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Le belle liriche seguenti sono tratte da Fischi di merlo (Edizioni del Leone, Venezia, 2011), silloge poetica di Matteo Bianchi con interventi critici del bravo Roberto Dall’Olio e del compianto professor Mario Specchio.

 

 

Matteo Bianchi

 

 

                                                   Un fulmine a caso ci priva del passo.
                                                   Taglia la gente da capo a capo,
                                                   ma la mia pelle sarà dura,
                                                   la mia pelle sarà di ghiaccio.

Vedo corvi
volteggiare a spirale
oltre il ponte dei ricordi,
sui lampioni affezionati.

Si prendono gioco del cielo:
un po’ come noi.
Riprometto a me stesso
stamane impotente

di bucarlo da sgombro,
questo nostro vedere
azzurro cronico.

***

Accatto i centesimi dal basso
e non odo la radio che roca.

Socrate, un menagramo?
La mia città vi sorvola:
è là, è sopra. È fioca.
Dovete seguire la nuvola
dove qualcuno ha dipinto
il marmo.

Il Nero, se si impara a portarlo,
non è poi così male.

                                                  Mi sento un’ombra
                                                  di chi non so
                                                  di chi non c’è
                                                  tra la folla.

Quando il sogno
si scambia al ricordo

le formiche raccolgono
in briciole il pane,
noi contiamo
gli anni passare.

***

Avere la via tutta per sé
possederla seppure scomoda,
ciottolata assolata
là in mezzo al paese.
Avere intorno le case
ad altezza d’uomo,
alla tua misera altezza:
quella quotidiana
che scansi davanti alla specchio
ogni mattina.

Le rondini accaldate
scendono a terra,
non giocano
sul marciapiede del viale
e la gente è ai balconi,
affacciata alle finestre ingiallite
delle case basse del porto.
Un’assurda indifferenza
ti attraversa, ti pervade
il fragore schivo del mare
frammisto all’intimo odore
degli usci delle case.
Perché continuare
a camminare?
Mi voglio fermare.

                                                  Non credevo la poesia si bagnasse;
                                                  non volevo si impregnasse
                                                  di tutto intorno,
                                                  della folle fatica
                                                  di fermarla al foglio,
                                                  con l’inchiostro che colando
                                                  scivola via.

È una folle impresa
andare a caccia dell’amore
che ha tracciato l’altro me
come brezza sulla sabbia
dalla violenza della risacca lontana
pochi tratti, qualche ruga …
e un momento dopo è svanita,
è uscita dal bagnasciuga.
È un’assurda pretesa
il desiderio così distinto
nel mare caldo del compagno:
il mio egoismo ha vinto.
Se fosse poi una pozza amara?
Che importa, pesa la quiete
del vento camminato insieme,
non la fanfara della corrente.
Proverò allora di continuo.
Almeno ora …
finché l’anima mia non avrà scordato
l’onda che si schianta tra gli scogli
da un dì all’altro e per sempre
compagna eterna di una vita assente.

 

 

Disegno di Arianna Melloni

 

 

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