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Marco Scalabrino, Canzuna , Samperi editore.

Ho ricevuto in questi giorni uno scarno, prezioso libretto a firma di Marco Scalabrino, poeta eccelso in lingua sicula, ancora una volta tradotto in brasiliano, in inglese, in italiano, a denunciare che non esiste un’insularità della lingua e a porre al centro  la sua stessa giustificazione: la comunicazione.
Finché una lingua è in grado di comunicare e di esprimere sensi e sentimenti, non può essere considerata minoritaria, né minore, né sopravvissuta.
Per me la comprensione della lingua in cui si esprime Scalabrino è un’arrampicata sudata verso la pienezza del  senso; ci dividono molte miglia di lingue diverse, ma , forse perché sono di madre lingua vernacolare, trovo questa ascesa premiante e preziosa come un dono inaspettato e gradito.
Tra le caratteristiche della lingua che il poeta usa è l’utilizzo sintetico e stringato delle parole che diventano gravide di sensi implosi,  ferme e senza via di scampo laterale, senza compiacimenti, gattaiole, pertugi.
Credo di sapere che questa concisione è una caratteristica del siculo, ancora più conciso di quanti lo siano altri dialetti; ma Scalabrino signoreggia sulla sua lingua fino a piegarla e a rinnovarla, compito improbo quando si agisce su una lingua soprattutto orale e già minoritaria nell’uso.
Il titolo “canzuna” che ha per sottotitolo “di vita, di morti, d’amuri” chiama all’intelligenza e alla competenza l’origine stessa della poesia, canzone e danza; canzone ha poi dato vita nel tempo ad un genere poetico, con una sua sintassi e una sua grammatica e ad un genere musicale;  tuttavia mi interessa qui rilevare come si torni alla sua primigenia origine nel sottotitolo: vita, morte e amore sono le fondamenta dell’esistenza umana, il senso stesso del nostro esserci su questa crosta a roderci il cuore e il cranio di domande senza risposta.

Scalabrino ha capito che ogni domanda è  superflua, restano fermi e immutabili i principi fondamentali: la procreazione, il dolore, la continuità della specie.
“Pietro                         “Pietro
siddu nasci                  se tu nasci

masculu                      maschio

ti chiamu                     ti chiamo

figghiu”                       figlio”
Eppure nel suo dire scarno niente dimentica il poeta, neppure la  Morte ( scritta così con la maiuscola, in segno di rispetto, credo), neppure il sospetto di un’oltranza, neppure l’omnia fugit, di eraclitea memoria, parlando dell’acqua e , ancora dell’aggrumarsi delle parole sulla laringe e del senso che aggrovigliano e quindi non escono, e dell’incidente che il fato volle come un tributo,
Il mannello delle poesie è esiguo ma il loro valore poetico è stato ampiamente riconosciuto. così come il suo autore è conosciuto come una voce appartata ma quanto mai significativa della lingua vernacolare.
Credo che vada riconosciuto a Scalabrino un ulteriore merito: egli è uno studioso colto e raffinato delle voci più significative che si sono espresse nella loro lingua natale, come Maria Favuzza e ora Giovanni Formisano, poeta e Commediografo, dei quali ha scritto saggi più o meno corposi, confermando che una lingua resta viva finché comunica e trova canali aperti per circolare.
Narda Fattori

1.
Li palori

sciddicanu ammutta ammutta
ntronanu lu balataru
si ncantanu ‘n-punta di la lingua

scugnanu

tinti
scrusci
mpaiati.

Le parole

sgomitano
strepitano nel palato
incespicano sulla punta della lingua

prorompono

sgradevoli
rumori
appaiati-

2.
Corn’è chi addivintai na fitinzia

un nturdu
un nuvidduni
un sceccu

na fezza vili di tussi e catarru

chi fa sulu
strunzati?

Come ho fatto a ridurmi

un balordo
un minchione
un inetto

un ricettacolo di tosse e catarro

buono solo a fare
stupidaggini?

3.
Mi spirciava di canciari rigistru
dincapizzari crocchiuli di luci
di sulcari cu vommari d’olivu

la storia firniciusa di sta terra.

Ci po sulu lu sangu
ma no pi forza stiornu;
dumani.

Sognavo di cambiare il mondo
d’ammantare di luce l’esistenza
di solcare con vomeri di ulivo

la storia tormentata di questa terra.

Il legame però non si cancella e chissà…
Ma non necessariamente oggi;
domani.

4.

Lu munnu
a quattro roti

strati strati
sugnu lu sulu
pedi piduzzi

mi squatra
m’arrassa
mi bummia.

L’umanità
a quattro ruote

per le strade
sono il solo a camminare

mi scruta
mi evita
mi schernisce.

5.

Luna china stanotti.

Putissiti parrati d’amuri!

( a la ntrasatta
nun campu chiù senza ssu turrucu
scarfatu
chi m’allavanca)

Luna piena stanotte.

Potrei parlarti d’amore!

( d’un tratto
non è più vivere senza questo
chiodo fisso
che mi subissa.)

6.

Ammeri l’autu

l’acqua
acchiana
limpia.

E sauta
ridi
baccaria.

Chi sorta di ciumi è chistu?

E chi spazio?

E chi tempu?

Verso l’alto
l’acqua
monta
limpida.

E saltella
ride
gorgoglia.

Che sorta di fiume è questo?

E che spazio?

E che tempo?