato.

Sono i sentimenti umani che appaiono diversi, l’intimità delle persone, il desiderio della conoscenza, dello scambio intellettuale, dell’amicizia che oggi sono divenuti merce rara. Oggi, ognuno per sé, nell’arte come nella vita, e Roma una città non più amica in cui è difficile conoscersi e riconoscersi, dove tutto è divenuto strumentale ed egoista.

Nel rivivere, grazie al racconto di Sandra Petrignani quel periodo e quella città, l’attenzione di chi legge non può non rilevare la peculiarità delle molte artiste che ne sono protagoniste; tutte comprimarie e con ruoli decisamente di rilievo quanto i loro amici, mariti, compagni.

Viene da chiedersi se, in quegli anni ’70, in cui si è sviluppato il movimento femminista, che rivendicava la piena liberazione dai ruoli imposti da una cultura maschilista, esse vivessero, al contrario, un ruolo paritario nell’affermazione della propria arte come nel privato. Lo chiediamo all’autrice.

I ricordi di una Roma che non c’è più, a cavallo fra gli anni 1945/1975, nel tuo racconto passano essenzialmente dal mondo culturale e intellettuale segnato dalle voci che in esso si esprimono. Quasi una mini enciclopedia di grandi nomi della cultura di allora in cui molte sono le donne. Secondo te in quegli anni era più facile di oggi emergere dall’anonimato, far valere il proprio talento, farsi riconoscere come artiste al di la del genere?

Non credo proprio! Era una ambiente molto maschilista, soprattutto quello dei pittori. Le figure femminile che emersero furono pochissime. Proprio per questo nel mio libro ho voluto restituire loro un posto di spicco. Il maschilismo è pesato talmente che perfino sulla gigantesca figura di Palma Bucarelli grava un colpevole silenzio ancora oggi.

A parte la grande e incontenibile Morante, le altre non sembrerebbero vivere ed agire in ruoli di dipendenza nella coppia. Secondo te esse si riconoscevano per ciò che esprimevano e non in quanto mogli/compagne di…, anche se in quei tempi il ruolo della donna era esattamente quello di “appendice” dell’uomo? Ti sembra che queste figure femminili, viste con gli occhi di oggi, fossero più indipendenti e meno soggette a ruoli precostituiti?

Non la vedo in questo modo. A ben guardare dipendevano tutte, anche le più grandi, da figure maschili. La stessa Morante, che s’infuriava se la chiamavano signora Moravia, si è potuta dedicare unicamente alla propria scrittura grazie al fatto che il marito la mantenne agiatamente per tutta la vita, pure dopo che si erano lasciati. Anna Maria Ortese fa eccezione, va detto. E infatti visse in povertà e molto meno riconosciuta di quanto meritasse.

Il filo conduttore del racconto passa attraverso l’evoluzione artistica di Ninetta, una giovane donna che per quanto abbia la fortuna di crescere all’ombra di un’altra grande, Palma Bucarelli, riesce ad illuminarsi di una propria personalità artistica che la conduce verso il successo. Questa protagonista è solo un éscamotage per condurre il lettore o è anche il riscatto di una donna in un mondo dove, da sempre, il “maschio” faceva e fa la parte del leone?

Sì, Ninetta è la nuova donna. Ci tenevo a creare un personaggio simbolo dell’evoluzione femminile in quegli anni. Ninetta e la sua amica Paola Pitagora preannunciano il Sessantotto, il femminismo, un’inedita indipendenza sentimental-sessuale che le donne si stavano faticosamente conquistando. Palma Bucarelli è ancora una donna di potere vecchio stile, che sa tessere alleanze, vive la sessualità liberamente, strumentalizza i suoi amanti: eppure è un grande esempio che il femminismo non ha saputo riconoscere, preferendo esaltare altre figure, molto più ambigue dal punto di vista di una consapevolezza di sé e del proprio ruolo.

Non credo che le giovani donne di oggi conoscano tutti i personaggi menzionati nel tuo libro, anche se sono diventati storia, ma certamente li ricordano i loro genitori. Scrivendo questo libro avevi in mente di rivolgerti ad una generazione in particolare?

Sapevo che sarebbe stato gradito a chi ha attraversato – almeno in parte- quel periodo. Ma tenevo molto a consegnare il testimone e la memoria di un’epoca grandiosa ai più giovani, ragazze e ragazzi. Le/li vedo attratti e incantati, e ne sono contenta. C’è molto da imparare riflettendo sul proprio passato, e molto da amare per trovare l’energia, la carica e inventarsi un futuro.

 Marta Ajò