Tag

, , , , , ,


Il pane di Abele

Fa più male un’amicizia tradita o un tradimento d’amore? Nella Sardegna barbaricina certi legami si suggellano con il sangue vivo, con un sesterzio trovato insieme in un campo, spaccato facendo scongiuri e diviso in due metà uguali, da portare al collo per tutta la vita. In quella terra selvaggia e passionale, gli amici a volte diventano «vrades pro sempere», fratelli per sempre, accomunati da un vincolo che solo la morte può sciogliere.
È la morte che, per esempio, pone fine all’amicizia tra Zosimo e Nemesio, protagonisti de «Il pane di Abele», ultima fatica letteraria di quello straordinario cantastorie prestato alla narrativa che è Salvatore Niffoi. Due fanciulli all’inizio del racconto: il primo è pastore, figlio, nipote e pronipote di pastori, il secondo arriva dal continente al seguito di una famiglia che colleziona tragedie ma ha davanti a sé un luminoso destino di studi, soddisfazioni professionali e politiche. Crapiles, quasi l’ultimo paesino della Barbagia sperso tra «quattro natiche di monti», è il teatro di otto anni di sodalizio fatti di bravate quotidiane e segreti condivisi. Poi si cresce, all’orizzonte appare una donna – pubblicamente amata da Zosimo e segretamente posseduta da Nemesio – e va a finire che ci si separa con la speranza di rincontrarsi, un giorno, per cose migliori. Il riavvicinamento ci sarà, con Nemesio che si candida a deputato e va a cercare i voti dei suoi antichi compaesani e le braccia della sua vecchia fiamma, quella Columba che nel frattempo Zosimo ha sposato. Siamo al prologo di una tragedia che, inevitabilmente, si consumerà a distanza di almeno altri vent’anni, quando il pastore barbaricino scoprirà l’amicizia tradita e andrà a suo modo in cerca di una giustizia che ha il sapore della vendetta.

La Sardegna evocata da Niffoi, epica e talvolta feroce, fa fatica a perdonare chi con troppa leggerezza accantona i sentimenti. La violenza del racconto, la crudezza di un’ambientazione che non può non concludersi in carcere e la spigolosità della lingua ricordano addirittura «Paesi tuoi», esordio narrativo di Cesare Pavese. L’unico limite dell’opera è forse l’eccessivo ricorso al «paesaggio sentimentale», a una cornice naturalistica che manifesta puntualmente gli umori dei personaggi. Trattandosi però di una storia che riguarda un mondo in cui la magia è la seconda religione degli uomini, si tratta di un peccato veniale.

Francesco Prisco/Il Sole 24 ore

«Il pane di Abele»
Salvatore Niffoi
Adelphi
pp. 168
euro 18