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La Malinconia

Malinconia

la vita mia

struggi terribilmente;

e non v’è al mondo, non c’è al mondo niente

che mi divaghi.

 

Niente, o una sola

casa. Figliola,

quella per me saresti.

S’apre una porta; in tue succinte vesti

entri, e mi smaghi.

Piccola tanto,

fugace incanto

di primavera. I biondi

riccioli molti nel berretto ascondi,

altri ne ostenti.

Ma giovinezza,

torbida ebbrezza,

passa, passa l’amore.

Restan sì tristi nel dolente cuore,

presentimenti.

Malinconia,

la vita mia

amò lieta una cosa,

sempre: la Morte. Or quasi è dolorosa,

ch’altro non spero.

Quando non s’ama

più, non si chiama

lei la liberatrice;

e nel dolore non fa più felice

il suo pensiero.

Io non sapevo

questo; ora bevo

l’ultimo sorso amaro

dell’esperienza. Oh quanto è mai più caro

il pensier della morte,

al giovanetto,

che a un primo affetto

cangia colore e trema.

Non ama il vecchio la tomba: suprema

crudeltà della sorte.

***

Fanciulle

Maria ti guarda con gli occhi un poco

come Venere loschi.

Cielo par che s’infoschi

quello sguardo, il suo accento è quasi roco.

Non è bella, né in donna ha quei gentili

atti, cari agli umani;

belle ha solo le mani,

mani da baci, mani signorili.

Dove veste, sue vesti son richiami

per il maschio, un’asprezza

strana di tinte. È mezza

bambina e mezza bestia. Eppure l’ami.

Sai ch’è ladra e bugiarda, una nemica

dei tuoi intimi pregi;

ma quanto più la spregi

più la vorresti alle tue voglie amica.

***

A mia moglie

Tu sei come una giovane

una bianca pollastra.

Le si arruffano al vento

le piume, il collo china

per bere, e in terra raspa;

ma, nell’andare, ha il lento

tuo passo di regina,

ed incede sull’erba

pettoruta e superba.

È migliore del maschio.

È come sono tutte

le femmine di tutti

i sereni animali

che avvicinano a Dio,

Così, se l’occhio, se il giudizio mio

non m’inganna, fra queste hai le tue uguali,

e in nessun’altra donna.

Quando la sera assonna

le gallinelle,

mettono voci che ricordan quelle,

dolcissime, onde a volte dei tuoi mali

ti quereli, e non sai

che la tua voce ha la soave e triste

musica dei pollai.

Tu sei come una gravida

giovenca;

libera ancora e senza

gravezza, anzi festosa;

che, se la lisci, il collo

volge, ove tinge un rosa

tenero la tua carne.

se l’incontri e muggire

l’odi, tanto è quel suono

lamentoso, che l’erba

strappi, per farle un dono.

È così che il mio dono

t’offro quando sei triste.

Tu sei come una lunga

cagna, che sempre tanta

dolcezza ha negli occhi,

e ferocia nel cuore.

Ai tuoi piedi una santa

sembra, che d’un fervore

indomabile arda,

e così ti riguarda

come il suo Dio e Signore.

Quando in casa o per via

segue, a chi solo tenti

avvicinarsi, i denti

candidissimi scopre.

Ed il suo amore soffre

di gelosia.

Tu sei come la pavida

coniglia. Entro l’angusta

gabbia ritta al vederti

s’alza,

e verso te gli orecchi

alti protende e fermi;

che la crusca e i radicchi

tu le porti, di cui

priva in sé si rannicchia,

cerca gli angoli bui.

Chi potrebbe quel cibo

ritoglierle? chi il pelo

che si strappa di dosso,

per aggiungerlo al nido

dove poi partorire?

Chi mai farti soffrire?

Tu sei come la rondine

che torna in primavera.

Ma in autunno riparte;

e tu non hai quest’arte.

Tu questo hai della rondine:

le movenze leggere:

questo che a me, che mi sentiva ed era

vecchio, annunciavi un’altra primavera.

Tu sei come la provvida

formica. Di lei, quando

escono alla campagna,

parla al bimbo la nonna

che l’accompagna.

E così nella pecchia

ti ritrovo, ed in tutte

le femmine di tutti

i sereni animali

che avvicinano a Dio;

e in nessun’altra donna.

***

La capra

Ho parlato a una capra.

Era sola sul prato, era legata.

Sazia d’erba, bagnata

dalla pioggia, belava.

Quell’uguale belato era fraterno

al mio dolore. Ed io risposi, prima

per celia, poi perché il dolore è eterno,

ha una voce e non varia.

Questa voce sentiva

gemere in una capra solitaria.

In una capra dal viso semita

sentiva querelarsi ogni altro male,

ogni altra vita.

***

Squadra paesana

Anch’io tra i molti vi saluto, rosso-

alabardati,

sputati

dalla terra natia, da tutto un popolo

amati.

Trepido seguo il vostro gioco.

Ignari

esprimete con quello antiche cose

meravigliose

sopra il verde tappeto, all’aria, ai chiari

soli d’inverno.

Le angoscie

che imbiancano i capelli all’improvviso,

sono da voi così lontane! La gloria

vi dà un sorriso

fugace: il meglio onde disponga. Abbracci

corrono tra di voi, gesti giulivi.

Giovani siete, per la madre vivi;

vi porta il vento a sua difesa. V’ama

anche per questo il poeta, dagli altri

diversamente – ugualmente commosso.

***

Il Borgo

Fu nelle vie di questo

Borgo che nuova cosa

m’avvenne.

Fu come un vano

sospiro

il desiderio improvviso d’uscire

di me stesso, di vivere la vita

di tutti,

d’essere come tutti

gli uomini di tutti

i giorni.

Non ebbi io mai sì grande

gioia, né averla dalla vita spero.

Vent’anni avevo quella volta, ed ero

malato. Per le nuove

strade del Borgo il desiderio vano

come un sospiro

mi fece suo.

Dove nel dolce tempo

d’infanzia

poche vedevo sperse

arrampicate casette sul nudo

della collina,

sorgeva un Borgo fervente d’umano

lavoro. In lui la prima

volta soffersi il desiderio dolce

e vano

d’immettere la mia dentro la calda

vita di tutti,

d’essere come tutti

gli uomini di tutti

i giorni.

La fede avere

di tutti, dire

parole, fare

cose che poi ciascuno intende, e sono,

come il vino ed il pane,

come i bimbi e le donne,

valori

di tutti. Ma un cantuccio,

ahimé, lasciavo al desiderio, azzurro

spiraglio,

per contemplarmi da quello, godere

l’alta gioia ottenuta

di non esser più io,

d’essere questo soltanto: fra gli uomini

un uomo.

Nato d’oscure

vicende,

poco fu il desiderio, appena un breve

sospiro. Lo ritrovo

– eco perduta

di giovinezza – per le vie del Borgo

mutate

più che mutato non sia io. Sui muri

dell’alte case,

sugli uomini e i lavori, su ogni cosa,

è sceso il velo che avvolge le cose

finite.

La chiesa è ancora

gialla, se il prato

che la circonda è meno verde. Il mare,

che scorgo al basso, ha un solo bastimento,

enorme,

che, fermo, piega da un parte. Forme,

colori,

vita onde nacque il mio sospiro dolce

e vile, un mondo

finito. Forme,

colori,

altri ho creati, rimanendo io stesso,

solo con il mio duro

patire. E morte

m’aspetta.

Ritorneranno,

o a questo

Borgo, o sia a un altro come questo, i giorni

del fiore. Un altro

rivivrà la mia vita,

che in un travaglio estremo

di giovinezza, avrà per egli chiesto,

sperato,

d’immettere la sua dentro la vita

di tutti,

d’essere come tutti

gli appariranno gli uomini di un giorno

d’allora.

(Dal Canzoniere, Milano, Garzanti, 1951)

***

Tre momenti

Di corsa usciti a mezzo il campo, date

prima il saluto alle tribune. Poi,

quello che nasce poi,

che all’altra parte rivolgete, a quella

che più nera si accalca, non è cosa

da dirsi, non è cosa ch’abbia un nome.

Il portiere su e giù cammina come

sentinella. Il pericolo

lontano è ancora.

Ma se in un nembo s’avvicina, oh allora

una giovane fiera si accovaccia

e all’erta spia.

Festa è nell’aria, festa in ogni via.

Se per poco, che importa?

Nessun’offesa varcava la porta,

s’incrociavano grida ch’eran razzi.

La vostra gloria, undici ragazzi,

come un fiume d’amore orna Trieste.

(Dal Canzoniere, cit.)

***

L’ora nostra

Sai un’ora del giorno che più bella

sia della sera? tanto

più bella e meno amata? È quella

che di poco i suoi sacri ozi precede;

l’ora che intensa è l’opera, e si vede

la gente mareggiare nelle strade;

sulle mole quadrate delle case

una luna sfumata, una che appena

discerni nell’aria serena.

È l’ora che lasciavi la campagna

per goderti la tua cara città,

dal golfo luminoso alla montagna

varia d’aspetti in sua bella unità;

l’ora che la mia vita in piena va

come un fiume al suo mare;

e il mio pensiero, il lesto camminare

della folla, gli artieri in cima all’alta

scala, il fanciullo che correndo salta

sul carro fragoroso, tutto appare

fermo nell’atto, tutto questo andare

ha una parvenza d’immobilità.

È l’ora grande, l’ora che accompagna

meglio la nostra vendemmiante età.

(Dal Canzoniere, cit.)

***

Teatro degli Artigianelli

Falce martello e la stella d’Italia

ornano nuovi la sala. Ma quanto

dolore per quel segno su quel muro!

Esce, sorretto dalle grucce, il Prologo.

Saluta al pugno; dice sue parole

perché le donne ridano e i fanciulli

che affollano la povera platea.

Dice, timido ancora, dell’idea

che gli animi affratella; chiude: “E adesso

faccio come i tedeschi: mi ritiro”.

Tra un atto e l’altro, alla Cantina, in giro

rosseggia parco ai bicchieri l’amico

dell’uomo, cui rimargina ferite,

gli chiude solchi dolorosi; alcuno

venuto qui da spaventosi esigli,

si scalda a lui come chi ha freddo al sole.

Questo è il Teatro degli Artigianelli,

quale lo vide il poeta nel mille

novecentoquarantaquattro, un giorno

di Settembre, che a tratti

rombava ancora il canone, e Firenze

taceva, assorta nelle sue rovine.

(Dal Canzoniere, cit.)

Il torrente

Tu così avventuroso nel mio mito,

così povero sei fra le tue sponde.

Non hai, ch’io veda, margine fiorito.

Dove ristagni scopri cose immonde.

Pur, se ti guardo, il cor d’ansia mi stringi,

o torrentello.

Tutto il tuo corso è quello

del mio pensiero, che tu risospingi

alle origini, a tutto il fronte e il bello

che in te ammiravo; e se ripenso i grossi

fiumi, l’incontro con l’avverso mare,

quest’acqua onde tu appena i piedi arrossi

nudi a una lavandaia,

la più pericolosa e la più gaia,

con isole e cascate, ancor m’appare;

e il poggio da cui scendi è una montagna.

Sulla tua sponda lastricata l’erba

cresceva, e cresce nel ricordo sempre;

sempre è d’intorno a te sabato sera;

sempre ad un bimbo la sua madre austera

rammenta che quest’acqua è fuggitiva,

che non ritrova più la sua sorgente,

né la sua riva; sempre l’ancor bella

donna si attrista, e cerca la sua mano

il fanciulletto, che ascoltò uno strano

confronto tra la vita nostra e quella

della corrente.

***

Trieste

(da Trieste e una donna, 1910-12)

Ho attraversata tutta la città.

Poi ho salita un’erta,

popolosa in principio, in là deserta,

chiusa da un muricciolo:

un cantuccio in cui solo

siedo; e mi pare che dove esso termina

termini la città.

Trieste ha una scontrosa

grazia. Se piace,

è come un ragazzaccio aspro e vorace,

con gli occhi azzurri e mani troppo grandi

per regalare un fiore;

come un amore

con gelosia.

Da quest’erta ogni chiesa, ogni sua via

scopro, se mena all’ingombrata spiaggia,

o alla collina cui, sulla sassosa

cima, una casa, l’ultima, s’aggrappa.

Intorno

circola ad ogni cosa

un’aria strana, un’aria tormentosa,

l’aria natia.

La mia città che in ogni parte è viva,

ha il cantuccio a me fatto, alla mia vita

pensosa e schiva.

***

Città vecchia

(da Trieste e una donna, 1910-12)

Spesso, per ritornare alla mia casa

prendo un’oscura via di città vecchia.

Giallo in qualche pozzanghera si specchia

qualche fanale, e affollata è la strada.

Qui tra la gente che viene che va

dall’osteria alla casa o al lupanare,

dove son merci ed uomini il detrito

di un gran porto di mare,

io ritrovo, passando, l’infinito

nell’umiltà.

Qui prostituta e marinaio, il vecchio

che bestemmia, la femmina che bega,

il dragone che siede alla bottega

del friggitore,

la tumultuante giovane impazzita

d’amore,

sono tutte creature della vita

e del dolore;

s’agita in esse, come in me, il Signore.

Qui degli umili sento in compagnia

il mio pensiero farsi

più puro dove più turpe è la via.

***

Dopo la tristezza

(da Trieste e una donna, 1910-12)

Questo pane ha il sapore d’un ricordo,

mangiato in questa povera osteria,

dov’è più abbandonato e ingombro il porto.

E della birra mi godo l’amaro,

seduto del ritorno a mezza via,

in faccia ai monti annuvolati e al faro.

L’anima mia che una sua pena ha vinta,

con occhi nuovi nell’antica sera

guarda una pilota con la moglie incinta;

e un bastimento, di che il vecchio legno

luccica al sole, e con la ciminiera

lunga quanto i due alberi, è un disegno

fanciullesco, che ho fatto or son vent’anni.

E chi mi avrebbe detto la mia vita

così bella, con tanti dolci affanni,

e tanta beatitudine romita!

Umberto Saba   Dal Canzoniere, ed. Einaudi, Torino 1961

   Nasce a Trieste, in via Pondares, il 9 marzo 1883, da Felicita Rachele Coen ed Ugo Edoardo Poli. La madre, ebrea, viene abbandonata dal marito prima della nascita del bambino; Saba conoscerà il padre solamente in età adulta, rifiutandosi tuttavia di adottarne il cognome (quello attuale è un omaggio alla razza ebraica, nella cui lingua “saba” significa “pane”).

Dopo aver abbandonato gli studi, lavora da praticante in una casa di commercio e come mozzo su di un mercantile: militare nel corso della prima guerra mondiale, non verrà mai però chiamato al fronte.
Esordisce nella poesia con l’edizione privata de “Il mio primo libro di poesia” (1903), ma la sua autentica prima uscita pubblica è del 1911 con “Poesie”, introdotte da Silvio Benco.
Seguono, ambedue nel 1912, i componimenti di “Coi miei occhi” ed il saggio “Quello che resta da fare ai poeti”, pubblicato soltanto postumo nel 1959.
Alla fine delle attività belliche diviene proprietario d’una libreria antiquaria, cosa che si rivelerà negli anni assai giovevole pure come mezzo di sostentamento: nel ’21 pubblica il celebre “Canzoniere”, che raccoglie la produzione poetica di vent’anni, cui fanno seguito “Preludio e canzonette” (1923), “Autobiografia” ed “I prigionieri” (1924), “Figure e canti” (1926), “Preludio e fughe” (1928).
Peggiora intanto la sua sempre precaria salute psichica, tanto da indurlo a sottoporsi a serrata terapia analitica dal ’29 in avanti: inoltre, la promulgazione delle leggi razziali lo costringe a cercar rifugio prima a Parigi, poi a Firenze, dove gode della protezione di Montale e di altri intellettuali antifascisti.
Appaiono intanto le raccolte di liriche “Parole” (1934), “Ultime cose” (1944) e la seconda edizione del “Canzoniere” (1948), che gli guadagna il consenso pressoché unanime della critica. Ciò malgrado, le crisi di depressione non accennano a perdere d’intensità e lo obbligano a rifugiarsi nel quasi totale isolamento. Ricoverato presso una clinica romana nel ’53, alla morte della moglie Lina (avvenuta nel ’56) si stabilisce a Gorizia ; ivi si spegne, l’anno successivo.