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(dall’ILVA alle Murge, via Valle d’Itria e Salento)

Ed ora chiamami straniero, selva di moli informi
ed anse fiocinate ed alberi lunari senza più brada,
stregata linfa, muraglia di miasmi protetti
di incombusti pozzi di neve nera e calda,
dai sigilli alle arcate nascoste, infecondo frantoio
d’oro eroso e argento arsenicato, ciurma persa
in lungomari sbarrati, bordeggiante e sinuosa
in caffetani intarsiati di sabbia turchese
e bellici scafandri rococò, tessuti da piccole larve
in brulicanti bazar indostani o grotte singalesi.
Ritorta costa d’Itria, pitagorico regno burlesco
della riscossa dei malnati, in forzato soccorso
ai derelitti, dannati d’oltremare, d’altro dialetto e stesso
volto di pietra scura. Ed anche voi, visitatori di passo,
scesi a sciamare da logore carrozze e non da inermi,
naufraghe prigioni, bare a trecento piazze per smunti
traci assetati, voi che ormai forse non fuggite altro
che il vostro antico, pallido tedio, fate attenzione
a togliere ogni spina, ogni residua stilla di veleno,
prima di assaporare il cuore polposo di quel nostro
selvaggio frutto di cactus, ocra-arancio, candito
allo scirocco dei più nascosti orti dell’assolata baia
d’un troppo stanco Ulisse, che mai tolse gli ormeggi,
deposte le sartie lasche, dal malioso pontile a tutto sesto
delle lampare in perpetua risacca.

Francesco De Girolamo (da “Quanti di poesia” – Edizioni L’Arca Felice, 2011)