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Appunti dalla presentazione del romanzo “Avevo i capelli biondi” di Anna Maria Fabiano, Iride 2008,  a cura dello scrittore Dario Malini (Milano 30 settembre 2009 presso la Libreria “Equilibri”)

 Avevo i capelli biondi di Anna Maria Fabiano è un testo labirintico, scomodo, perturbante. Il lettore, aperto il libro, si trova spaesato, immerso tutt’un tratto nelle trame di una storia di cui non sa le premesse. Appare il primo personaggio che, tutto compreso nelle sue vicende, comincia a parlare, seguendo solo i propri tortuosi percorsi mentali: «Un tempo mi chiamavo Carola» sussurra, «Un nome strano che forse non era neanche il mio, o magari lo era solo in parte. Chi potrebbe dirlo, adesso che non so più come mi chiamo e che non ha neanche più tanta importanza… Avevo i capelli biondi in quel tempo. Un bel tempo d’avventure».

Finito il suo monologo, Carola esce di scena.

Si presenta quindi un nuovo personaggio. Anche di lui, noi lettori, non abbiamo a tutta prima altra informazione che il nome: Maria. Come Carola, Maria ci sommerge di storie che non sappiamo inquadrare, riflette su vicende a noi ignote, sorride di minuzie di cui riusciamo solo a cogliere alcune suggestioni. Ci parla da un luogo e da un tempo che non sappiano rapportare a ciò che abbiamo ascoltato precedentemente.

Secondo l’innovativa e rigorosa struttura che Anna ha inventato per il suo romanzo, cinque personaggi si alternano così nella narrazione: ognuno colto nell’atto di riflettere tra sé cercando di penetrare ciò che agli accade.

Come in un giallo dell’anima, il lettore è dunque costretto a ricostruire passo passo, faticosamente, fatti e significati. Non essendogli state fornite sicure nozioni atte a discriminare l’essenziale dall’accidentale, il vero dall’opinabile, è obbligato a non tralasciare nulla, immerso, come capisce presto di essere, in un universo causale in cui anche il più piccolo fatto pare presupporre il tutto e, al contrario, il tutto sembra non poter prescindere neppure dal più piccolo fatto. Così il suo giudizio deve restare a lungo in sospeso anche in merito a elementi che compaiono più e più volte, ossessivamente, nelle voci dei parlanti: la fisicità dei  magnifici capelli biondi di Carola; il mare con i suoi profumi e colori; la mutevolezza delle personalità, tratteggiate da ognuno in chiavi diverse; il torvo nume che, come in un mito arcaico, sembra aleggiare sulla vicenda…

Pagina dopo pagina, il lettore comincia a mettere insieme i tasselli (spesso discordanti, poiché ogni personaggio pare incarnare pirandellianamente una visione differente dello stesso dramma), i tasselli, dicevo, del puzzle di una profonda storia d’amore e d’amicizia che mette di fronte quattro giovani donne, due delle quali (Carola e Maria), in tempi diversi hanno avuto come compagno lo stesso uomo (Manlio). Intuisce via via il tragico collante che ne determinerà la vicenda. Quale esso sia, viene detto esplicitamente solo a pagina 75, cioè esattamente a metà del libro (cosa che la dice lunga sulla geometria che ne governa la struttura).

A pagina 75, dunque, Carola rappresenta davanti a noi il momento in cui confessa a Manlio, suo fidanzato, il suo dramma. Dopo tanta reticenza, la rivelazione le esce quasi in un grido. Dice: «Manlio, ascoltami. Non è per pudore che non faccio l’amore con te. Sono malata. Sono… »

A questo punto, il lettore attento comprende che la strada tortuosa che l’ha portato sin lì era necessaria. Capisce che le mille strade che ha dovuto percorrere disegnavano paradossalmente la via più diretta verso il luogo di dolore in cui è giunto. Che, per dirla in altri termini, forma e contenuto, in questo romanzo, sono tutt’uno e che questa storia non poteva essere raccontata in modo diverso.

Superato questo punto nevralgico, la narrazione cambia manifestamente di registro. Se prima sembravano esserci cinque solitudini e cinque visioni del mondo che si rincorrevano, da qui in poi, le loro voci, come in un antico mottetto liturgico, sembrano trovare una nuova consonanza, forse perché la storia di una malattia ha una sua propria intransigente oggettività che si erge a guida dell’atto di raccontarla.

Scorrono così davanti ai nostri occhi le pagine commosse che raccontano la decadenza della splendida ragazza di nome Carola. Una storia simile e diversa a quella di tanti altri malati. Una storia di lunghi periodi di salute, di repentini peggioramenti e di miracolose riprese, di emarginazione, di solitudine, dell’evidenziarsi dello smisurato fossato che divide il mondo dei malati da quello dei sani.

Una storia corale di amore e di repulsione, di fragilità, di rimorsi e di ricordi. Di gioia di vivere e di desiderio di morte. Di coraggio e di viltà. E di speranza nel futuro che, incarnato nella creatura data alla luce da Maria, si apre infine, nonostante tutto, davanti ai personaggi del libro come davanti al lettore.

Dario Malini, scrittore

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