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DISARMARE LA TRISTEZZA
silloge poetica
di LUCETTA FRISA

Le pietre

Lei ama le pietre
stelle di aeree geologie
precipitate qui dopo il patire
dello scontro tra ghiaccio e fuoco.
Se le guarda
dimentica il passato
di versi e di dolore.
E poi si siede
in salotto a chiacchierare col presente:
oh tu che sei fatto di scenette – gli dice –
tutte staccate, di idee e scodelle fragili riempite e svuotate
cicche spente di solidi sigari pensieri
e tacchi sfatti rifatti fazzoletti e sogni
sporcati rilavati apri e chiudi di ombrelli e libri
sali e scendi dal bus
(e così per millenni fu e sarà) oh tu con me
e io con te
pietre o stelle
precipitate.

Le stelle

Ama le stelle
perché s’inventa le cronologie
tra astri e uomini, chiude gli occhi
e vede nel suo cranio una scintilla
un punto lontanissimo forse
tra collo e nuca
– l’origine?
Se il desiderio nasce da un cielo vuoto – pensa –
è insaziabile la malinconia.
Si ricorda che da bambina inseguiva lucciole
voleva toccarle, metterle in bocca.
Si affaccia ancora al balcone
in certe notti illuminate dalle stelle:
le ama senza più fame di sapienza.

Gli animali

Ama il cane il gatto gli animali
perché il mistero ama
delle creature vive che non parlano
standoci accanto
sapendo solo guardarci legarci
all’unico abisso
di una storia senza storia:
ama
i loro sani universi
ignari della mente rovinosa
degli umani,
la loro divinità
irraggiungibile – orgogliosa –
fatta di pelo e piume.


Il vento

Ama il vento
(è facile amare il vento, chi
non ama il vento che incrocia
i doppi sulla stessa strada
non analizza, non sogna, è bestia folle?)
Facile amare il vento se
si ama ciò che di colpo muta annichilisce
talvolta si rialza più strano. Se si ama
la voce dei morti se il disegno
si ama dalle linee infrante i frammenti
dei poemi, dei vasi rotondi,
gli assedi tolti di colpo, l’asse spezzato
della superba bilancia e l’improvvisa
carezza dopo lo sfregio mortale.
Ma lei ama veramente il vento solo di notte
avvolta dal tepore del lenzuolo
– solida tenda nel deserto – o dietro i vetri
mentre lo vede sollevare il mare
rapinare foglie strappare porte imposte e pelle
non sue.


La notte

Ama la notte
e la sua insonnia che tende i nervi al culmine
con l’occhio fermo sul muro e il cuore
batte ritmico
da un punto.
Sente struccarsi le forze
la sua ragione sragionare aguzza
ma indolore
nella vasta anestesia del buio.
E’in equilibrio, la notte,
come una dama del rinascimento
eretta nel ritratto
o un filosofo coi pensieri
da spartire in geometrie e cristallo
che gira il suo compasso
prima in senso orario
poi antiorario.
Forse è il paradiso – lei pensa –
questa notturna lentezza
che fila trascinandoci muti sulla zattera
senza nessuna angoscia
assenti
fino all’alba dell’inferno.


Il mare

Ama il mare
che da bambina sostituiva i giochi
le chiacchiere, la solitudine
e rendeva concreta
la sua fluida metafora.
E sentiva in sé la sua energia
il ritmo, l’assillo e la pace,
il suono dell’origine di ogni creatura
che suona sempre e per sempre
e come uno specchio le bastava
stare davanti a lui, per essere.
Avrebbe fatto il mozzo
come nei libri di Jack London
fuggendo dalla terraferma
verso la grande acqua del disordine
passando da immagine a immagine
con la lezione della vertigine
e l’arte della sospensione.
Molto ha imparato solo guardando il mare
o appena sfiorandolo con l’alluce rabbrividito
nuotando quel poco che basta
per tenersi a galla o stendersi sul dorso
battendo la schiuma coi piedi
senza altro pensiero che non fosse
l’assoluto desiderio già colmato o da colmare.

Gli alberi

Ama gli alberi
antenati antichi degli umani,
eretti, a braccia aperte
deviate dagli umori
tristi ma che di colpo accendono
le ingenue foglie nell’azzurro
o grigi si ingrigiscono
sui fondali grigi
denudandosi impudichi fino allo scheletro
curvati a trattenere
tra cima e radice
il segreto della realtà.
Sempre coi piedi conficcati
a terra
sempre con l’origine incatenata
in basso
per l’equilibrio che si vuole verticale e non c’è
forza di cataclisma
che li strappi di lì e li trapianti
a rovescio nel cielo
squassati da un folle vento
che solleva e solleva
e non sa dove andare.

I suoni

Ama i suoni
perché nel fondo dell’orecchio
c’è un’unione sensuale di bellezza
variabile alla luce
– la loro origine.
Queste sapienze
ascolta da un punto del cervello
e suono rumore voci musica
sente e pensa come un alfabeto
di mondi e creature.
Materia protetta da un’altra materia
chiama alleanza tra chi è sempre vivo
– lei si racconta e si chiede se è Dio
che parla dappertutto-
e non sapere nulla di tutto questo
non poterlo sapere
di piacere la scuote
e mentre è scossa le sembra
di imparare lezioni di mistero.
Le piace pensare-sentire suoni e voci
e tra loro l’inudibile spazio
forse perché il Divino deve restare ignoto
e passa ripassa in molti simulacri
con la stessa indifferenza
verso chi se lo immagina
o è assolutamente sordo:
lei ragiona di questo quando sogna
di mettersi in ascolto.


Le parole

Le ama ancora nella loro dissennata
liturgia e nella loro folla cerca
un doppio che sembri ancora vivo,
e ama il loro rotolarsi
per espellere la disperazione
che sul foglio imparerà uno stile.
Più infelice e inquieta se non scrive, scrive
per aggiungere un po’ di fiato al fiato
il suo poco amore all’amore
– se un giorno aveva traboccato
se si era fatta trapassare dall’ebbrezza
di pietre mare alberi stelle notte vento uomini suoni bestie e se
sapeva emozionarsi.
Quale poesia – si domanda –
ha l’arte di disarmare la tristezza?

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