La disattenzione dell’uomo pubblico e le armi del pesce

Paola Pluchino. Un tempo si lamentava il fatto che l’accesso al sapere era riservato ad una stretta cerchia di intellettuali, che detenevano il potere economico e così anche quello culturale. Ricchi e pregiati pamphlet giravano nei salotti borghesi, a deliziare decantandoli le liete ore dei giovani in doppiopetto e scarpe di vitello ingrassato. Le loro opere, di maestri che a noi oggi passano come risoluti incisori della storia del Novecento, scorrevano silenziose per le vie dei centri cittadini, ricolme di popolani indifferenti ai vezzi retorici, al giogo che il virtuosismo spesso impone all’anima.

Oggi è lecito notare come la tecnologia abbia mutato la veste del sapere smaterializzando l’oggetto e parimenti mantenendo intatto il suo valore conoscitivo. Nell’esempio banale e quotidiano, sarà lecito constatare come chi abbia un collegamento ad internet possa permettersi di consultare l’enciclopedia, sedersi alla prima del Teatro La Fenice di Venezia (pur con un gap temporale esistente, anche se il discorso intorno all’indifferenza del tempo di questa civiltà è ben altra storia) o semplicemente ricercare fatti, opinioni e segreti scollegati, dissetando una propria e per questo personalissima curiosità.

Ciò detto quello che oggi s’impone alla democrazia allargata del sapere è tutt’altro ordine di problemi, molto più volatile e delicato interrogativo. Il ruolo dell’operatore culturale richiede oggi un’abilità nuova, una selezione stringente e risoluta dei contenuti, mantenendo intatta l’espressione comprensibile.

D’altra parte impone per necessità la creazione di una rete valida ed elastica i cui nodi coinvolti agiscano coerentemente nella definizione della sfera culturale, traducendo l’esperienza in sapere.

Mai come in quest’epoca si ritiene necessario stabilire una rete di connessioni tale da compensare l’impossibilità reale e tangibile del non poter creare, nella solitudine e nel movimento del singolo un qualunque tipo d’azione, sia essa concreta o ascrivibile semplicemente all’universo del pensiero.

Un uomo verrà giudicato quindi non per il suo valore culturale (studi fatti, sistema culturale di riferimento interessi precipui) ma per la sua capacità di porsi come trasmettitore, come canale e non come utente della sua realtà.

Questi criteri decisionali costringono l’individuo ad intessere il maggior numero di relazioni possibili, inducendo questa piccola animula a vagare nel vasto e insondato terreno delle relazioni. Ciò che colpisce all’oggi di fronte ad una persona qualunque non è tanto l’esuberanza della sua intelligenza e la finezza del suo ragionamento, portato aventi con piglio cavalleresco, quanto la sua abilità nel trasformarsi in un essere tentacolare. Questa realtà porta ad una difficilissima emersione dal fondo di quegli abissi, da quel mare magnum in cui quella stessa bramosia di conoscenza ha condotto l’uomo, trasformandolo in un essere vorace e mai sazio, degno erede di quel Saturno-Kronos che mangiò i suoi figli.

Il sapere dell’oggi, così come la sua lingua, più alta espressione dell’ingegno rischia di naufragare nell’immediato. Sedotti dall’affascinante gioco di un sistema (come era il web alla sua nascita) creato a fini bellici, l’uomo ne ha copiato le mosse, rendendo egli stesso una macchina incastrata in una rete. Nella generazione in cui il massimo della trasparenza coincide con il massimo dell’opacità chi opera nei settori culturali dovrebbe attendere al fine di conservare la conoscenza,  risollevando così il Paese da questo clima di diffidenza e d’indifferenza intellettuale in cui è precipitato, proprio come nel passato (prima che qualcuno stacchi la corrente).