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Nel taschino l’ultimo verso

Oggi l’inferno ha altri volti, oscurità e schegge. Oltre il confine il buio.

Nella stanza il freddo chiarore di un’alba di dicembre, pareti
bianche di ospedale, la mana alla maniglia, il treno che non parte.
Attese di autobus sempre vuoti. Non c’e nessuno in giro a
quest’ora. Solo silenzio. II silenzio è una parola vuota.

Rami scarni contro il cielo, una lunga interminabile prospettiva
disadorna, attaccapanni spogli ove impermeabili grigi stanno appesi.

E il giorno della memoria, il giorno dei santi e dei martiri,
troppo presto dimenticati. Nuvole fosche e un vento sibillino soffia sulla terra.

Solo una donna incontro nella nudità dei giorni.

I

Stava fuori la promessa

ed era tutta raccolta contro lo spigolo

del letto, a malapena rischiarata dalla luce obliqua
del balcone,

una piccola luce, mentre tutto oscillava
e si inabissava nei perche,

nelle ombre sul muro,

nell’acqua che continuava a cadere,

fredda e insistente come le parole su quel corpo
di lui immobile.

II

Poi ritrovarsi tutta aggrappata sul predellino del treno
sotto la pioggia, in quell’abito bianco

che pareva uno straccio, lei, il suo volto bianco,
bagliori di un corridoio d’ospedale,

i vetri dei finestrini riflessi

tutta la storia rappresa a quella maniglia,
a quella inutile presa.

Domande che non hanno risposte, tutte
nel silenzio, quando muoiono i giorni

e ancora non sei pronto

mentre già l’altoparlante annuncia:

«E’ in partenza dal binario numero 24 … »

Leggere ancora, per non dimenticare, leggere nel silenzio.

Oscilla I ‘ultimo verso, il viandante si allontana, di profilo la sua
ombra e un taglio di luce, non ha forma. Procede.

Sibila il vento sui rami disadorni.

Le parole si inseguono come tagli di scure, come i numeri
sull’avambraccio. Solo numeri. Non ricordo nient’altro. La bam-
bina aveva scarpette rosse e un abita bianco e occhi grandi. Ric-
cioli biondi.

Non è cosi che si deve partire. II camion è pronto. Mi hanno spin-
to per farmi salire, mi hanno buttato come un attaccapanni, abito
grigio, scarpe afflosciate.

Nel taschino l’ultimo verso di Jnvictus. Questa mi salverà

Nel taschino l’ultimo verso di Invictus

Avanza rapido il giorno ed è un giorno che non ha mai fine.

Una stanza d’albergo a due stelle,
la luce scarna sulle braccia

e lei che tossisce

vicino alla stazione

in un sottopassaggio

ho girato l’angolo senza chiedere nulla
ho disceso le scale

e ho aspettato l’arrivo dell’ultimo autobus.

*

Una vecchia Guzzi e mio padre

– mi sembrava un gigante – sui tornanti.

Mi diceva indicando uno spicchio più azzurro
tagliato lontano tra i monti:

«Vedi? Quello laggiù è il mare».

E aveva un limpido riso da buono

mio padre che appena conobbi

e risento quel dolce sapore

di azzurro tagliato tra i monti.

La vita si inerpica a volte si sfascia,
ma restano sempre i più dolci

ricordi.

Le mani che cercano  l’ ombra.

*

Ancora quel suono, quel suono

che taglia 1a notte recide oscure memorie.

Un’ auto o una moto che ingoia nel buio la strada
un giovane forse che toma o  che si allontana.

E vado pescando ricordi dei tanti

compagni  di viaggio, dei tanti da tempo già scesi
In qualche perduta stazione.

Li conto a memoria, non manca nessuno,
I’ amico più caro ancora sorride.

E’ tardi

La  notte ha un sapore di cose lontane.

*

 Se appena nel soffio questa foglia,
forse un poco sbeccata per le troppe
battaglie, svenata appena, è ancora

sospesa al tralcio

questa foglia che vede, già vede
tramutarsi il colore e le sue vene
seccarsi

e già si gode il lento, ondeggiante
cad ere, già si sveste di ombre
dopo tanti, oh sì tanti frastuoni,
che era vita la sua, e ancora trema
sotto l’ acqua ed il vento …

anch’io mi sento, non vuoto,
già staccarmi dal ramo …

Prendimi terra, annegami, fammi tesoro
di altre forme, accoglimi non già morente,
nuovo per altre immensità, per altre vite.

*

E parlammo di te attorno ai fuochi,
nella sera suadente e sul mantello
una luna di carta per sognare

i segreti del tempo, e la tua voce
come un soffio di nuvola sui tetti a
ricordarci degli anni, dei segreti

che il tempo senza tempo ci ha lasciato.

Ora che la distanza ci allontana

saperti ancora ferma in riva al mare

con gli occhi tristi e il volto dentro il vento

mi dona questa eterna giovinezza

e il senso di un eterno raccontare.

*

Così lontana vieni a me, vengono ombre
ancora nella notte, passano accanto,
ombre lontane ed in quel suo no sono
mille memorie a raccontarmi, sono
radici asciutte nella carne.

E un rombo che cresce e spegne oltre le voltate
tutti i miei anni, i compiti, radici

gli amici miei, quelli perduti o scesi
prima del tempo.

Incombono i dirupi e questa strada
si fa più scarna cruda.

*

Non so perdonarmi

di esser vissuto più di mio padre.

I padri sono forti, ci restano accanto,

non muoiono, non possono andare per altri tramonti.
M io padre portava il piccone, sul capo la lampada,

e aveva un volto da buono, mio padre

con gli occhi lontani.

Ancora la terra non grida, chi muore
non ha che un respiro.

Testimonianza di una età – la nostra – e di un crepuscolo, se la poesia è anche divenlre   e, in qualche caso, sofferenza, come dichiara I’autore nel breve saggio finale. L’incipit  e la chiusura prendono lo spunto da alcuni versi di Nicolas Bouvier, il poeta a cui piaceva cantava la lentezza, versi che Bouvier scrisse alcuni mesi prima della morte. Canto di morte, dunque, questa viaggio in un altrove diverso, e canto della vita.

«La sua raccolta di poesie mi ha profondamente emozionato: ha l’andamento del viaggio verso la tragica conclusione del tempo, fra la verifica della memoria come unico valore pur nel dolore e nella fragilità delle esperienze e del sentimento e la consapevolezza fortemente morale del mondo spiritualmente perduto. II discorso è ampio, solenne, grandioso. Ci sono testi di straordinaria bellezza, come Nel taschino I’ultimo verso, ma tutta l’opera è splendida, altissima». (Giorgio Barberi Squarotti, Corrispondenza epistolare del 9 marzo 2012).

Nulla si può aggiungere, nulla c’e da spiegare. La poesia e soprattutto ascolto e silenzio.

 Bruno Bartoletti nasce a Montetiffi, una piccola frazione del Comune  di Sogliano al Rubicone (FC), dove tuttora risiede. Laureatosi In Materie Letterarie presso l’Università degli Studi di Genova con  una tesi su Giovanni Pascoli, dopo la nomina come assistente ordinario alla cattedra di Storia della letteratura italiana moderna e contemporanea presso l’Università degli Studi di Torino, nomina a cui rinuncia, si dedica all’insegnamento, svolgendo poi la funzione di Preside negli Istituti Tecnici .. Uomo di scuola e promotore culturale, presso I’Università di Aix en Provence ha  svolto un Dottorato di ricerca d’Etudes Romanes con un lavoro su Dino Campana. Si è sempre dedicato alla poesia fin da ragazzo, ma solo in età matura ha cercato di dare ordine e sistemazione al suo lavoro. Nel1997 pubblica il suo primo volume di liriche, Trasparenze – Frammenti di memorie, nel 2000 Le radici, nel2001 Parole di Ombre, e nel 2005  Il tempo dell’attesa. Numerosi sono i riconoscimenti ricevuti e molte sue poesie e recensioni sono apparse su diverse riviste e antologie di autori contemporanei. Partecipa a conferenze di letteratura e a letture di testi poetici dell’otto – novecento.

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