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Conversazione a due su “Reversibilità” di Abele longo

Lucianna Argentino e Rosaria Di Donato

R. Non usuale il titolo “Reversibilità”, con cui Abele Longo ha voluto pubblicare la sua prima raccolta poetica, uscita nell’aprile 2012 per le Edizioni Accademia di terra d’Otranto – Neobar, pagg.100. “Reversibile” infatti si dice, nel linguaggio comune, per un cappello, un impermeabile, un abito che può essere girato, rivoltato e divenire così un nuovo capo: duble fás in francese oppure dábol féis in inglese; insomma, “ essere due in uno”. Penso che per Abele la parola poetica sia proprio questo: la possibilità di accogliere la pluralità del reale.

L. Sì certo la pluralità del reale, il suo mistero è ciò su cui da sempre gli uomini e con maggiore intensità filosofi, poeti e artisti in genere, si interrogano, indagano. Ma, sai, quando hai parlato di reversibilità mi è venuto in mente il film “Caos calmo” di Antonio Grimaldi (tratto dal romanzo di Sandro Veronesi) in cui a un certo punto la bambina dice al padre una frase che ha imparato a scuola: i topi non avevano nipoti. Una frase palindroma, reversibile (come purtroppo non lo è la vita). Il palindromo “è la figura che materializza la reversibilità nel corpo vivo del linguaggio, quella che scardina la semantica codificata legittimando ludiche e voluttuose pratiche di lettura alla rovescia. E così Abele Longo come un palindromo ci suggerisce un senso delle cose che non si dà mai in modo unidirezionale. Non so se è per questo che le poesie di Abele passano dal tono lirico a quello ironico e scanzonato a quello giocoso…

R. Se leggiamo la poesia “Il raglio alla fata”, per es., l’amaro paradosso di Pinocchio ormai trasformato in somaro che non riesce a farsi riconoscere dalla cara fatina che pure lo ama e che conserva la sua foto nel medaglione, lascia sbalorditi e sorpresi. La signora dalla collana d’oro ricorda un burattino e non si cura del raglio di un ciuchino che non si compone in parola: la comunicazione non avviene e i due restano chiusi in se stessi, prigionieri della loro individualità. Pur cercandosi, anche essendo l’uno di fronte all’altra l’incontro non si realizza. E’ gioco? è finzione? è realtà? E’ questa ambiguità a rendere originale la poesia di Abele, a connotare in modo inequivocabile il suo stile. E’ tale commistione di piani a forgiare un dettato complesso che, pur nella brevità dei testi, non si esaurisce in una lettura lineare, in una situazione unidimensionale e che vive nel confine tra paradosso e realtà, dove quest’ultima, spesso, è più sconcertante dell’assurdo. A volte, le situazioni proposte, rasentano il comico, ma non c’è divertimento, solo sorpresa che zittisce il lettore: insomma, nel leggere questi testi, si resta, letteralmente, senza parole.

 L. “La verità è qualcosa/ che sentiamo dentro/ quando viene fuori/ già non c’è più”. E’ lo stesso Abele che risponde alle tue giuste considerazioni Rosaria, L’intero suo libro non è unidimensionale e ancora non so decidermi se questo sia il suo punto debole o la sua forza. Certo spiazza un poco trovare poesie come “Me stesso”, “La luce” o “Fine Maggio” accanto ad altre come “Ninna nanna in fondo al mare” o “Il mago affamato” o “Battono ne la notte”. C’è da dire, tuttavia, che il suo libro è pervaso da un’ironia amara e scanzonata che dà unità al tutto e che è la vita stessa ad essere complessa e variegata, contraddittoria e Abele Longo ne descrive proprio questi vari aspetti.

R. Credo che l’ecletticità dei testi di Abele sia tenuta insieme dal traìt d’union degli affetti e dall’amore per l’illustrazione grafica. “Reversibilità” è contraddistinta da entrambi questi elementi e senza parsimonia. Anzi, le immagini visive di questa raccolta sono state realizzate proprio da persone al poeta molto care e molto vicine: Sofia Longo (figlia), Nadia Esposito (cognata), Giorgio Brunelli (amico), Roberto Matarazzo (amico). La stessa impaginazione del libro è a cura di Doriano Longo (fratello) e molti sono i componimenti dedicati agli amici e persone care: Augusto Benemeglio, Malos Mannaja, Carmelo Bene, Fabio Tolledi e ad altri volti, ad amici dell’infanzia e del Salento, ma non solo. L’affettività prevale quasi a segnare il passo del costrutto poetico e dell’esistenza stessa che, altrimenti, sarebbe davvero vana e priva di significato: inutile.

L. Sì Abele Longo dedica alcune poesie a ciò che lo appassiona come il cinema, il teatro, la stessa poesia con cui tocca tutte le corde che fanno vibrare la vita. Ma la poesia che a mio avviso incarna il fulcro di tutta la raccolta (direi più di quella che dà il titolo alla raccolta) è “Il bruco e la mela” che mi sembra incarni la sua filosofia di vita e insieme la sua poetica. “La mela rossa dall’alto sorrise/ lieta di non marcire senza prima/ aver provato l’ebbrezza del morso” e poi i versi finali “quel vivere appesi a degli ideali”. Sono versi paradigmatici di una condizione esistenziale che i poeti conoscono bene, che vivono in prima persona.

R. Sì, penso anch’io, che la poesia per Abele sia proprio “quel tormento/ che buca convergendosi sul dorso”, perché l’ironia, la paradossalità delle situazioni, il rovescio di ogni cosa che i suoi testi pongono all’attenzione del lettore ci inducono a riflettere, a pensare spingendoci oltre l’apparenza, al di là dell’ effettualità del reale. Direi proprio che in “Reversibilità” si gioca con la consuetudine e con l’abitudine squarciando veli quali la consolazione, il facile ottimismo, il quietismo. E’ questa una poesia delle “Domande”, del “Verme”, delle  “Polene”, dei “Giri di vite”. Ci mette alle strette e illumina la realtà con una luce che non brilla, non sfavilla come il girasole impazzito di luce di Montale, bensì si arricchisce dell’ombra, ne fa tesoro e ce la porge come un pane quotidiano, come il crepuscolo in cui, in realtà, siamo immersi.

 L. Le domande, certamente. Molto bello il verso della poesia omonima “quanto è triste un bambino/ che non fa domande” e sembra proprio che Abele combatta questa tristezza (così come la combattono tutti i poeti) attraverso la sua poesia che non teme mai di mettersi in gioco, di giocare con le parole cercando un modo diverso di raccontare e condividere le esperienze di vita. Una poesia attraverso la quale “aspiro al volo” ci dice nel primo verso di “Di voli e diavoli”. Aspirare al volo e domandare sono sintomi di quello sguardo nuovo sulle cose vecchie di cui parlava Nietzsche e di quella capacità di stupirsi che non deve mai mancare a nessuno. Però è pur vero che alla solarità dello stupore fa da contrappunto l’ombra, tanto cara a Paul Celan che si è spinto a dire “dice il vero chi dice ombra”; inevitabilmente l’ombra, direi che rispecchia una condizione esistenziale fondamentale per chi sceglie la poesia, l’arte in genere, come modalità di essere nel mondo.

R. Certamente la poesia di “Reversibilità”, per molti aspetti dissacrante, può evocare una suggestione nietzscheana, ma non si risolve nel nichilismo. Prevale uno stile fluido, liquido che sdrammatizza le situazioni anziché enfatizzarle: pensa , per es., a “Se dio esistesse”, a “The Day after”, a “L’infinito dentro”. E’ quella di Abele Longo una poesia al limite, contesa tra il dentro e il fuori di un’estetica molto originale, connotata da uno stile unico.

 A fine agosto dal libro di Abele è stato tratto un recital per voce e violino barocco, viella e viola da braccio suonate da Doriano Longo e mirabilmente recitate da Ippolito Chiarello, dal titolo “Sei Solo”. Ne è venuto un lavoro davvero suggestivo dove la voce, la musica e le parole erano un tutt’uno. Là dove la musica rende più profonde le emozioni e le armonizza fra di loro e la poesia crea un humus emozionale che coinvolge profondamente chi ascolta. Insieme la musica e la poesia costituiscono un momento d’elezione per l’anima perché i loro movimenti armonizzati producono a loro volta armonia e ordine nel nostro caos. Offrono una tregua rigenerante alla quotidianità.