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mare-gabbianiViaggio in Bretagna quest’anno, per goderci l’oceano che è sempre per me una grande emozione e per vivere un po’ in Francia. “L’Italia ha un gap notevole con Francia Germania e Gran Bretagna quanto a ferrovie” pensiamo mentre affrontiamo con erculeo sforzo la salita su un Frecciabianca munito di gradini enormi dove dobbiamo con fatica caricare i nostri bagagli. I Tgv francesi sono migliori, il gradino è più basso e ce n’è solo uno, ma meglio ancora sono indubbiamente i treni a livello su cui si può trascinare senza sforzo i trolley. Molti stati li possiedono e offrono ai cittadini un servizio comodo. Da noi non si fa nessun progresso in questo senso perché si dice che c’è poca utenza. Indubbiamente l’utenza sarebbe maggiore se il servizio funzionasse meglio…Trieste poi, finché rimarrà non collegata con gli stati dell’Est, sarà sempre un capolinea mal servito… Stranamente non c’è ancora la maturità per un ripensamento europeo del settore. Per far interagire stati che da soli contano poco nell’equilibrio mondiale…

Siamo nel pieno di una crisi epocale, crisi che metterà fine a un capitalismo allegro che si illudeva che la crescita potesse essere illimitata e che l’aumento dei consumi facesse per sempre da volano all’economia. Queste speranza si sono – direi finalmente – dimostrate assurde e un’inversione di rotta si è imposta.

Tra l’altro viene da chiedersi – visto che la situazione non si verifica da oggi ma da almeno una quindicina di anni – perché  si è iniziato a prendere coscienza solo ora del problema, perché non si è corsi ai ripari per tempo? perché quelli che da anni denunciavano i pericoli della deriva dell’Europa (e globalmente anche se in misura minore di tutto il mondo occidentale) sono sempre stati inascoltati?

Ma un’inversione di rotta tout court sarebbe una follia. Avrebbe costi sociali notevoli e genererebbe inevitabili rivoluzioni. Bisognerebbe fare con intelligenza ritocchi all’esistente, attuare modifiche incisive ma non socialmente devastanti. Mai come oggi si avverte la necessità che ci siano a guidare gli stati delle persone dotate di intelligenza e onestà. Speriamo si trovino da qualche parte.

“Amo la Bretagna per il suo carattere selvaggio e primitivo” diceva Gauguin che a Pont-Aven si ritirò e fondò una scuola di pittura. La Bretagna ha un’atmosfera che incanta gli amanti della natura e quelli che vogliono meditare sul passato della storia umana. Nel Sud della Bretagna, nella zona di Carnac e del golfo del Morbihan, i megaliti si sprecano e ci riportano a epoche lontanissime (alcuni risalgono addirittura a 5 mila anni prima di Cristo). Passeggiamo tra i dolmen e gli allineamenti di Menec che conta quasi millecento menhir disposti in forma semicircolare l’allineamento di Kermario . Vaghiamo nella zona del Quiberon, una penisola di spiagge sabbiose e a Locmariaquer col suo Grand menhir brisé  e la table de marchands, enorme dolmen con camera mortuaria e lastre incise. La zona è ricca oltre che di monumenti preistorici di bellissime spiagge sabbiose e ventose e allevamenti di ostriche.

Affittiamo un appartamentino in un castello ristrutturato che ha intorno uno splendido parco e pur nella sua essenzialità offre tutto l’indispensabile (persino un coltellino apri-ostriche che utilizzo con molta soddisfazione) e caloriferi regolabili in ogni stanza per vincere l’umidità che in Bretagna si spreca, nonostante settembre sia uno dei momenti più favorevoli.

Lontani dalla folla di Parigi, dove siamo rimasti per alcuni giorni, ci godiamo la pace idilliaca di questi luoghi in un andirivieni senza tempo tra spiagge e monumenti.

Intanto continuiamo a discorrere. “In una crisi di questa ampiezza non ci si salva se non si salva il paese e l’Europa… siamo tutti connessi eppure poche volte come ora i particolarismi e la miope rivendicazione dei propri privilegi ha avuto spazio… molti che oggi lamentano i tagli che li colpiscono dimenticano che la loro ricchezza ha beneficiato di aiuti governativi…”

“Bisogna rimediare alla cattiva amministrazione e alla corruzione, risanare il debito, non lasciarlo sbordare tanto, mantenere il difficile equilibrio tra quello che la società senza esplodere può permettersi e quello che sarebbe conveniente… Trovare il giusto equilibrio è sempre il problema più difficile… È il vero lavoro dei politici che dovrebbero farlo con intelligenza e onestà, non perseguendo derive demagogiche come negli ultimi decenni hanno fatto…”

“Ci sono già le derive finanziarie con la gestione dissennata delle banche e la creazione di una finanza artificiale che manda sulle montagne russe la ricchezza vera e le attività economiche… la crisi politica che vede una classe politica sempre più lontana dalla capacità di rapportarsi con i bisogni della popolazione… il montante scontro tra popoli e la montante incomprensione e intolleranza…”

“E anche la gente dovrebbe essere un po’ più elastica, meno attaccata ai propri privilegi, più disponibile a lasciare che le cose cambino un po’ per non scoppiare del tutto… cambiare gli stili di vita, non illudersi che i giochi di prestigio si possano ripetere all’infinito…altrimenti arriveremo al  un botto finale da cui saremo travolti…”

E via discorrendo.

Cammino lungo la riva del mare e penso. Oppure no. Potremmo fare tutto il contrario. Lasciare che la situazione tocchi il fondo, lasciare che tutto si sgretoli e che i paradossi vengano a galla, uno ad uno, perché gli uomini per ipotesi sono ciechi, finché hanno un filo di speranza credono nell’assurdo. Sarebbe bene lasciare che l’altalena della vita precipiti fino in fondo, per poi ridisegnare una società diversa su altre coordinate. Potrebbe anche essere un’idea. Chi potrebbe affermare che questa società egoista e aberrante in cui viviamo sia il migliore dei mondi possibili? Questa società in cui ciascuno persegue con fatica i suoi fini con l’amara consapevolezza che quando a sua volta lui avrà bisogno di una mano non ci sarà un cane a dargliela? Questa società dove le occasioni migliori sono sprecate, le menti migliori fuggono, le possibilità di valorizzare i beni veri che possediamo – come i beni culturali e la ricchezza del nostro patrimonio artistico – vengono trascurate colpevolmente? Chi dice che questo è il migliore dei mondi, questa società dove impera la plastica, dove i rapporti sono basati su equilibri precari e innaturali, dove sanità e vecchiaia sono un incubo? Chi dice che sia un bene che tanti ragazzi restino così sottoccupati in una scuola che li impegna molto poco e in attesa di lavori inesistenti? Oppure, fenomeno ancora più aberrante e così presente nel nostro mondo, debbano diseducarsi della moralità che forse hanno appreso a scuola impiegando le loro energie intellettuali per imbrogliare il prossimo a favore degli interessi di grandi compagnie bancarie o assicurative o di trust commerciali? Ripensare il concetto di educazione e di lavoro si impone…

Le Mont-Saint-Michel ci accoglie in un giorno di sole. La luce gioca tra la sabbia e l’abbazia al solito appare come un miraggio, un castello incantato. Con una navetta attraversiamo lo stretto ponte che ci conduce all’abbazia. È bassa marea e parecchi (accompagnati da guide per evitare le sabbie mobili) camminano qua e là sul fondale di sabbia cercando conchiglie e molluschi. Penetriamo attraverso porte fortificate e attraversando tre cerchie di mura nel borgo, poi saliamo per la Grand-Rue alla volta dell’abbazia tra negozietti ristoranti e creperie affacciati sul mare.

Il complesso dell’abbazia è enorme e si è sviluppato nei secoli. Attraversiamo lo splendido chiostro con colonne sottili e rilievi incisi nella pietra di Caen, il refettorio, la sala degli ospiti e quella dei Cavalieri e infine emergiamo sul cammino di ronda che attraversa gli antichi bastioni con un occhio agli scorci sulla baia e alle costruzioni aggrappate alla roccia. Ridiscendiamo e ci fermiamo a mangiare in un ristorantino gestito con efficienza  e velocità incredibile da maestranze cinesi.

Il pranzo è solitamente occasione di conversazione ma qui la velocità è tale che non facciamo a tempo neppure ad iniziare a parlare. Ci ritroviamo a scendere in un fiume di folla verso la navetta mentre mio marito ammira le opere ingegneristiche che affiancano la penisola.

Chi ci dice che anche con minori risorse e con una diversa distribuzione dei compiti, con un diverso concetto di lavoro di guadagno e di vita non si vivrebbe meglio?, continuo a pensare mentre mi infilo nella navetta a due teste che percorre la stretta lingua di terra. In fondo molto sarebbe da ridiscutere. Cos’è il lavoro? Un dovere un diritto una scelta una consuetudine una realizzazione di sé? Molte cose dovremmo ripensare, anche alla luce di quello che accade nel mondo, perché non c’è spazio in questa realtà globalizzata per localismi, non c’è proprio spazio

Mio marito guarda sulla macchina fotografica le belle fotografie del castello di Josselin, con le sue torri rotonde che abbiamo visitato attraversando la parte interna della Bretagna. Luogo di leggende e di incantesimi, di mago Merlino e dei Cavalieri della tavola rotonda. Ci vorrebbe anche ora qualche Lancillotto, penso, qualcuno senza macchia e senza paura che si avvii tranquillo nella foresta di Paimpont e nel bosco di Broceliande e imbocchi la Val sans retour da cui non si esce se non immacolati. Politici così ci vorrebbero. Ma la società produce quello che sa produrre. Tutto è in funzione dell’utile. Tutto ridotto ai minimi termini. Gli uomini hanno dimenticato di sognare, di sviluppare la loro creatività. Hanno dimenticato la bellezza di essere persone oneste…

Con un po’ di buona volontà si troverebbero delle soluzioni. Ma la scuola dovrebbe essere ben diversa da com’è oggi. E anche le alternative professionali dell’oggi con creatività e immaginazione potrebbero essere messe in discussione… se ne potrebbero inventare di nuove che meglio soddisfino le esigenze della società (tutti sappiamo quanti settori siano carenti, perché non si incrementano quelli?) L’individuo dovrebbe pensare allo studio e al lavoro non come a una prospettica fonte di profitto, ma come a un luogo di realizzazione e di scoperta… Insomma un mondo più idealista e più felice…

Ma forse l’uomo è ormai diventato, come appare nelle sculture che abbiamo visto campeggiare nelle gallerie che fiancheggiano i negozi degli Champes Eliseés, un individuo in giacca e cravatta col cappello e la ventiquattrore in mano ma senza il tronco, il cuore, senza un’anima. Belle sculture che anni fa avevamo ammirato a Saint Paul de Vence.

Siamo diventati così? Chi ci ha reso così per il suo profitto?

Non è difficile dare una risposta e forse iniziare il (non facile) cammino inverso…

Da Note di viaggio al tempo della crisi di Marina Torossi Tevini