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LE CAMERE ATTIGUE di Rossella Maiore Tamponi,
edizioni del Foglio Clandestino di Gilberto Gavioli,2010

Dire che questo è un libro da leggere, è un po’ assurdo.
Tutti i libri sono scritti per essere letti. Ma non tutti – specialmente quelli di poesia – meritano lo sguardo di un lettore attento e appassionato. Che pretende giustamente di emozionarsi, riflettere anche, provare la sensazione di non aver perso il suo tempo a decifrare parole di vetro. È molto appagante scoprire, tra il mucchio di queste parole macinate in mille modi sulle pagine, quelle che “entrano” davvero dentro di noi senza artifici, ma con grazia, pudore, sobrietà, consapevolezza. E poi tutto questo, diventa una sintesi indefinibile, un qualcosa che i giapponesi chiamano iki: è il fascino sottilissimo emanato da qualcosa, e che ha il potere di persuadere.…
Rossella Maiore Tamponi emana, dai suoi versi, questo iki. La sua poesia, già dal suo primo libro LE CAMERE ATTIGUE mi ha conquistata e sa conquistare chi, come me e tantissimi altri, di poesia autentica è sempre in cerca; e ancor di più mi ha definitivamente conquistato il suo libro inedito che ho avuto il privilegio di conoscere e che lei intitola esplicitamente RISPONDI (di cui qui avremo qualche esempio in anteprima).
In fondo Rossella si pone e ci pone domande esistenziali “di una quotidianità irrisolta – come scrive Francesco Scaramozzino nella sua bella postfazione – tradotta da uno sguardo fermo e penetrante che per questo appare a tratti sospeso quasi soprappensiero”; domande di una persona femminile che, dalla sua esperienza di ragazza innamorata, poi donna e madre, crea un mondo poetico traversato dall’inquietudine e dalla sofferenza che ha l’urgenza di alzare veli sul taciuto e il rimosso, in attesa di “capire”, ripercorrendo sentimenti e comportamenti, di sé e dell’altro, e forse anche di accettarli, così come sono o sono stati. Ma si sa che ogni risposta è già contenuta nella domanda e si nutre di provvisorietà, di mutevolezza, come il tempo che l’attraversa.
Sono molto curiosa di sapere se anche le lettrici e i lettori in genere che approdano su questa bella e stimolante Via condividano il mio parere. Se, ad esempio, amando la poesia di Antonella Anedda, concordino a indicare in Rossella una poeta che ne segue, nel suo stile personale, le tracce spirituali e tematiche, e quindi una certa atmosfera…

Un ringraziamento particolare lo rivolgo a Gilberto Gavioli, editore e promotore del suo Il Foglio Clandestino, che si dibatte orgogliosamente e coraggiosamente per mantenere alta la qualità delle sue scelte, proponendoci, a costo di mille sforzi, la sua rivista e libri belli come questi.

LUCETTA FRISA

Abitare

questa casa ci ha scelto con un filo di Arianna
al primo ingresso sprigionava già il nostro odore

i più potenti ricordi c’erano tutti
giocavano a nascondersi negli angoli,
fra i cardini delle porte-finestre, disposti
ad essere scovati uno per volta;

abbiamo stuccato le crepe, sparse
lampadine nuove, vestito

intimità con tende chiare

Recapito

spero tanto che tu
non abbia perso il mio indirizzo,

imperdonabile
per l’unica persona che mi scrive
ancora lettere di carta

nient’altro riesce ad essere più vuoto
delle cassette postali,
il più crudele languore abita lì

Brevi conversazioni

II

raccontavi del tuo ultimo viaggio,
di un programma alla radio,
ti soffermavi un minuto
sulle vicende dell’ultimo passante
io archiviavo con un certo disimpegno
ogni notizia

– l’inverno è andato –
hai commentato alla fine
citando l’insistenza delle prime calure,
io captavo dai vetri
un lancio pirotecnico di uccelli
dall’albero di alloro e

non ho sentito le ultime parole

tutto è così fragile e scevro,
queste conversazioni esili come
zampilli difettosi di fontane
smangiucchiano la vita,
l’angolo della sorgente è ovunque
e in nessun volto

le soglie

in fervidi giochi di porte il tempo
modella e segna l’anima così
come si incide il crinale della chiave

il dolore
spalanca con pedate sorde

l’amore
col fruscio della serratura

Interno 7

ora, che hai ricominciato a fare il pane
arrivano i bambini tutti insieme,
la fragranza ha dilatato i muri e divelto le porte,

le forme riposano un poco sopra
il tavolo caldo, le tue mani affondate
nel lievito vivo sono bianche per sempre

Interno 21

in ogni stanza dove siamo stati
non ho saputo posare il mio bagaglio
tu avevi solo le mani
e hai decorato tutte le pareti
hai dato una cornice alle aperture

visitatrice di soli corridoi
turista di corsie per ospiti distratti
per chi teme di perdersi qualcosa
e inala infine soltanto umori d’ansia
ho cercato alloggio ad ogni ostello già occupato
dalla nuda sagoma di un’altra

le attese, amore, sono mannaie alla vita,
che mi strappi di mano quando mi avvicino

Interno 25

I
spleen

le luci di casa sono riflesse sul vetro
come un’inerzia di origine oscura
con una pioggia costante partita alla notte:
niente si dichiara pronto a mostrarsi
e ogni cosa qui è pagata in accidia

ciascuna tessera del pavimento è disposta
a cedere un freddo di marmi pregiati
cavallerie di pneumatici attenti alla strada
e fragorosi
livellano i minuti a mucchi

e io sono piatto, supino sul pomeriggio
come su un’asse d’abete al confine del campo
recinzioni, parentesi annotate a grafite,
calendari stilati a mani troppo libere
e cordoglio, cordoglio da prefica spenta
per avere assassinato i giorni a colpi di scarpe,
di impronte

II

le parole che ci scambiavamo
mutarono di colpo in verde esiguo
un verde come la sete
dissimulata dalle tamerici.

uno spezzarsi, un’ombra
costellata di punti.

c’è sempre un giorno da salvare
nascosto nel folto
e una parola da scovare negli antri,
dentro l’ attimo d’anima blu
di un frammento di zolfo

Interno 37

Dormo sul bordo del letto, non ho di che alzarmi,
lasciate aperta la finestra di fronte anche quando piove
(il transito di nuvole sul tetto è tutto il cielo che ho),

posate con riguardo l’acqua del bicchiere accanto a me,
vicino a un fazzoletto di cotone,
tutto ciò che si muove in questa stanza
sono vecchie lancette sopra la parete.
E’ buono e giusto
che io non veda più specchiere all’anta degli armadi.

Il quadro è leggermente storto, la mia metà del letto
è sempre calda, il tuo cuscino da due anni giorno e notte
resta gonfio.

Mansarda

so di me
che annuso il fumo degli incendi
da molto lontano

a chiunque appartenga la casa più alta
il suo bruciare mi riguarda:

questo lento imparare
la lingua del fuoco
è sul sentiero

non ricordo nemmeno
paure dell’altezza non so

dipingere l’amplesso
del cielo e i suoi palazzi
e la sua accoglienza

di nubi indecise
per l’angolo retto del mondo

Inediti

( Ricoveri I )

Tradimento nuore

campeggia dentro un grido impastato
a rigare il corridoio vuoto.

Tradimento nuore.

A labbra strette la donna che
mi dicono, che chiamano Maria

sfiora le chiavi del Giudizio.
Qualcuno si avvicina e le parla.

Resto all’esterno della stanza
e mi rannicchio

dentro l’interruzione del grido,
come la morte e la salma nelle brevi

pause dei rosari.

( Ricoveri III )

Le bambine sistemano coi sassi la bottiglia
assicurandola al greto, mi chiedo se
possa considerarsi un’ospite o un’intrusa.

Il primo luglio i carpini
governano le ombre anche per noi
ed è un istante quello al quale l’acqua
sembra rivelarsi per la prima volta.

Domani – Nora –
sospingo i ciottoli e le foglie
verso il bordo del letto, lo giuro

sopra i nomi degli alberi che cerco di imparare,
gli infermieri resteranno stupefatti dal fresco
e spegneranno la ventola, e tu
non mi dirai degli orecchini quanto sono belli,

ma immergerai le tue caviglie allontanando la sedia
che mi hai intimato di lasciarti accanto,
nel partire.

(Ricoveri IV)

Oggi sono tornata,
a rimettere a te,
dopo un’ora o poco più della mia assorta presenza,
tutta la solitudine di cui l’attesa può essere capace.

Sopra l’armadio
c’è un biglietto con un marchio di lavanderia,
come se fosse così semplice
tenere immacolati i ricordi dentro due sportelli.

Nora,
non riesco a sfoderarti nemmeno i miei sorrisi indecisi,
io stessa
sto ripiegata sotto il ramo di ulivo benedetto
che qualcuno ha appeso con un nastro alla maniglia.
La finestra socchiusa
svelle un celeste beffardo.

Ma non ti preoccupare,
non è che le pareti siano spoglie e senza foto,
non è che il sacro cuore del Cristo disegnato
finga le intermittenze con il kitsch di un ex-voto,

non è ch’io sia distratta e mi crogioli
nei rantoli della mia fiducia.
E’ solo che hai gli occhiali sporchi,
foschi d’impronte.

Nota dell’autrice

Ho cercato un percorso di osservazione e contemplazione, per tener presenti le storie nei colori e nei contorni.
La complessità delle convivenze e delle relazioni nasce dalla miopia con la quale si perdono le linee davvero essenziali del vivere di ognuno, e del morire.
Cercare di entrare nelle stanze con la chiave,ascoltare, tradurre. Interpretare le storie porta il rischio del giudizio. Il traduttore autentico si mette in gioco
penetrando, e non semplicemente volgendo.
Il mio non è solo, e non tanto, un lavoro sull’isolamento nel vortice della vita urbana. È una riflessione sulla possibilità dell’ascolto, anche al di là
del comprendere realmente, avvicinare o stabilire legami. È un lavoro sulle sfumature della consapevolezza.
Le singole esistenze sono miniature di fronte alle quali si possono risvegliare lo stupore e l’attenzione, perché in ogni casa, nelle fogge più diverse, c’è un
capolavoro o qualcosa da salvare.
R.M.T.

Rossella Maiore Tamponi è nata a Tempio Pausania nel 1968. Laureata in Scienze Politiche vive e lavora a Genova. Suoi testi sono stati pubblicati in alcune antologie.
E’ impegnata in una dimensione di ricerca orientata verso dialoghi, versioni e afflati tra poesia, immagine, teatro e musica. Questo libro è la prima pubblicazione di un’opera completa.