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Pietro Pancamo, Manto di vita, LietoColle, Como, 2005

 

 

 

Una recensione di Maria Cristina Giongo

 (Dal mensile digitale «Il Cofanetto Magico»)
[…] Manto di vita è un volumetto di poesie scritto dal giornalista Pietro Pancamo, che avete già apprezzato quando ho pubblicato alcune sue opere.
Cominciamo dalla prefazione di Marisa Napoli, scritta con somma sapienza e bravura allo scopo di spiegarci il pensiero dell’autore: per capire meglio la sua poesia.
Possiamo dire che questa lunga prefazione sia quasi un libro… nel libro, in cui traspare tutto l’amore di Marisa Napoli per i versi di Pietro Pancamo, da lei analizzati in ogni risvolto. Va quindi letta a fondo, soprattutto da chi fatica a capire il mondo della poesia, spesso ermetico e surreale. Dopo di che possiamo dirci abbastanza preparati per inoltrarci nei sinuosi meandri creati dall’autore, da dove trarre ciò che più ci piace.
Infatti la poesia è come un quadro: piace o non piace. Non ci sono vie di mezzo. E deve piacere subito; altrimenti non significherà nulla neanche in seguito. Per le canzoni è diverso: a volte bisogna sentirle più volte per apprezzarle ed impadronirsi del ritmo. Dei quadri e delle poesie invece o ti innamori a prima vista o non ti innamori più. In questi casi la domanda seguente è: ma perchè ci siamo innamorati proprio di quella cosa, di quella persona? Quale scintilla accende il desiderio di possederla? Si tratta di un fatto puramente estetico? Oppure di un insieme di elementi che colpiscono a saetta i tuoi sensi facendoli vibrare all’unisono?
Davanti alle poesie di Pancamo rimango in contemplazione, come davanti ai quadri di Vincent van Gogh; le “osservo” in silenzio per cercare di carpirne i motivi che l’hanno ispirato a comporle. In quanto ogni nostro atto e pensiero hanno una motivazione, intrinseca o estrinseca. In Olanda, dove vivo, si dice spesso «geen toeval»: niente è per caso.
Nel leggerle mi sono immedesimata in lui, per tentare di rivivere pure io le emozioni da lui stesso provate. Per esempio, nella bellissima Somiglianze, la mia preferita, mi sono calata profondamente nell’atmosfera di “ogni paese” che è “un fagotto/ di stelle e di buio”. E poi, ancora, nel “[…] cielo vagabondo/ (guscio d’aria e di respiri)/ che stringe in un solo mondo/ città, mari e tempeste”. Io stessa ho vagato per quella “[…] via/ (intirizzita di pioggia)/ col suo buio/ incatenato ai lampioni/ e un po’di stelle/ che sussurrano al mio palazzo/ la ninna nanna”.

Maria Cristina Giongo, giornalista free lance che scrive per «Avvenire» e per alcune testate del Gruppo Rizzoli. (Fotografia tratta dal sito «it.wikipedia.org»)

Nella poesia L’ispirazione ho colto invece una nota di livore, una provocazione o, meglio, un tentativo di provocare: “«Vieni presto, eh? Domani sera!»./ Ma se non vieni/ festeggio ugualmente./ No, non per dimenticarti:/ per rimpiangerti meglio”. “E più gioisco/ più sono solo”.
In quest’opera l’autore si è rivelato in tutta la sua essenza e
fragilità; nelle sue sicurezze e insicurezze. È come se volesse precisare: questo sono io. Accettami o respingimi. Non importa, sono abituato anche al rifiuto. Tuttavia questo sono io e non posso farci nulla.
I poeti sono così: non compongono per cercare consensi e neppure per denaro. Scrivono perchè scrivere è quello che vogliono, la loro priorità, al di là di applausi o guadagni.
L’arte per l’arte.
Per questo motivo non tutte le sue poesie mi piacciono; solo quelle in cui ritrovo me stessa via le emozioni che lui ha raccontato… per se stesso. In ciò è implicito anche il concetto dell’arte fine a se stessa, tanto per terminare questo gioco di parole concentrato sul fatto che, volente o nolente, la poesia resta comunque una forma individuale di scrittura.
Alla fine di questa bella e avvincente raccolta di liriche, Pietro Pancamo arriva alla catarsi finale, dopo aver ammesso di aver percorso la sua esistenza a piedi, senza nemmeno pensare di darle “una forma di sandalo/ o di mocassino”.
E piange… “mentre allaccia il destino”.
Catarsi deriva dal termine greco Kátharsis e significa purificazione, sublimazione (da Katharós, puro). Ecco allora che lo spettatore si purifica dalle passioni e piange con lui, sotto lo strato, la coltre protettiva che lo avvolge (metaforicamente).
A questo punto ci è concesso di riprenderci le nostre malinconie, i nostri ricordi “fuori, di notte”, mentre “nel buio” si insegue “un manto di vita”. Quel manto di vita che forse Qualcuno un giorno ci ha posato sulle spalle con gesto paterno dicendoci: «Coraggio! Ora vai… Vai avanti da solo!».

Maria Cristina Giongo

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POESIE DI PIETRO PANCAMO
TRATTE DA MANTO DI VITA

Somiglianze

A quest’ora
ogni paese
è un fagotto
di stelle e di buio.

Ma lo è pure
questo cielo vagabondo
(guscio d’aria e di respiri)
che stringe in un solo mondo
città, mari e tempeste.

Ma lo è pure
questa via
(intirizzita di pioggia)
col suo buio
incatenato ai lampioni
e un po’ di stelle
che sussurrano al mio palazzo
la ninna nanna:
vedo tante finestre
chiuse fra perimetri di sonno.

A quest’ora
ogni uomo
è un fagotto
di buio e di stelle.

***

L’ispirazione

I
E di sera
io danzo l’habanera.
Ricordi silenziosi
aprono gli occhi permalosi
e battono i piedi qui con me.
Io sono il maestro.
Io li dirigo.
Io sono il maestro di bravura artificiale.
Io dirigo la musica
nell’aria che sa di temporale.

II
Il temporale è già tornato a casa
fra le nubi,
mentre io lo saluto
da quaggiù:
«Vieni presto, eh? Domani sera!».
Ma se non vieni
festeggio ugualmente.
No, non per dimenticarti:
per rimpiangerti meglio
(come direbbe il lupo
a Cappuccetto Rosso)…
e più gioisco
più sono solo.

***

A mezzanotte

Ecco i fantasmi di queste labbra
e di quegli uomini all’occhiello dell’amore,
che attraversano le ombre cave dell’aria mansueta
con lo sguardo di chi trova nel buio
un manto di vita.

***

Racconto

I: in casa, di sera.
Dalla finestra aperta
mi prende ancora
a ditate nel cervello
questo calore in maniche di luna,
che mi costringe sempre
a sentirmi male.
Tanto male:
un concerto di cicale
il silenzio
che si sgretola nel muro.

II: fuori, di notte.
Ma penso ai ricordi:
lo so che migrano
suscitando lo spazio.
Anche esterno.
Così almeno posso uscire.
Infatti eccomi:
vado a camminare.

E passeggiando zoppo
fra lune di tempo,
trovo un angolo d’ombra
come uno spiraglio di stanchezza.

Se guardo attraverso
davvero a lungo
riconoscerò, poi,
nell’aria del mattino

(le campane, non per me,
sono l’alba
popolata di prime ore)

i detriti del mio semplice destino.