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Maria Teresa Ciammaruconi – Donne Madonne e Santi
Edizioni Lepisma, Roma  2006
Giunta al suo terzo volume edito, nuovo, prezioso  palinsesto stralciato dalla sua
multiforme e sinestetica attività di alto artigianato alchemico della scrittura poetica,
sondata in tutte le sue potenzialità espressive più raramente  esplorate, in questi tempi
di pedissequo epigonismo, Maria Teresa Ciammaruconi ci offre, con questa densa
raccolta di composizioni brevi, più eterogenee, e tre poemetti, dall’altisonante titolo,
Donne Madonne e Santi, la sua opera più vitale ed organica, in cui l’Autrice
non recede da una più perentoria incursione nel terreno di una visionarietà viscerale,
alimentata da una quanto mai eterodossa mitografia, affollata di fertili innesti di
tradizioni religiose, popolari, antropologiche e di sanguigni recuperi del suo fervido
retroterra etnologico, dalle sue salde radici calabresi, con funambolici assalti al corpo
vivo della tradizione orale più affabulatoria della cultura meridionale e mediterranea,
nella sua accezione più vasta ed autentica, al riparo da ogni larvato compiacimento
folcloristico.
In un dettato, qui, finalmente più lineare e disteso, ricco di fasi generosamente
votate ad una rotonda, non franta, narratività, pur mantenendo la sua ostinata,
coerente propensione ad un collaudato, appassionato mestiere di manipolatrice
di non omologabili linguaggi, con frequenti richiami dialettali, al tardo latino, nonché
brevi ma deflagranti impennate di una sua personalissima glossolalia, costruita
su fonemi e sintagmi di arcaismi, ora riemersi dalla lingua ancestrale, ora reinventati,
su elementi neo-etimologici, per la loro evocativa sonorità, o seduttività archetipica.
Affascinanti figure storiche, leggendarie e della tradizione religiosa si susseguono,
con intima consonanza, in tutta la loro vivezza cromatica, la loro scintillante dinamicità,
la loro sottile ambiguità ieratico-dionisiaca, offrendoci un affresco composito e potente,
di grande pathos epico, che suggerisce, già alla prima lettura su pagina, un suo ulteriore
arricchimento di sfumature espressive in una sua elettiva oralità.
A conferma di una sfida, coraggiosa ed accorta, appartata, ormai più che ventennale,
portata avanti con un armamentario compositivo e stilistico che non concede mai nulla
all’ovvio, al consolidato, cercando la sola consacrazione di una verità espressiva di un
verbum tramite e trauma, profonda scossa semantica, in tutta la sua dirompente necessità.
*
Francesco De Girolamo
*(da “La Mosca di Milano” n. 16 – Ed. “La Vita Felice”, 2006)
[…]
“E con la spada nuda
senza pudore
il petto
all’incanto della santità
e fila d’armi in folgore a seguire
azzurro di donna incoronata
votata
vergine alla follia di un dio
bianca di faccia accesa      accusa
l’ombra di dare refrigerio
ai pensieri schiumati.
[…]
lei
la donna del dio
la donna degli innocenti senza donna
senza danno per l’anima
una vergine da possedere
sulla terra del carrubo
aria azzannata dentro i sassi
a sostenere il peso del cielo
senza nostalgia del paradiso.
[…]
E’ godimento il vento nel vuoto
dello strapiombo   l’assenza
fiorita nel fiore dell’agave
riposa
l’indistinto della coscienza
esplosa
al sogno neutro dell’assoluto.
Alte le lame alzate
all’invisibile
alla riconquista
della stupidità primordiale
fuggita alla servitù del pensare
la lingua liberata confonde
idiomi intrecciati di uomini
e cose senza nome
a cavallo del tempo che non sa
la vecchiaia delle case
degli olivi e del carrubo
e del sole che consuma i corpi
distrutti
rinascono alla potenza verticale
della lotta di chi torna al grembo
sul taglio della spada    la lingua
lacerata nel gemito e nell’urlo
inintelleggibile la vista
del volto di dio
depredato
alla sua santità
saccheggiato
dalla chiaroveggenza     il nulla
è ventre dove tornare a nascere
luce di zagara
nell’isola dei ciclopi senza legge
senza pietà che non sia
di latte raccolto nella pietra.”
__
(dal poemetto “La madonna con la spada”)