L’elemosina – racconto di Loredana Semantica

da I sette vizi capitali

Roberto Alessi era all’ultimo capitolo della sua opera. Il suo primo romanzo. Mesi e mesi di lavoro.
Era la saga di una famiglia dai primi anni del secolo scorso fino agli anni cinquanta, una storia ambientata nell’Italia centrale tra le due guerre. Glorie, disgrazia e decadenza, personificata dall’ultimo erede, ridotto alla povertà, alla vita randagia, all’elemosina. E proprio questo era il titolo del romanzo: “L’elemosina”. Roberto si era dato tanto da fare per pubblicarlo e la cosa non era stata indolore nemmeno per le sue tasche, aveva dovuto dare un contributo alla casa editrice per l’acquisto di ben duecento copie dell’opera. Che poi all’editore poco importa che l’autore le conservi ancora impacchettate, impilate in garage o le collochi gratuitamente presso amici, parenti conoscenti, vendendo, nella migliore delle ipotesi, qualche decina di copie del romanzo per l’impegno di quegli stessi amici, parenti, conoscenti a loro amici, parenti , conoscenti. Certo la casa editrice si sarebbe data da fare per la diffusione dell’opera e poi era seria, professionale, pubblicava roba di qualità, come il suo romanzo appunto: un capolavoro.
Intanto Roberto lavorava all’epilogo.

Quell’uomo si sentiva finito, conduceva le sue spente giornate, spegnendosi giorno per giorno ulteriormente. Tutti i pomeriggi al vespro e a mezzogiorno nei giorni di festa si metteva seduto per terra alla porta della chiesa di Santa Maria della Misericordia, sperando che i partecipanti che entravano o quelli che uscivano dalla messa gli facessero l’ elemosina. Il volto disfatto, i capelli lunghi, la barba bianca.

Roberto con quel romanzo sperava di lasciare traccia di sé nella storia della letteratura. Come la Austen con Orgoglio e pregiudizio, come la Bronte con Cime Tempestose, il Gattopardo di Giuseppe Tomasi, un’unica grande opera che lo consegnasse alla memoria. Ci credeva con tale convinzione che aveva voluto assicurarsi la pubblicazione ancora prima della fine, lasciando in sospeso proprio l’ultimo capitolo, lo aveva però già tutto in testa e scriveva, scriveva.

Una gamba tesa l’altra piegata verso la prima ad accogliere nell’incavo triangolare infagottato che si formava, una copricapo scuro, dove raccoglieva le monete che i fedeli lasciavano cadere. Aspettava che venisse il momento di racimolare quei pochi soldi che gli servivano per vivere, per nutrirsi almeno. Al vestiario non badava più da molto tempo. Aveva pantaloni larghi e polverosi, una volta di colore beige adesso pressappoco grigi, una camicia a quadri neri, azzurri e bianchi, malconcia e lisa ai polsi e gomiti e scarponi pesanti slacciati.

Per lui era un sollievo non essere conosciuto da nessuno, avendo raggiunto un luogo dove annullarsi, scomparire, aveva camminato a lungo per questo risultato. L’unico perseguito con successo, oltre a quello di testimoniare sulla pelle, sulla carne, la rivelazione del proprio destino, in quell’unica parola, come scritta nella linea delle sue mani, sua vocazione e dannazione, come letta da occhi veggenti oltre mezzo secolo prima: l’elemosina.
Roberto non vedeva l’ora di avere tra le mani il suo romanzo fresco di stampa, ne avrebbe dato una copia al suo nipote preferito, uno scrittore anche lui, di grande fama. E gli avrebbe chiesto un’opinione. Teneva al suo giudizio più di chiunque altro, conoscendone il grande talento.

Ebbero occasione di vedersi proprio a Natale e Roberto ridendo soddisfatto gli consegnò il volume. “L’elemosina” di Roberto Alessi, Caudillo editore, godendo dell’espressione di sorpresa del nipote.
“Mi raccomando Luigi, fammi sapere cosa ne pensi” “Certamente zio, ti chiamerò appena lo avrò letto” rispose quello. Passarono pochi giorni e Luigi non aveva dimenticato, prese il volume, guardò la copertina, lesse la prima pagina e poi svogliatamente qualche riga. La noia lo consumava. Complice Daniel Pennac, fece appello al diritto del lettore.
Non andò oltre, prese il romanzo e lo infilò nella busta della raccolta differenziata che la moglie pretendeva facessero tutti in casa, l’indomani sarebbe finita nel cassonetto l’intera busta di carta e il romanzo dentro. Chiamò al telefono lo zio. “Zio carissimo, ho appena finito di leggere il tuo romanzo, ma quello non è un romanzo, è vera poesia!”