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di Maria D’Ambra

Ci sono vite che si consumano lentamente, senza manifestare apertamente il proprio disagio o che, anche se lo rivelano, chissà perché rimangono apparentemente intatte finché non si esauriscono del tutto in una sorta di autocombustione. Se poi ci si accorge di avere tante cose da dire sulla vita e i sentimenti, descrivendoli per come sono senza che sia necessario rivestirli di fronzoli o imbellettarli fino a trasformarli in tutt’altro, realizzare tale proposito può diventare una vera condanna e il fuoco che distrugge dentro si alimenterà del vino amaro della sordità e dell’indifferenza di chi non è pronto ad ascoltare il grido della libertà.
Ma che vuol dire essere liberi?

In un lampo capii che cosa era quello che chiamano destino: una volontà inconsapevole di continuare quella che per anni ci hanno insinuato, imposto, ripetuto essere la sola giusta strada da seguire.
(Goliarda Sapienza, L’arte della gioia)

Libertà è una strana parola che ha sempre affascinato l’immaginario collettivo, che ha coinvolto l’umanità fisicamente e intellettualmente in battaglie appassionate, eppure è anche fonte di grande ambiguità, di continui fraintendimenti che possono trasformarla nel suo opposto. In campo letterario poi ci si perde tra le innumerevoli opere dedicate ad essa e non c’è genere che vi sia sfuggito, dal teatro alla poesia, dal saggio al romanzo, dal pamphlet ai graffiti fino ai testi delle canzoni. Tutti, prima o poi, sentiamo l’esigenza di manifestare il nostro canto in onore dell’indipendenza personale. Ma perché siamo costretti a lottare tanto per un bene che sembra essere un’esigenza che accomuna il genere umano? La risposta è palese. Non soltanto proprio in quanto necessità diventa automaticamente una debolezza e dunque su di essa si accaniscono tutti i prevaricatori privandone le vittime designate, ma l’intera società è costruita su un dedalo di obblighi e ristrettezze che tendono ad imbavagliare, opprimere e limitare al massimo l’autonomia individuale, imponendo delle direzioni precostituite come le uniche possibili e, soprattutto, le uniche legittime.

Il male sta nelle parole che la tradizione ha voluto assolute, nei significati snaturati che le parole continuano a rivestire. Mentiva la parola amore esattamente come la parola morte. Mentivano molte parole, mentivano quasi tutte. Ecco che cosa dovevo fare: studiare le parole esattamente come si studiano le piante, gli animali… e poi, ripulirle dalla muffa, liberarle dalle incrostazioni di secoli di tradizione, inventarne delle nuove, e soprattutto scartare per non servirsi più di quelle che l’uso quotidiano adopera con maggiore frequenza, le più marce, come: sublime, dovere, tradizione, abnegazione, umiltà, anima, pudore, cuore, eroismo, sentimento, pietà, sacrificio, rassegnazione.
Imparai a leggere i libri in un altro modo. Man mano che incontravo una certa parola, un certo aggettivo, li tiravo fuori dal loro contesto e li analizzavo per vedere se si potevano usare nel “mio” contesto. In quel primo tentativo di individuare la bugia nascosta dietro parole anche per me suggestive, mi accorsi di quante di esse e quindi di quanti falsi concetti ero stata vittima.
(Goliarda Sapienza, L’arte della gioia)

Cosa succede allora a chi decide di affrancarsi da tali pastoie e di volere liberare perfino le parole dall’oppressione delle convenzioni? A seconda del periodo storico e del luogo, si può finire sul rogo o sparire misteriosamente nel nulla, oppure si può venire prima etichettati come reietti per poi essere gettati nel pozzo profondissimo dell’oblio. Una morte senza spargimento di sangue certo, una morte in vita, ma proprio per questo ancora più terribile. Specialmente se chi viene ridotto al silenzio, abbandona tutto ciò che ha e si riduce perfino in miseria, per dedicarsi unicamente alle parole, alla scrittura. Parlare senza che nessuno ascolti, con il dito dello scherno puntato sempre addosso o la compassione di chi si crede superiore solo perché occupa un posto di prestigio in società, diventare invisibili, questa è la punizione per chi trasgredisce, questo il destino riservato ad una delle più grandi scrittrici italiane del Novecento, Goliarda Sapienza.

Si muore per lasciare il meglio di sé a quelli che ti hanno saputo leggere. (E so che quando sarà per me, sarà giusto e utile, per me e per le persone che, amando, ho necessariamente oppresso). Hai ragione Ivanoe, non bisogna temere la morte, ma il delitto che c’è in natura, e che uccide a tradimento, prematuramente.
(Goliarda Sapienza, Lettera aperta)

Ma per essere davvero liberi, soprattutto per le donne, è necessario eliminare drasticamente gli stereotipi che relegano all’interno di ruoli prestabiliti che impediscono un’esistenza “reale” e bisogna lasciare dietro di sé gli strascichi di obbedienza che l’universo maschile ha confezionato abilmente in millenni di predominio. Per farlo diventa inevitabile ricorrere ad azioni estreme, anticonformiste, trasgressive e dunque ci si deve aspettare un prezzo altissimo da pagare. Goliarda riesce a vivere integralmente questa libertà attraverso la letteratura, e in particolare grazie a Modesta, la protagonista del suo capolavoro L’arte della gioia. Un libro coraggioso e quindi scomodo, al quale aveva dedicato molti anni della sua vita, senza riuscire però a vederlo pubblicato. Modesta non accetta il destino che le viene imposto e decide di farsene uno su misura eliminando gli ostacoli che nel frattempo le ostruiscono il cammino, per proseguire decisa, senza Dio né padroni. Certo i benpensanti storceranno il naso, ma sotto sotto proveranno invidia per il coraggio che si propaga in ogni pagina, per la forza che ci vuole per esprimere la vera natura che ci anima e che, a furia di tenenerla imbrigliata tra dogmi e regole, finisce con l’incattivire animi potenzialmente bendisposti.

Lei aveva cercato la morte affrontando Mattia quella notte, ormai lo sapeva, e forse solo chi è stato così vicino alla morte può dimenticare e poi rinascere come Modesta giorno per giorno… quella cicatrice che divide la fronte sta ora a dimostrare la saldatura del suo essere prima diviso. Rinasce Modesta partorita dal suo corpo, sradicata da quella di prima che tutto voleva e il dubbio di sé e degli altri non sapeva sostenere. Rinasce nella coscienza d’essere sola.
(Goliarda Sapienza, L’arte della gioia)

La sua colpa più grande è stata dunque quella di dire sempre la verità, trasformandosi in personaggio molesto per gli ottusi e pericoloso per i furbi, sì perché per dire la verità ci si deve innanzitutto denudare e poi esaminare gli abiti tolti, uno ad uno, per guardarli e soprattutto per vederli per quello che sono, ovvero il frutto di secoli e secoli di sovrastrutture culturali e religiose che nulla hanno a che fare con le reali esigenze dell’individuo. Scontrarsi con le ingiustizie sociali e con le credenze religiose dei più, non può portare a nulla di buono e l’eroe, si sa, combatte sempre una guerra solitaria, perché il primo nemico da sconfiggere è quello che gli abita dentro. Soltanto dopo un percorso che porti alla conoscenza di sé, un percorso che passa attraverso le tante spirali del dolore, della sofferenza che incide tacche indelebili nella carne e nello spirito, egli potrà avere consapevolezza di ciò che lo circonda e quindi combatterlo o accoglierlo.

Il bambino è il primo operaio sfruttato, dipende dai grandi e sempre per un tozzo di pane, si abbassa a “divertire”, leccare le mani dei padroni, si lascia accarezzare anche quando non ne ha voglia: così comincia la prostituzione: si lascia sbaciucchiare dagli amici e le amiche, con barbe puzzolenti e rossetti nauseanti, parla con le “vocette” che piacciono tanto alla mammina, esce dalla stanza con “mossette” tanto “aggraziate”. E così anch’io, sbattuta fra tutte quelle mani, come probabilmente lo siete stati voi, conobbi la prostituzione di cantare quando loro volevano, di imitare l’avvocato amico di mio padre, di far finta che loro mi amavano e non pensavano che a me. Di piangere, dato che piangevo spesso: di piangere qualche volta anche se non ne avevo voglia, perché loro orgogliosi, davanti agli amici dell’università: “Non ci credi? È di una sensibilità straordinaria, sta’ a vedere” e Arminio iniziava a suonare il pianoforte e Ivanoe a cantare fissandomi: Mamma mormora la bambina… “Vedi, vedi come piange?” Piangevo infatti per non perdere il pane, il favore di quei grandi capricciosi e potenti.
(Goliarda Sapienza, Lettera aperta)


Quanto veniamo influenzati dalle convenzioni? Fino a che punto siamo sottomessi? Ci sono norme che sono talmente radicate in noi che neanche ci rendiamo conto di “subirle” quotidianamente. E quanto ci costa sbarazzarcene? Ammesso che lo si possa fare del tutto, perché come si può conquistare la libertà se la prima lezione che il bambino impara è proprio quella sulla menzogna inevitabile? Sul fatto che devi dire e fare quello che gli altri si aspettano da te per essere riconosciuto come individuo, come parte di un tutto, di una società pronta a fagocitarti? È così che si cade nella spirale che impone l’uso continuo di una maschera, che ci stringe in una morsa soffocante, e pur sapendo di essere tanto altro, la maggior parte di noi, pur di farsi accettare dagli altri, finisce per trincerarsi dietro il proprio ruolo, vivendo da prigioniero, cieco e malcontento, per tutta la vita.

A Roma con la borsa di studio fra le mani, che mi dava la prova tangibile che ero diventata grande, senza capire che quei soldi erano il prezzo che paga la società per prepararci a passare dalla parte dei guardiani del campo, entrai nel compromesso, mi rattrappii nel servaggio di avere successo ai loro occhi, di piacere. Credevo alla loro serietà e alla mia, e per vent’anni rimasi anchilosata a servirli a dire parole ambigue. A fare finta di non avere paura e a non dormire per paura dei loro atti, delle loro decisioni che, come se le capissi e approvassi incondizionatamente (come giuste e ragionevoli), mentre l’antico terrore annidato nel mio sangue ancora bambino gridava la notte svegliandomi. Riuscii a farlo tacere, ad imporgli la mia volontà di adulta: e cominciò una lotta di vent’anni fra questo bambino e il grande conformista nascosto nelle mie vene, nel mio intestino, riducendomi a una agonia che mi invadeva piano piano le gambe, le mani, i pensieri, spingendomi alla morte vera, in clinica. Là mi svegliai cadavere con quei due dentro di me che ancora lottavano e non riuscivano a mettersi d’accordo. Davanti a tanta lotta cominciai a dubitare di me, degli altri. Pensai di dover fare un po’ d’ordine, lavarmi la faccia, soffiarmi il naso, rovesciare il cassetto, mentendo o no.
(Goliarda Sapienza, Lettera aperta)

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