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Si rivolge a capacità di oriente l’ultima mia tristezza.
Annera il sangue come lamine di argento – della terra promessa niente
di più sa l’uomo – con la tenebra negli occhi del
gabbiano, blu oltremarino – chi riconosce il limite?
Terra, terra dove riluce la punta del falcetto
e torna un suono – chi affastella – a smarrire la nostra misura.
Uomini, è ferita all’occhio di dio
che altro vento arrossa, eterno, la cifra del delirio.
Il nostro delirio, irragionevole palpito.

L’uva matura una luna specchiata nel fiasco,
cade ogni ombra, perduta anche nel ricordo. Abbiamo avuto
amore, un filo perduto di canzone. Abbiamo avuto paura
della nostra fame – la fame distingue l’uomo
dal poeta, quando non ha significati.

Adesso rivedo le tue dita lente che mi sfiorano
le labbra, nelle sere d’estate a domandasi che futuro
ha il canto solo che si levi. Che futuro la
carpa nella peschiera che non
tenterà l’esca mai.

Ma di te, di te più non mi serrano che miraggi,
barlumi,le ceneri che ribevo miste al miele che non ha oramai
il fuoco ininterrotto degli alveari. E non ho
notizia di genesi o i carri ampi coperti
che si chiamano futuro – vanno? Si fermano?
Ahi, corrotto è il mio cuore.

Eppure, ebbra di sorpresa, la mia voce domanda
al glauco sguardo – che ne è dei tuoi santuari che non danno
già spiga né silenzio. Che ne è di un inerte baratro
di gioia dove i nostri bulbi oculari non
offendevano, ma brillavano vivi.

Alzavi in alto le mani e ridavi origine al fischio dei treni,
cacciando il peso di infelici richiami di stelle nude, nude come gomito
contro gomito, fratello e sorella abbiamo dormito, fino a ieri
ma – vedi – il domani è già passato se odi il mio
polso scandire le piane ore –
odi – Non avresti potuto non spezzarti, amore,
è uso antico mietere il grano – così,
in una irragionevolezza tanto indurita da staccare un
grido la pietra, tu ingenuo respiro e lente. Sii la grandezza finanche
di un addio, aumenti la tua follia un’acre notte,
che in te ti immortali, e infinisci.

Elia Belculfinè