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[quanti nidi sorveglia, il mio cane… ]

v’è una distribuzione
tra le rondini
come una santità
che meraviglia i pani
apre la goccia
al becco, lievitando

è inesistenza il mare
è umore buttato agli insetti
un malaffare a forma di morte
che frulla la corazza come montare la neve
farne valanga, sangue aperto
luce che preme alla bocca appena
che canta, mi chiama
è biglia, pupilla
che rotea sul fondo
oscurandomi

mi inclino alla storia del pane
che rende al tempo questa pianta acerba
nel restare grume, radice accesa
quasi volessi svegliare Gesù
amando il fiore candido
accartocciato al lino
di mia madre

eppure rinasco nell’ombra che nasconde le viole
adorna sulla linea delle spalle
come traccia intessuta d’antenne di farfalle
tempo, ingranaggio, presepe d’arti e di mestieri
sulla via del mercato che arriva alla capanna

in scala uno a uno, sulla capocchia di uno spillo

dimmi quanto è lontana la parola, così
piccola da accartocciarsi ai muri
fino a comprenderli, larghi sui palmi
sfociati come parti da soffiare via
e quel ricordo di rose irriverenti, nude
dal grembo prendere quota attraverso
noi, camminando sulle cose del giorno

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Queste poesie, concentrate e molto sorvegliate lessicalmente, di Daniela Casarini dicono il pane e il nido,  rappresentanti (e rappresentati) da un movimento di distribuzione / disseminazione (il pane, anche nel lievitare – montare e, viceversa, frullare “la corazza”-crosta), e da uno di implosione nel un farsi grumo, grembo, (nido), accartocciandosi accartocciando.

L’autrice infatti, secondo un bellissimo verso, si inclina “alla storia del pane”, racchiudendo e, allo stesso tempo, diventando piano di scivolo, suggerendo inoltre, con l’uso strepitoso del “mi inclino”, i contemporanei rimandi al gesto di inchinarsi (“mi inchino”) e a quello dell’avere o perseguire una (o la propria inclinazione), qui anche (di) poetica, “alla storia del pane”.

In un altro gruppo di versi, il nido spumoso e disseminato è rappresentato dal mare che, da insistenza di “ umore buttato agli insetti”, man mano si trasforma, per diventare infine la pupilla che rotea ma, così facendo, oscura la matrice prima da cui proviene;

la stessa parola, qui, come già detto, molto attenta, solleva comunque la domanda “quanto è lontana”;

lontana dal pane, lontana dal farsi seme

e tuttavia resta da dire di un mondo soffione, con ricordi di “rose irriverenti” e “cose” da camminare, e soprattutto rimane “la capanna”- nido,  fosse  solo “in scala uno a uno, sulla capocchia di uno spillo” , il che porta anche a chiedersi dell’angelo (del focolare), del suo ballo, e non in modo retorico.
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[le poesie qui presentate sono state tratte dal blog personale di Daniela Casarini]

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Leggi altro di Daniela Casarini  su VDBD  QUI
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L’immagine è “Passerella” di Daniela Casarin che, nell’inviarmela, all’oscuro del piccolo commento che andavo preparando, l’ha accompagnata con la seguente didascalia (e, una volta di più, i movimenti pittorici richiamano quelli dei versi: es. lo sgretolarsi l’essicato, le bolle, ….) :
“[…]rappresenta un po’ lo sgretolarsi dell’effimero attorno la figura femminile. Il tutto ottenuto da strati di colore lasciato parzialmente asciugare e poi lavato, affinché quello non ancora essiccato scivolasse via con l’acqua. E fosse il togliere, a creare quelle bolle di luce che altro non sono, se non la tela messa a nudo. Sia sul fondo, sia sull’abito e sulla pelle della donna. In un “effetto affresco” che pare appena riportato alla luce.”