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 francesco-de-girolamo

Commuove questo libro di poesie, come il silenzio di Socrate, la nonviolenza di Gandhi, la risposta “Io sono nessuno” di Ulisse a Polifemo(Omero), i dieci “I would prefer not to” di Bartelby lo scrivano (Herman Melville), la diversità del principe Myskin (Idiota di Dostoevskij), la clausura di Emily Dickinson e la rinuncia, l’assenza e il rifiuto di tanti altri personaggi nella letteratura e nella vita. De Girolamo li conosce di sicuro tutti e ha voluto cantare quest’atteggiamento interiore, semplificato nelle dimostrazioni in piazza col motto: not in my name! Sono no lontanissimi da ogni forma di nichilismo, di fuga o di malattia, mentre rientrano nella categoria della resistenza e dell’opposizione ad una condizione generalizzata d’ingiustizia, ad un andazzo indecente e a una situazione intollerabile. Sono di fatto un sì ad altro e a quanto valorizzi la dignità umana. Come De Girolamo canta in Paradigma, la poesia che giustamente dà il titolo all’intera plaquette. Qui il tu ha la maiuscola e i riferimenti rimandano al Dio incarnato (un raggio e un’ombra tesi su una croce), cantato come Negazione; alla luce di questa essenza il poeta ha potuto capire se non tutto, almeno parte del mistero: ciò che sembrava gelo e era fuoco:\ciò che sembrava il nulla e era il cielo:\ ciò che sembrava il cielo e era il frutto\ dell’albero del tempo chiuso in poco\più di una stanza, in cui tre cuori soli\ vinsero la partita, il giro e il gioco. Ma questa poesia è collocata quasi alla fine del libro, come conquista ultima di una seconda parte, che raccoglie gli inediti dal 2002 al 2009, versi che nascono da una posizione del poeta, diversa da quella della prima parte: ha già attraversato l’inferno, ha esaurito il veleno del grido e ha asciugato il sangue delle ferite. Nella prima parte, invece, il poeta è imbrattato di sangue, con la ferita del tutto aperta e non si sa, se uscirà da tanto male.

La commozione deriva non tanto dal contenuto (dire no è facile e per alcuni bimbi costituisce la prima parola, più corta di mamma), quanto dal come di questo canto: il ritmo della parola, del verso e della poesia; il suono dei pensieri e delle immagini, identici ai momenti più veri dell’intimità di ognuno con se stesso; i battiti del dolore sull’epidermide e la luce dei concetti nelle stanze più buie della solitudine. Commuove la condivisione e il suo canto. Commuove il poeta fra noi. Commuove l’amore per noi, difeso con il muro del no.

Fin dall’inizio, in Mentite spoglie, la condizione di partenza è lacerante: la negazione e il no, cantati come un passo di danza inedito, un passo sospeso, senza battute, solo pause in una circolarità ossessiva, un’azione che trova la sua affermazione, negandone un’altra. Se fosse un gioco per finta, sarebbe fichissimo, da divertirsi, ma è il canto del nostro esserci e fa tremare da quanto è vero. Quello che commuove non è tanto la lucidità della constatazione dell’essere come non essere, già presente nella domanda amletica (Shakespeare), quanto l’intensità della relazione dell’io con il tu. E’ una negazione come passione e si coglie nei versi la forza del desiderio e dell’attesa di un tu: tiepido cielo senza vento, capace di aprire la porta stretta e segreta e di sollevare dall’abisso voluttuoso del mio nulla.

Quando la relazione col tu si realizza, l’io applica all’altro le categorie della negatività e utilizza la presenza del tu, per afferrare l’in sé: la consapevolezza piena e il conseguente bagaglio di sentimenti, motivo del canto. Avviene lo stesso quando il tu si chiama Dio: il rapporto tra umano e divino è così impari, da risultare insostenibile e la distanza tra i due è così incommensurabile, da provocare disagio e dolore alla massima potenza. Paolo sulla via di Damasco sembrava morto e prima di lui Mosè si coprì il viso col mantello davanti al roveto, per paura di morire. Francesco fa lo stesso e chiede come Ultima Grazia la Sua assenza, per non morire.

La relazione col tu è dominata dalla negazione, quando il tu ti trova, non ti perdona di esserci e di saper entrare nel suo cuore…senza avere paura; una relazione che non può che finire: il tu si allontana sette volte, trafigge con l’indifferenza, costringe l’altro a condurre con sé\ la mano e il respiro della morte e lo cancella dal gelo riarso della sua anima. Spesso la poesia coinvolge il tu nell’ amicizia e nell’ amore, invece questi sono versi del non essere, del voler non essere così, quando l’essere è dolore, sofferenza e morte. Sono versi di smascheramento, un rifiuto dell’apparenza e di tutto ciò che risplende, giudicato mutevole, nulla, leggero e lontano. Il nulla è riconosciuto come condizione, destinazione e destino e il poeta non può che cantare il suo grido contro. Il rapporto tra essere e non essere, essere e avere, presenza e assenza potrebbe sembrare un gioco di bravura linguistica, se non costituisse, invece, l’espressione in musica del mio mite calvario quotidiano. Queste poesie non nascono da un atteggiamento elitario, o da un vezzo esistenziale, ma da una quotidianità, vissuta come condanna, le cui radici sono saldamente piantate nella condizione umana: solo la lontananza e il non esserci da parte del tu scatena l’inseguimento verso lui o lei, come fa il cane con il suo osso\che gli spezzerà i denti. Sono versi così forti, assoluti e determinati nella scelta del no, da vomitare crudeltà, come in un inferno dantesco, come spari di mitraglia, in risposta alla violenza ricevuta: e non seppellirti nel cortile\per ricordarmi di te\il giorno che avrò fame.

La scelta della relazione col tu, la realtà più importante e costante, nonostante il pensiero informi sulla natura negativa dell’essere, viene rivelata dalla struttura stessa della poesia, basata su un canto bipolare, dialogico fra io e tu, essere e avere, il tuo risveglio e il mio risveglio.

Nella sua anima senza maschere, il poeta canta il desiderio, che, pur agghiacciato dalla realtà, è capace di gridare forte una meravigliosa preghiera: fammi giocare col fuoco…fammi crescere indietro\verso l’altro “me” vero.

La vita chiede al poeta ( o il poeta domanda a se stesso) poesia, seme di un’alba\remota, mai sorta e lo consiglia di proteggersi dagli elementi distruttivi dell’esistenza, per essere davvero poeta: il cucciolo inerme\della tua rinnegata eternità. Per rispondere a questa domanda e assumersi le sue responsabilità, al poeta non resta che passare da qui, dalla realtà della propria condizione, uguale a quella di tutti gli esseri umani, accettare di non sapere, aprire le braccia verso il vuoto, riconoscere la sua solitaria diversità e aspettare la luce\che non ferisce: il canto del “Ci sono!”

Il presupposto del passaggio, attraverso questo essere-non essere, è l’ascolto del desiderio di rinnovamento, che spinge il poeta lontano dal già stato-finito-morto, anche se la luce verso cui tende è ignota. Il motivo del canto è la capacità di vedere, guardare e indagare il segno e il senso delle cose, fino al soffio di vendetta dentro il suono del vento, che accarezza i rovi spenti di biancospino. Il risultato del lavoro poetico è l’attesa e l’incontro con la propria anima e con quella del mondo, stella ferita d’oscuro, a cui o per cui il poeta chiede consolazione: eco, ombra, onda, sogno. E’ possibile? Quando? In un tempo acceso, arretrato, esploso nel volo. E si può indicare il luogo dove avviene? Nel nido del corpo del mondo. E ci sarà un chi, un tu, che porterà novità al canto? Sarà un chi non atteso. E quali saranno gli elementi di novità? Ciò che sono sempre stato\il vero nome che ho dimenticato. Il nuovo arrivo, inaspettato, aiuta il poeta a ricordare e a dimenticare dolcemente: una pace battagliera, per riconoscere e riconquistare il nulla. Quante altre domande sollevano questi versi! Il riconoscimento e la riconquista del nulla avvengono attraverso l’accettazione? Sono l’accettazione e la consapevolezza nei confronti della realtà, uguale al più freddo inverno, a determinare l’arrivo della primavera? E qual è la primavera per il poeta?

La poesia Inverso può essere letta anche come una risposta ai precedenti interrogativi: riuscire a cantare il proprio io, come vuole la musica della singolare e personale unicità; un a solo di una voce coltivata e perfetta.

L’esistenza per il poeta è perdita dell’ombra della luna, dell’impeto dei passi controvento, dell’anello, delle ali, del volo; la sua esistenza è pelle lieve tra le spine, ma le sue unghie sono armate di coraggio, a forza di aspettare, sospirare e gridare la disperazione. La sua esistenza è come la sostanza di quella di tutti, ma il poeta è consapevole del nulla, che impera dentro e fuori, ne soffre fino alla disperazione, ma gli basta scorgere un ramo dietro i vetri, per avvertire la voce della possibile gemma ardente e della futura calda rosa. Il coinvolgimento nei confronti della natura deriva da una sete indomita e operosa, che lo aiuta a immaginare non solo la trasformazione del ramo, fuori di lui, ma anche il passaggio e la metamorfosi del suo personale pianto in musica: il verso, il canto. Lo sguardo del poeta è in grado di vedere tanto i riverberi di una sospensione nuda tra buio e luce, come luogo delle preghiere, quanto il dio che le riceve: un dio che arretra, si cela, nasconde la croce, non ci sta alla bugia sul suo regno, seppellisce le sue tracce e ogni suo segno. Un Deus absconditus di Pascal, gettato nella condizione del no, come il poeta, il quale usa toni di accusa nei confronti del tu divino, responsabile del suo dolore, anche quando perdona. La soluzione e la pace non stanno nel perdono, bensì nella consegna da parte di quel tu della verità interdetta, lasciando che il poeta la confondi con la sua ferita, definita fertile per la possibilità di trasformazione del pianto in canto da parte del poeta. Riuscire in quest’intento per il poeta significa morire in pace; una volta cantata al mondo la verità interdetta può consegnarsi tranquillamente alla morte in un pietoso mattino di dicembre, come vittima sacrificale, come cavia tende il petto al sacrificio. Paradigma dell’umanità, per il poeta, come per ogni vivente, sarà il ritorno nel non qui mai svelato. L’ inizio di un’altra vita. E vivere è la poesia.  

Marilena Menicucci

PARADIGMA

Ho tra le mani il segno che Ti chiesi
quando avevo perduto sguardo e voce:
un raggio e un’ombra tesi su una croce,
e le mani ed i piedi ancora illesi.

Tu hai abitato invano il mio silenzio
quando non eri più nella mia casa:
non era più la mia, per quanto invasa
d’ogni traccia di Te che avesse senso.

E Tu non eri che follia lucente
che suggeriva all’anima accecata
di attraversare quella morte data
per dono, nell’alba imminente.

Non eri più la via, per quanto certa
fosse la strada che mi conduceva
dove la luce, corpo si faceva,
su per l’ascesa faticosa ed erta.

Tu, Desiderio dei presentimenti,
apparso e poi svanito chissà come;
Tu, Negazione dei miei pentimenti
e Pentimento d’ogni negazione.

Non ho che Te per riafferrare il tutto
nella Tua concrezione d’apparenza,
in volti e luci che nella Tua essenza
hanno sgorgato il sangue senza lutto.

E lacerato il velo del Tuo gioco:
ciò che sembrava gelo ed era fuoco:
ciò che sembrava il nulla ed era il cielo:
ciò che sembrava il cielo ed era il frutto
dell’albero del tempo chiuso in poco
più di una stanza, in cui tre cuori soli
vinsero la partita, il giro e il gioco.

(Francesco De Girolamo, da “Paradigma” – LietoColle Libri, 2010)