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Hilde_Domin_intro_02[per gentile concessione di Del Vecchio editore]

Trad. Ondina Granato

“Perché scrivo? Non era qualcosa di previsto. Non doveva accadere.
Non si vivono tutte le vite che si potrebbero vivere. È accaduto.
Non c’è nulla che si possa rivivere a ritroso. È la mia seconda
vita. Tutti sorridono, quando lo sentono, come se si trattasse di
una metafora. Quando vedono le mie foto tornano subito seri.
Perché io sono due persone. Quella di prima e quella da allora in
poi. Non mi ero prefissata nulla, è accaduto, come quando uno
viene investito da una macchina. O come l’amore. Non lo si programma,
accade. – Ho scritto una poesia, – gli dissi. Forse era
mattina. Probabilmente mattina. – Tu non scrivi poesie, – rispose
lui sprezzante. – Fino a ieri, – dissi io cauta. – È come se il gatto
cominciasse improvvisamente a parlare, – ribatté lui. – Quindi è
così facile, – continuò infastidito […]. – Perché, – dissi io, – cosa
è così facile? – Scrivere poesie, – disse lui. – Non l’avevi mai fatto.
È una poesia. – E con questo sbatté la porta alle sue spalle.
Quando sentii sbattere la porta, capii che era una poesia.»

A CHI TOCCA
Colui a cui tocca
viene sollevato
come da un’enorme gru
e posato
dove niente ha più valore,
dove nessuna strada
porta dall’ieri al domani.
I bottoni, i gioielli, il colore
vengono spazzati via dai vestiti
come da una scopa.
Poi viene spogliato
e messo in mostra.
Mani ostili
toccano i fianchi.
Viene fatto cuocere
sotto pressione nelle lacrime
finché la carne intorno alle ossa
si fa morbida
come nelle cucine lente del tempo.
Viene passato nei più fini
filtri del dolore
e setacciato da crudeli
stracci,
che non fanno filtrare nulla
e sui quali rimane
l’ultimo granello
di orgoglio.
Viene scelto
e punito
e deve mangiare la polvere
su tutte le strade dell’inganno
dai piedi di tutti i delusi,
e poiché è autunno
il suo sangue deve
concimare le grandi viti
e proteggerle dal freddo.

A volte però,
se è fortunato,
ma senza un particolare
merito,
così come non viene esposto
per una evidente colpa,
ma solo perché era a portata di mano,
viene
graziato
dalla sconosciuta
e potente istanza,
se si fa ancora in tempo.
Allora viene riscoperto
come un continente perduto
o un crocifisso
in una cantina sepolta
dopo un attacco aereo.
È come se venisse azionato uno scambio:
il suo non avere luogo
viene agganciato
all’antico paesaggio,
come si attacca a un treno
un vagone
da un binario morto.
Sotto il portone arcobaleno
un affettuoso ieri
colmo di futuro
lo riconosce e spalanca le braccia
per accoglierlo
in un determinabile giorno del calendario.

Il gatto con sette vite,
una lucertola o una stella marina,
ai quali ricresce il pezzo
perduto,
un verme tagliato,
niente è tenace quanto l’uomo
messo sotto il sole
di amore e speranza.
Insieme al marchio a fuoco
e alle cicatrici delle ferite
svanisce la paura.
Al suo spoglio
albero della gioia
spuntano nuovi germogli,
anche la corteccia della fiducia
lentamente ricresce.
Si abitua alla nuova
immagine negli specchi,
scavata,
olia il suo viso
e riveste l’impertinente
scheletro
con un altro strato di grasso,
finché per gli altri
non odora più di estraneo.
E senza farsi notare,
magari per un giorno di festa
o un compleanno,
non siede più
solo sul bordo
della sedia offerta,
come se fosse in fuga
o come se
avesse le gambe tarlate,
ma siede
coi parenti al tavolo
ed è a casa
e quasi
al sicuro
ed è felice
dei regali
e ama ciò che è prestato
più di ciò che è posseduto,
e ogni giorno
per lui è
un sorprendente “qui”,
così splendidamente semplice
e limitato con chiarezza
come lo spazio
tra le penne
spiegate
di un uccello in volo.
La spaventosa pausa
della prova
sprofonda.

Le barriere
di tutte le frontiere
sono di nuovo mosse alla luce.
Ma la sostanza
dell’io
è diversa
come il metallo quando esce dalla fornace.
O come se fosse caduto
in piedi dal decimo o dal ventesimo piano
– la differenza è minima
in un salto mortale
senza rete –
nel mezzo di Times Square
e fosse sfuggito
appena in tempo
prima dello scatto del semaforo
ai musi delle auto.
Una certa leggerezza
gli è rimasta,
come a un
uccello.

Ma tu
che lo incontri
su ogni strada,
tu che con lui
dividi il pane,
chìnati e accarezza,
senza schiacciarlo,
il delicato muschio a terra,
o accarezza il piccolo animale,
senza farlo tremare
per la tua mano.
Appoggiala protettivo
sulla testa di un bambino,
falla baciare
dalla tenera bocca
degli amanti,
o tienila
sotto un rubinetto,
sotto l’oro corrente
del sole del pomeriggio,
affinché diventi trasparente
e del tutto inutile
ai gesti
per costruire
il filo spinato dell’inferno,
che sia pubblico
o intimo,
e perché non possa mai dire,
quando il panico
distribuisce le sue terribili armi,
“anche a me”,
e perché
non debba mai ricevere
la spada
che trapassa gli altri
come fossero
di schiuma.
E che lei mai,
neanche una sera,
torni a casa
come un cane da caccia
con un fagiano
o una piccola lepre
come vittima del suo istinto,
e mai appoggi per te
la pelle di un tuo simile
sul tavolo.

Affinché,
quando l’ultimo giorno
giace davanti a te
sulla coperta,
come un pallido fiore,
sfinita
ma non così leggera
non così pura,
ma come una mano umana,
che è stata sporcata
e lavata,
e di nuovo sporcata,
tu la possa ringraziare
e dirle
addio,
mano mia.
Sei stata un dolce
legame
tra me e il mondo.

testi tratti da Con l’avallo delle nuvole

Hilde Domin

Figlia di un avvocato ebreo, Hilde Domin nasce nel 1909 a Colonia con il nome di Hilde Löwenstein. Tra il 1929 e il 1932 studia a Colonia, a Heidelberg, a Bonn e a Berlino, specializzandosi in scienze sociali e filosofia, con maestri come Karl Jaspers and Karl Mannheim. La situazione politica la spinge a emigrare a Roma insieme a Erwin Walter Palm, studente di archeologia e scrittore, che sposerà nel 1936. Allo scoppio della guerra si trasferisce dapprima in Inghilterra e, successivamente, nella Repubblica Dominicana, dove vive per 14 anni, prima di ritornare in Germania nel 1954. La sua poesia è spiccatamente antimetaforica e caratterizzata da un vocabolario semplice e colloquiale che, nella sua rarefazione e semplicità incontra il magico, procedendo prevalentemente attraverso processi evocative. Hilde Domin è stata insignita di tutti i maggiori premi letterari tra cui il PREMIO RILKE, il PREMIO HOELDERLIN e il PREMIO NELLY SACHS. Libri consigliati Con l’avallo delle nuvole, Alla fine è la parola