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Viviamo in periodo storico complesso e complicato, in cui sembra che ad ogni cosa della vita e della nostra quotidianità, sia appiccicata l’etichetta della superficialità, della precarietà, e soprattutto della fugacità: non troviamo mai un momento per considerare e approfondire lo spessore insito nelle cose e nel mondo.

Direi che le differenziazioni tra il mondo orientale e la sua filosofia spiritualista, e il mondo occidentale con il suo diffuso materialismo e pragmatismo, aumentino sempre di più, sebbene ora anche nei paesi dell’Est, come Cina e India, si vada affermando la cosiddetta civiltà globalizzata di tipo meccanicistica. Ma questo è tutt’altro argomento e non è questa la sede per discuterne. In un tale scenario, però, è lecito porsi la domanda: a cosa può servire la poesia? E’ un qualcosa, un valore, una qualità che può ancora essere utile, o addirittura indispensabile, in questo mondo così mutevole, disordinato, teso essenzialmente all’avere, al possedere e non all’essere?

La risposta ovviamente è sì, deve essere sì. Lo constatiamo quotidianamente e lo notiamo con una sorta di rassicurazione nel cuore: si scrive tantissima poesia e credo lo si faccia soprattutto per se stessi, perchè è pur vero che l’uomo deve in qualche modo esprimere la sua creatività, per compensare la sua attività giornaliera che nella maggior parte dei casi è di tipo automatico, meccanico, non gratificante e quindi non soddisfacente. Allora si scrive, o ci si dedica a qualche altro passatempo.

Ecco dunque la parola fatidica: passatempo, hobby, divertimento. E’ innegabile che, da questo punto di vista, la poesia è salvifica, è integrazione della propria personalità espressiva. E fin qui nulla di male. Ma si tratta poi di vera poesia?

Diciamo pure che la poesia, ed ora mi riferisco alla poesia con la “p” maiuscola, ha forse subito in questi ultimi decenni uno sparpagliamento notevole, in contenuti, in forme e stili, in orientamenti e scuole di pensiero. Ci sono state correnti particolari, gruppi, avanguardie e neoavanguardie, questo sì, ma poi tutto si è perso o si sta perdendo nel grande oceano della scrittura poetica creativa. Libertà completa di navigare verso mete scelte a piacere, a caso.

In questo panorama così variegato e impreciso, così multiforme, andava fatto un po’ d’ordine, precisare qualcosa di utile, dare dei riferimenti. E la “Fabbrica della parola” di Raffaele Urraro è proprio questo, in quanto assolve ad un compito singolare ed importante nel campo della parola creativa, e cioè quello di ricordare, di ricordarci, che il fare poesia non può essere un’attività meramente ricreativa e completamente svincolata da qualsiasi regola, bensì, per essere tale deve necessariamente riferirsi a pochi ma essenziali requisiti fondamentali. Requisiti che, beninteso, non sono regole, giacchè la poesia resta comunque libera e indipendente, e si pone al di sopra di ogni sistema che in qualche modo voglia incanalarla o vincolarla.

Ma le basi fondamentali sono importanti ed edificanti. Perciò il libro di Raffaele Urraro, “La fabbrica della parola”, è utile, in quanto raccoglie il meglio del pensiero e della tecnica, se è lecito usare questo termine, per fare poesia e soprattutto per fare buona poesia. Io lo ritengo una specie di prontuario, un vademecum poetico, da tenere sempre a portata di mano, sulla scrivania, per consultarlo e leggerlo più volte, per arricchire la propria esperienza di scrittura poetica apprendendo come si sono comportati i Grandi di fronte all’argomento “poesia” e che cosa loro intendevano per essere poeta e scrivere di poesia.

Così, ad esempio, partendo da Orazio, veniamo a sapere, a proposito della sua ars poetica, che l’attività di poeta al contrario di altre attività non può avere diversi gradi di bontà, e cioè mentre possiamo incontrare un discreto falegname, un buon muratore, il poeta non può permettersi di essere discreto o superficiale: poeta lo si è veramente, completamente e pienamente, o non lo si è affatto; non ci sono mezze misure in poesia. Proseguendo nella lettura del libro, riscontriamo poi le linee guida del pensiero poetico di altri capisaldi del nostro patrimonio poetico e letterario europeo, descritti e analizzati da Urraro in ordine quasi temporale (si comincia infatti da Orazio e si termina con il poeta svedese Lagercrantz, scomparso nel 2002), quasi a voler comporre una mappa storica del pensiero poetico, che in effetti risulta molto dettagliata ed esauriente. Sono personaggi che hanno dato sicuramente un contributo altissimo nella determinazione e nell’indirizzo dell’arte poetica, del senso da dare alla poesia, nella sua utilità e nella sua funzione e nel suo impatto con il mondo dei non addetti ai lavori. E parliamo di Baudelaire, Mallarmè, Valery, Leopardi, Ungaretti, Montale, solo per citare qualcuno di questi grandi che compaiono nel libro di Urraro.

Si tratta dunque di un libro che per noi poeti, ma anche per i “non addetti ai lavori”, è indispensabile, perchè costituisce davvero una guida importante, e andrebbe letto più volte, per richiamare alla mente gran parte dei requisiti essenziali perchè una scrittura poetica possa davvero definirsi poesia.

Raffaele Urraro è da ammirare per questo suo duplice talento, e cioè la grande capacità di analisi che si estrinseca poi nella produzione di saggi critici di grande valore, come quelli su Leopardi, la sua conoscenza profonda della società, della letteratura e della storia, ma anche parallelamente il suo talento poetico, la sua poesia di qualità. Credo che sia difficile incontrare persone che abbiano contemporaneamente queste due attitudini: la critica e l’analisi poetica da una parte, e la frequentazione, la pratica diretta della poesia dall’altra. Ma è proprio grazie a questa sua peculiarità, che Urraro è riuscito ad individuare e ad analizzare con grande attenzione i poeti e il loro pensiero, descritti in questo bellissimo libro, che oltre ad essere un saggio, è anche una appassionata e intrigante storia della nostra poesia.

Nota realizzata in occasione della presentazione del libro “La fabbrica della parola”, di Raffaele Urraro, Manni Editore. Libreria Odradek, Roma, 25 maggio 2012

                                                                                        Giuseppe Vetromile