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(foto Josephine Sacabo)

Un saggio delle doti di questa poetessa dai dettagli felicemente orginali.
I suoi testi sono sempre insoliti, scavano nelle emozioni ma senza mai concedersi completamente, come per pudore, o forse per compiuta vittoria sui sentimentalismi di maniera.
Seguono percorsi frastagliati, ma solo in apparenza, perché il senso tragico dell’esistenza li riporta sempre al punto doloroso del disvelamento cui non ci si può sottrarre.
Ed ecco che confluisce tutto il suo vissuto in una forza che agglomera e contrasta il consueto scorrere dei giorni, nello stupore dei suoi stessi assilli. E di come si possano intersecare le ideologie liberatorie e l’osservazione della crudezza della realtà, insidiosa nell’Eros come nel Thanatos.
cb
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claustrofonia

il muro tace, non risponde più
si lascia guardare angolandosi
in riproduzioni lessicali nei passi
o sfarfallii – armati – in sottoluce

ogni tanto un urto di temperatura
differente, a porte chiuse ] tolte le dita
da maniglie ingoiate a sorsi, uscite laterali
agglomerate al bolo circolante, contropelle

la risalita dei ricordi sfida il cemento
dell’anima in guardiola, divelta e sugosa
chiaroscuro del Merisi

stretto chicco d’uva fragola, come fosse un uragano
moltiplicato a schizzi su pareti in guanti bianchi
divaricate a terra ora

… tu aprimi al tuo fiato singultato, viola di Tchaikovsky”
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 Serra d’inverno ( solvente 12 )

filtra ad angolo retto la vita sul linoleum ]
investe il bidone d’acciaio schiacciato alla parete

sono forse luci vere quelle, franate
                      a capoverso di corsia
un’ovatta scintillante captapensieri
se chi mi dice il nord è compagno di sventura
e la linea d’orizzonte guarda basso

ma noi avremmo inciso i polsi a pleniluni e cioccolato
tanti tempi in un bicchiere solo tuo
da passarmi sulla fronte         dopo

tu mi toccavi come le spighe correndo
il viso verso l’alto, senza mai spiegare il chicco
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siderale

vorrei zittirlo, il non detto
quando arraffa stretto il seno
il non scorrere dei rami lungo i vetri
e paesaggi ininterrotti, artigliati
intorno a zigomi di sbieco

un orecchino solo
il resto reclinato sotto muri ceralacca
e gambe, senza rete – a filo –
dritto il laccio, fiore o perla da sedare
ciò che dentro è tonfo sordo (Griet)

di dirigere a memoria
cerchi piccoli, con la punta delle dita
brucia il palmo teso avanti
un giorno dopo l’altro – a capo
tra cuscini di un giardino siderale

sciogliere il vermiglio, la gota spaiata
deciderà l’inverno, torbido indietro di crespo
o – sapore di lago – trementina, sulle labbra

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Doris Emilia Bragagnini, nata in provincia di Udine, dopo un’iniziale formazione scientifica si diploma all’Istituto Statale d’Arte dello stesso capoluogo. Considera e definisce con queste parole la sua biografia più essenziale: ”Nata nel nordest vive da sempre a due passi da sé, qualche volta v’inciampa e ne scrive”. Compare con suoi testi in alcune antologie e prefazioni per sillogi poetiche, in blog e siti letterari web come: Filosofi Per Caso, Il Giardino Dei Poeti, Neobar, Torno Giovedì, Carte Sensibili, Le Vie Poetiche. Ha partecipato al poemetto collettivo “La Versione di Giuseppe. Poeti per don Tonino Bello” (edito da Accademia di Terra d’Otranto, Neobar 2011). Inserita nell’antologia Fragmenta (premio Ulteriora Mirari edizioni Smasher, 2011).
È redattrice del blog di letteratura e poesia “Neobar”. Cura il blog personale ”Inapparente Crèmisi”.