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Freya Faulkner

MINUSCOLE SPINE
– Basso lontano –

Svanisci, limpidezza, da questo sogno imberbe,
a diradare il fumo con venti caldi
da dove i cieli si levano piano,
senza cadere a capofitto nel vuoto.
Splendore cupo, che seguivo con gli occhi
lungo il mare, quando inerme piangevo
senza sapere il perché, o sapendolo bene;
forse anche più di ora, che non piango
se non di velenose, minuscole spine.
Chiarore informe, infetto, che mi donavi
un’ora spuria di quiete, troppo vicino
al tuo dolcissimo Lete, come un osso
gettato ad un cane, perché non latri forte.
Torpore maledetto, nascosto sotto il cuscino,
che mi assalivi nel letto, come un assassino,
e liberavi il buio dalla paura; certo,
ché la paura eri tu, di ogni livido gesto;
e con cura mi riportavi oltre, dove finivo
di assaporare il segreto del tuo silenzio
dorato, come racchiuso in un nido
di tiepide braci, una capanna ovattata
di croci, di un legno tramato e lieve.
Sopra di me vedevo il regno fiero
della tua promessa, il tuo manto dischiuso
sul mio capo; ed ero tutt’uno con te,
come una dama fiera di soggiogarsi al suo re,
come se nel mio sangue scorresse segreta
l’ondosa asprezza della tua saliva,
e le mie lacrime luccicassero del seme tuo
per benedire il nulla spietato che preme
su dalla gola di chi non ha che un ben misero
incanto da custodire tra i suoi gualciti panni.
Oh, quante volte mi sarei perduto
senza il tuo grigio lampo! E svenduto
nella speranza di essere creduto un altro,
che afferrasse le cose ed avesse la forza
di camminare sicuro e guardare sereno,
come i ruvidi eroi dei film da cento lire,
alla sala parrocchiale, frugando nei calzoni
di un compagno di scuola che diceva:
“Dai, continua, non farti pregare!”
Per poi negarsi, nella menzogna più vile.
E quelle cento lire erano il prezzo di un giuda
imbellettato sul sedile, per venire a sputarti sul viso
la sua arte d’inganno più cruda, la fierezza virile
di ogni bestia più uguale a una bestia normale.
E poi, tornato all’aria, rinnegandoti anch’io,
per un letto accogliente di chiare memorie,
soffici, calde come in un sole blando,
prima che si inarcasse il volo, prima
che tutto fosse nemico di tutto.
Odiosa vanità, trascinarti nel fango
fu la mia insperata vittoria,
fu la mia vera gloria, ora che ringhio
di gioia feroce nel saperti finita
nel cerchio delle ombre che non hanno più vita.

OVUNQUE FERITO
– Sospeso leggero –

E’ già un soffio quel ringhio; e già un riflesso
di quel tonfo lucente rifrange sordo, mutato negli anni,
spoglio di inganni, in un dolore tenue come quando
i denti, giù in fondo al palato, sono ancora di latte
e la pelle profuma di fragrante sudore, ed il seme affiora
mai veduto, inatteso, nell’anno del primo dio; non sai
ciò che sembra crescere occulto, ma avverrà
che il “mai più”, forse, possa chiamarlo “ancora”,
dove trova ristoro ogni spasimo, ogni assurdo rimorso,
giacché forse non è questo il perdono, la sorte, il sogno espugnato,
la disdetta, il destino domato, l’insondabile pegno del ricordo
che in un cieco abisso tiene la piccola furia di nuovo assopita.
E allora? E’ tutto qui, proprio davanti a te, ma gli occhi non lo afferrano,
lo nasconde l’aria nuda, arsa come i frutti feriti dal sole di luglio,
che all’orizzonte affonda la sua lama nel maglio dell’onda.
Puoi correre a gridare che non sarà mai più molto, per te,
e gioire come ogni uomo, alla fine della sua attesa.
Oppure credere in silenzio che un altro ti vedrà
e manterrà il segreto che tu non oserai mai rinnegare.
Ovunque ferito. Non ascoltare altra voce. Entra nel vuoto
ad occhi chiusi, come un’ombra lambita dal velo dell’alba,
le mani tese verso l’aria fresca del vento che ghermisce polvere e oro.
Ovunque conduci la tua stella catturata, il tuo nuovo occhio
che vede oltre il sangue e non teme che lo vinca l’oscura
piaga, che lo spenga paura, che lo trafigga, quindi,
in un ritorno del tempo che insegue un altro tempo,
il soffio non placato dell’insondabile notte.

(2008 )

 

Francesco De Girolamo (da “Quanti di poesia”, Edizioni L’Arca Felice, 2011)