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Allegretto andante per trio

Giulio suona e aspetta davanti al portone della casa di Monica.

Monica scende (vestito iperscollato, tacchi alti, una gonna lunga con uno spacco sul fianco. Sopra, una mantellina striminzita per sfidare le brume di novembre).

– Sempre sobria, tu.

– Non ti piace il mio look?

– Mi piace. Qualche volta mi piace anche troppo. Ma oggi non dobbiamo andare da Francesca?

Monica ride e gli fa strada.

Arrivano. Campanello che suona. Ricampanello. Monica cerca in un’enorme borsetta le chiavi, al solito introvabili. Finalmente arriva Francesca. Indossa una lunga camicetta di foggia maschile, bianca, con tanti bottoncini. Mentre si muove, lascia intravedere il suo corpo sottile. Si pulisce le mani usando uno strofinaccio tirolese e li fa entrare. – Ero alle prese con un pesce, dice e li precede nella cucina. Devo fare un po’ di pulizia nel frigo, prima della partenza. Il pesce, eccolo qua (e mette in forno un enorme scorfano) lo dobbiamo per forza mangiare, la verdura anche. Giulio, mi aiuteresti a tagliare i pomodori? E tu, Monica, metti su una pastasciutta.

–  Non ci hai neanche chiesto se avevamo altri progetti.

– Avevate altri progetti?

– Forse.

– Intanto aiutatemi ad apparecchiare!

Rumore di piatti e di mascelle. Pasta al peperoncino. Scorfano e patatine autogestiti  in un forno molto compiacente ed estremamente collaborativo. Cruditées sottilmente affettate.

– Francesca, sei un po’ troppo frugale come gusti alimentari. A noi  piace la libidine gastronomica, commenta Giulio.

– Ognuno ha i suoi gusti. E poi si trattava anche di spazzolar via i resti dal frigo. Domani parto.

– Sì, me l’ha detto Monica. Ma tu pensa! Passiamo assieme tutta la serata, sembra persino che stia  per giungere il gran momento e tu mi lasci nella notte da solo e non mi dici neppure che sei di partenza.

– Te l’avrei raccontato oggi. Oggi poteva essere un giorno significativo. A dire il vero pensavo che saresti venuto da solo.

– È il mio destino, fa Giulio passandole a pelo. Tutte le cose mi sfuggono. Come foglie secche d’autunno mi girano attorno. Volteggiano e io non  riesco ad  afferrarle.

Monica ride. Francesca invece bofonchia: – Il solito letterato. Tutto per te diventa parola. Compiaciuto godimento orosemantico.

Giulio è un uomo di quarant’anni che lavora in una ditta di import-export a Verona. Ha la passione di scrivere. In un’Italia dove tutti sono scrittori, anche lui lo è. Ma Giulio è un letterato fino al midollo. Uno disposto persino a usare la vita per trovare spunti per scrivere. Uno che non riesce ad amare che le sue parole. È fatto così. Orbene, uno scrittore potrebbe anche piacere. Essere attraente per le donne. Ma non per donne come Francesca e Monica.  Sono troppo smaliziate per cadere vittime della fascinazione affabulatoria. Francesca poi è alla ricerca di qualcosa che le sembra mille miglia lontano dalla parola. Di qualcosa di autentico. Però si è innamorata di Giulio.

Monica si alza e comincia ad ammassare a terra dei cuscini. Si toglie le scarpe commentando: – Non ho potuto resistere quando le ho viste in vetrina, ma sono di una scomodità incredibile. Si sdraia a terra. Francesca si siede anche lei vicino e si appoggia al dorso di una poltrona. Giulio si stende nel mezzo. Francesca comincia a carezzargli  le spalle e il collo.

– Che godimento, cinguetta Giulio. Mi ci voleva proprio questo massaggio.

Francesca prosegue baciandogli il lobo di un orecchio, poi continua lungo la linea del collo mentre le mani scendono sul dorso. Giulio intanto declama: – Ce ne stavamo seduti ieri a mangiare e a lanciarci languidi sguardi mentre il cameriere ci girava intorno, zelante, oh quanto zelante! e ci avvinghiava con nuovi piatti, con coppe e bicchieri decisamente inutili e sovrabbondanti, finché la musica che ci stordiva ci indusse a dire basta e a cercare un’uscita che ci mettesse in strada, che ci avviasse a quello che doveva essere l’esito inevitabile e ovvio della serata.

– Ma è la nostra serata di ieri, esclama Francesca. Farabutto. Ti sei scippato la serata e ne hai fatto parole.

– Quello che so fare.

– Parole. Quando la vita è, niente. Prenderne le distanze. Poi, quando si dissecca, quando la puoi impagliare, quando la puoi configgere con uno spillo, come una farfalla, e spiaccicarla sul muro, e così conservarla e guardarla, allora sì, anche la vita ti va bene.

Giulio si alza e si mette a girare per la stanza, poi esclama sconsolato rivolto a una finestra: – Non è sempre facile vivere.

Francesca si alza anche lei e lo segue incalzando: – Ed essere se stessi.

Giulio: – E non farsi del male.

Francesca: – E rischiare di dire le proprie parole. E smettere di recitare un copione vuoto. Un vuoto guscio d’esistenza.

Giulio: – Il solo che io sappia indossare.

Francesca: – Il solo che tu voglia indossare.

Si guardano muti per un attimo come due attori che, finite le battute del copione, non abbiano più niente da aggiungere.

Devi sapere, caro lettore, che disquisizioni di questo tipo non erano infrequenti tra loro. E non approdavano quasi mai a nulla. Francesca rimaneva sempre delusa. Le sembrava che Giulio sfuggisse a qualsiasi confronto. Ed effettivamente era così. Giulio non gradiva quei discorsi. Anche adesso infatti si rifugia provocatoriamente vicino a Monica e, mentre Francesca continua a chiedersi perché non riescano a comunicare, lui ridendo sta dicendo all’amica: – Poche volte ho goduto di un panorama così bello! Adoro le scollature molto profonde. E anche quello che c’è sotto. Seni enormi, da perdercisi dentro. Come un bambino che succhia il latte.

Francesca si avvicina. Si sdraia sui cuscini e comincia ad accarezzare i capelli di Giulio. Lo guarda e commenta perplessa: – Ma non dicevi che ti piacevano i miei seni piccoli e sodi, che ti piacevano le camicette accollate da sbottonare piano piano? Allora raccontavi bugie?

– Non ho mai detto bugie. Mi piacciono queste e quelle. Che colpa ho io se tutte le donne sono diverse? Se ce ne fossero di un solo tipo me ne basterebbe una sola. Così invece sono nell’imbarazzo.

Francesca scuote il capo e si alza perplessa:– Quando devo partire sono sempre preoccupata. Vado a vedere cos’ho dimenticato. D’altronde sembra che non abbiate bisogno di me.

Nella sua stanza fruga tra le cose che ha già sistemato. Intanto arriva Giulio e si appoggia allo stipite della porta. In silenzio la guarda armeggiare nella valigia, poi commenta: – Dunque domani parti!

– È il lavoro, farfuglia Francesca laconica, senza sollevare la testa.

Giulio gira qua e là per la stanza poi, passandosi una mano tra i capelli, prosegue con un certo imbarazzo: – Ieri sera ho perso un’occasione?

Francesca non gli risparmia un gelido: – Se è per questo anche oggi.

Giulio insiste: – Un’occasione che può non ripetersi?

Francesca sorride: – Questo  non lo so.

Giulio la guarda: – Mi è difficile capire le condizioni che poni.

– Io non pongo condizioni.

– E invece ho la sensazione che tu le ponga. Ho questa sensazione. E mi preoccupo. Mi sento inadeguato.

– Inadeguato? Forse. Tu vuoi solo le cose più semplici. E ti proteggi con le parole. Spogli le cose della loro vita perché solo così le riesci ad afferrare. Un uccello impagliato. Una farfalla trafitta. La notte dell’inautentico.

– Francesca, che idee hai di me!

Entrambi, lanciati in un inesorabile botta e riposta, continuano a fiorettarsi con le parole.

Francesca: – No, voglio dirti quello che penso. I colori del giorno ti acciecano. Stringi tra le mani luce e ne fai tenebra. Stringi tra le mani cose e ne fai spezzoni di teatralità. Sei fatto di parole e di celluloide.

Giulio: – Francesca, non sei  gentile!

Francesca: – La gentilezza non ha mai fatto bene alla salute. Lasciami dire. Noi parliamo lingue diverse. Se anche ci avvicinassimo sarebbe come avvicinare due stelle di qualche chilometro. Resterebbe sempre una distanza di anni luce.

Giulio: – Ti dev’essere restato sullo stomaco il peperoncino.

Francesca: – Vorrei cambiarti ma non posso. Nessuno riesce a cambiare nessuno.

Giulio: – Quali sono le tue condizioni?

Francesca: – Non credo tu sia ancora maturo.

Giulio: – Maturo non sarò mai, casomai marcio.

Francesca: – Potresti trovare strade nuove.

Giulio: – Gli spazi iperurani mi spaventano. Sono un terrestre. Diciamo che è la mia dimensione.

Francesca: – Ci sono anche altre dimensioni. Se restituiamo i colori alla realtà, se ci mettiamo nudi… Le cose migliori si fanno quando si è nudi nel corpo e nell’anima.

Giulio: – Nudi si è indifesi. Non sono sicuro che la mia anima ti piaccia.

– Hai paura? chiede (e afferma) la voce di Francesca alle sue spalle.

Giulio continua a contemplare il buio al di là della finestra, poi sussurra: – Forse. Nella vita le cose sfuggono sempre.

– Nella vita cominci e non sai dove vai a finire. È la vita che sfugge di mano.

È il massimo che Francesca abbia mai ammesso. Sorride, e riprende a trafficare con la sua valigia.

La stanza di Francesca è grande e luminosa. Due ampie finestre con tendine ricamate la fanno somigliare alle stanze del Nord assetate di luce. Un letto e un divano completano l’arredamento. A terra una gran quantità di tappeti e cuscini. Francesca passa dalla stanza all’attiguo guardaroba selezionando gli indumenti e fermandosi ogni tanto pensierosa.

Tratto dal racconto L’amore secondo Francesca

(Le parole blu di Marina Torossi Tevini, Campanottoeditore  2010)