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L’autore nacque a Lucca il 21 marzo 1917. Laureato in agraria, è stato redattore capo presso la Casa editrice Mondadori. Durante la Seconda guerra mondiale fu pilota militare impiegato in numerose missioni tra la Sicilia e Malta. Questa esperienza lascerà un’impronta in tutte le sue opere.
Il romanzo “I pipistrelli” uscì nel 1957 nella prestigiosa collana “I gettoni” diretta da Elio Vittorini e nello stesso anno fu incluso nella rosa dei selezionati al “Premio Strega” vinto da Elsa Morante con “L’isola di Arturo”.
Altri due importanti libri usciranno con l’editore Parenti: “il sole scoppia”, del 1960, ambientato a Milano, e due anni dopo “Il violino del pilota”, una raccolta di racconti che ha come sfondo la sua città di Lucca. Nel 2006 con Manni Editori uscirà un libro di poesie: “Attese disattese”, che riceverà una menzione d’onore al Premio di poesia “Lorenzo Montano” del 2007.
“I pipistrelli”, per essere stato scelto da Vittorini e per il giudizio positivo che su di esso espresse Eugenio Montale, può essere considerata la sua opera maggiore. Montale, infatti, si lamentava che certe opere valide, come quella di Cesaretti, non riuscissero a richiamare l’attenzione dei maggiori critici dell’epoca.

La storia è ambientata in Sicilia durante l’ultima guerra. Si è in attesa dello sbarco degli Alleati, al comando del generale Eisenhower.

Un incidente mortale apre il romanzo. Il tenente Orazio Pittetto, in servizio presso la “caserma di corso Umberto a T…” sulla costa settentrionale dell’isola, sposato con Annina, e padre di due figli (del più grande conosciamo il nome, Luigi), proprio quando sta per rientrare a casa viene colpito dalle macerie prodotte da un bomba sganciata da un aereo degli Alleati. Per lui non c’è nulla da fare, e viene accompagnato a casa e disteso sul letto davanti agli increduli ed angosciati familiari, tra cui i suoi vecchi genitori, Augusto e Armida.

La tragedia si compie in un lampo e l’autore la descrive con parole secche, senza alcun accento emotivo, secondo una tradizione tutta toscana che va dal Tozzi e arriva agli scrittori lucchesi, in specie Pea, Viani, Tobino, Teglia. Le immagini sono plastiche, si evidenziano con semplicità attraverso una scrittura fluente. Bastano pochi tratti per farci capire che il colonnello Annibale Nuoto è un uomo buono, il sergente Matteo Gualterio (“un uomo di mezza statura, la fronte alta, occhi grandi, bovini, il mento grosso come una patata, il collo incordato, i capelli che finivano a codino sulla nuca, e con qualcosa di perverso e insieme di fresco e d’aggressivo nell’espressione”) un intrigante e perverso, e l’amico del tenente morto (entrambi provenienti dalla Lucchesia), il sottotenente Veno Vitte, un introverso, timido e cedevole.

Il romanzo (specie nei suoi due terzi; poi si concederà ai ritmi ordinari della narrazione  soprattutto nella parte finale, in cui verranno a sciogliersi i nodi della storia)  è costruito con brevi quadretti, scene collegate e vivide come se fossero rappresentazioni teatrali, qualcosa di speciale se confrontato con la tradizione narrativa lucchese.

La vedova Annina, “giovane, di capelli neri, di occhi piccoli e scintillanti”, è una delle figure più importanti del romanzo. L’autore lascia intuire che la donna (“sposina piccola, quasi un tipo di mezzana”) ama essere corteggiata, si compiace degli sguardi che cadono su di lei, ne misura sempre l’intensità.

Quando Vitte (“camminava coi piedi in dentro, le spalle tonde e rilasciate”) va a trovare l’amico Orazio e apprende che è morto, dopo il pianto indirizza alla vedova “un sorriso tiepido, timido e insieme vizioso”, al quale Annina risponde con un sorriso, “meno innocuo, con un lampo negli occhi, fuggente e quasi impercettibile”.

Vengono in mente le donne di Pirandello e di Brancati in modo particolare. È una innata seduttrice e non è difficile scorgere tra le righe un po’ del suo passato passionale. Non per nulla la suocera, Armida, quando può, non le leva gli occhi di dosso.

Nell’aria è sempre sospesa l’attesa degli Alleati: “Arrivassero presto a liberarci, facessero gli alleati monte di ogni cosa”.

Dopo la morte del marito, Annina attende un nuovo inizio. Cerca un punto dove aggrapparsi per soddisfare una sua segreta ansia ed una sua compressa aspirazione: “Ah, Vitte, sapesse come lei somiglia al povero Orazio. Lei è il ritratto del povero Orazio. Che tuffo al cuore quando ho sentito la sua voce. Lei ha la stessa voce, la stessa bocca, gli stessi occhi del povero Orazio. E anche le sue mani.

Sapremo presto che i due sono in realtà abilmente manovrati dal sergente Gualterio, che fra l’altro è uno spretato, il quale ha bisogno di denari per realizzare un suo sogno visionario: fare tabula rasa del presente e edificare una specie di fratellanza universale, in cui nessun obbligo potrà più legare gli individui, i quali dovranno costruire i loro rapporti sulla base dell’amore e dell’amicizia. Vedremo meglio più avanti altri dettagli di questo disegno.

Vitte, personaggio inquieto e ingenuo, ma abbastanza danaroso per gli scopi di Gualterio, è sospinto da costui ad avere una relazione con Annina, di cui anche Gualterio peraltro è invaghito. Vitte dirà alla donna: “lei ha addosso qualcosa di eccitante e di molto difficile a spiegarsi.” Ma poco dopo: “La verità è che non sento nulla per lei.” Vitte è dunque capace solo di un rapporto ambiguo. In caserma si mormora di un legame più che affettuoso con il suo capitano Antonio Mezzi, “piuttosto piccolo e obeso, e tuttavia agile e nervoso.” Questi, incontrandolo, gli dice: “tu dovresti concedere un po’ della tua giovinezza a chi ti sta vicino.” Più tardi, un capitano della milizia, Arturo Allievi, dirà: “il fascismo non è riuscito a levarli di mezzo. Dicono che la nostra società sia marcia appunto per questo.

Fanno la loro comparsa, dunque, intrighi e passioni che l’autore intesse a tocchi di fioretto: schermaglie e ogni tanto l’affondo. Cesaretti mostra in questo gioco di ricamo una certa abilità.

Quando compare sulla scena la bella baronessa Clotilde Minna (“una bella donna di circa trent’anni, coi capelli biondi, lunghi, che le cadevano sulle spalle scoperte e un po’ adipose e di un leggero e tenero colore roseo. Indossava una vestaglia color celeste e calzava babbucce dello stesso colore.”), la quale ha il marito fuggito in un’altra città in attesa che gli Alleati caccino i tedeschi, si passa da un mondo chiuso, come quello della famiglia di Annina, ad un mondo più aperto che disvela lo smarrimento e lo scombussolamento dei rapporti sociali.

La guerra esalta le paure e i vizi, le prepotenze dei forti sui deboli, il cinismo, le crudeltà anche intime e  spirituali.

Clotilde rappresenta la società meno nobile che si concede e si permette tutto, profittando del disordine materiale per trasferirlo in quello morale.

Clotilde rammenta la morte misteriosa di un aviatore,  Manvich, e precisa: “A me hanno anche detto che questo Manvich era molto bello.” In realtà, sapremo più avanti che, proprio in casa di Annina, la donna ha avuto un incontro galante con costui. Siamo in presenza di una corruzione latente, di una paura devastatrice indotta dalle fragilità che tramano dentro di noi a causa della guerra, così che nessuno è più credibile, nessuno dice più la verità. La guerra trascina in superficie, e le rende dominanti, l’insicurezza e la paura, al punto che le identità si offuscano e perfino mutano.

Il libro è diviso in tre parti, e ogni parte in capitoli e i capitoli in brevi paragrafi che, come già scritto, delineano scene molto plastiche e rese evidenti e godibili da uno stile senza fronzoli.

A poco a poco l’insieme, da piccolo che era, si allarga e va a lumeggiare altri angoli della vita militare tipica di un aeroporto, da dove partono continuamente missioni di guerra. L’atmosfera, ogni tanto, si impregna di una solitudine che lega ciascuno alla malinconia di una guerra che sembra corrodere la vita, isolarla, renderla una trafittura dolorosa della realtà.

Una frase dello spretato Gualterio, che si incontra nella prima parte, inserisce nel rapporto tra i personaggi un che di mistico mistero che apre al lettore suggestioni e scenari imprevisti. Questa: “Un giorno non ci saranno più guerre, devastazioni, orrori, violenze: l’uomo fiorirà a colori divini. Darà nuovi frutti e la terra intera si glorierà di questo fatto. E noi, cara Annina, noi saremo stati gli iniziatori, noi i nuovi Cristi”.

Che cosa ha in mente Gualterio? Con i compagni coltivare un messianesimo che promanerebbe proprio dalle crudeltà della guerra?

Cesaretti, dunque, si serve di uno spretato per misurare l’animo umano in uno speciale e disordinato contesto quale quello della guerra.

La quale guerra ha rumori lontani. Il suo lievito fermenta fuori dalle devastazioni materiali, si insinua nei rapporti interpersonali provocando mutamenti, rinascite o definitive cadute e abbandoni.

Una profonda inquietudine colpisce chiunque si trovi o si sia trovato di fronte al rovesciamento dei valori morali, provocato in ogni manifestazione di odio e di violenza.

I pipistrelli del titolo appaiono la prima e unica volta nel corso del funerale di Pittetto, il tenente morto sotto i bombardamenti: “I pipistrelli infilavano dall’alto il vicolo, uno di loro apriva il volo e gli altri lo seguivano per sperdersi qua e là nel vicolo sino a che non risalivano alla luce e scomparivano.

Cesaretti è bravo nelle descrizioni. Il lettore ne troverà altre meritevoli. Questa dei pipistrelli si confà alla struttura del romanzo che con i suoi quadretti fa apparire e sparire i protagonisti, insieme con i loro sentimenti e i loro pensieri.

Soltanto con una lenta gradualità ciascuno di essi assumerà la sua posizione di rilevanza, alternandola con quella degli altri.

Diciamo che ogni paragrafo illumina come a teatro la scena nonché il personaggio o i personaggi che la interpretano.

È il caso della visita di Vitte ad Annina, la quale non è andata al funerale del marito ed è restata sola in casa nella speranza che Vitte venisse a trovarla.

La schermaglia tra i due è molto seducente, con Vitte che non vuole cedere al corteggiamento della donna, ma infine Annina riesce a trascinarlo in camera da letto. Quando ne escono Vitte è pentito per quello che ha fatto ed anche adirato, ma Annina, nel tirarlo a sé mentre lui vuole andarsene, gli dice: “Le voglio bene. Abbia pietà.” E lui risponde: “Io volevo baciarla come una sorella”.

Vitte è un personaggio complesso. Di lui si mormora per la presunta relazione omosessuale con il capitano Mezzi, e perfino l’amicizia con  il defunto Orazio, il marito di Annina, è sospetta di omosessualità. Ma la sua resistenza al fascino femminile appare debole e una tale ambiguità veste il personaggio di una centralità che lo fa perno di molte situazioni, a partire da quel disegno escatologico ancora indefinito che Gualterio vuole avviare proprio con lui e con Annina, al punto da farsi mezzano affinché si intensifichino i rapporti tra il sottotenente e la vedova di Orazio, la quale, nello stesso giorno dei funerali del marito, caccia di casa i suoceri per sentirsi più libera.

I rituali fascisti sono messi in risalto sia nel corso della cerimonia funebre, allorché è il federale Guido Locrì (“era un bell’uomo, alto, atletico, simpatico e dall’aria decisa.”) a tenere il discorso commemorativo con gli accenni alla guerra in atto, e agli Alleati che bombardano continuamente, e con quell’esortazione a resistere perché la vittoria è vicina.

La boria fascista la fa da padrone nei conversari che seguono al rito funebre. Chiacchiere e saluti romani si susseguono apparendo sempre più tronfi e ridicoli in confronto alle sorti della guerra, che paiono già segnate.

Nel mentre i militari sembrano attendere con ansia la fine della guerra, la milizia fascista ancora è illusa della vittoria finale: “Noi vinceremo. Noi abbiamo la pelle simile a corazza che regge alle esplosioni delle bombe alleate. Continuino i nemici a colpir chiese e ospedali e civili abitazioni: avranno, o camerati, a far breccia nel nostro cuore? Su, abbiate fede nella vittoria e alla vittoria fate bagaglio.

Ciano è idolatrato. In qualunque luogo dove si ferma a pranzare non manca mai “un pennoncino non più alto di un lapis, la piccola bandiera nera della sua squadriglia col teschio bianco e le ossa.

Il federale si fa vanto di averlo conosciuto e di dargli del tu. Con lui è stato a cena una volta: “Oh! Una cena memorabile: c’era di tutto: lasagne al forno, porchetta, verdure tenere di San Remo e carciofini della riviera. E poi sotto coi vini.”; “Entrarono di lì a poco sette ballerine nella sala: chi sa che diavolo là le aveva spinte. E mentre Ciano esce, un colonnello dice alle ragazze: ‘Giù le gonne’; e le ragazze: ‘Obbediamo’”.

Come i soldati anche il prefetto aspetta con ansia la fine della guerra; confida al viceprefetto: “Se almeno gli alleati si decidessero a far tabula rasa di Milano o di Roma o di Torino. Qualcosa succederebbe in Italia. Gli alleati alla radio dicono di aver migliaia e miglia di aeroplani, e poi picchiano le città con venti o trenta bombardieri. Ne mandino una buona volta trecento o quattrocento, facciano dieci o ventimila morti alla volta. E poi, oh, e poi sarebbe la pace in meno di due giorni.

Con poche descrizioni, Cesaretti riesce a dare l’idea del disordine che si è insinuato nelle istituzioni, e dei contrasti che si inaspriscono ogni giorno di più, rendendo vano il sacrificio degli sfortunati al fronte.

Al contrario della truppa, in qualche modo gli ufficiali trovano il tempo per svagarsi e godersela.

Il capitano Mezzi riesce a convincere Vitte a cenare nella trattoria di Gustavo, un veterano della “guerra del quindici” in compagnia della baronessa Clotilde e di una sua amica, Sandra.

Sono siparietti in cui gli uomini e le donne si rifugiano nella speranza di sopravvivere. Il capitano Mezzi è un buontempone, mezzo poetastro, amante della vita crassa e spendacciona, infatuato del duce, che loda in ogni circostanza.

Vitte è profondamente diverso. Non riesce mai a liberarsi di una sua radicata inquietudine interiore. Raramente sorride, raramente riesce a liberarsi dei suoi pensieri.

In lui prende corpo sempre di più il progetto di Matteo Gualterio, lo confida anche alla Sandra. Si tratta di una cancellazione profonda della attuale società fatta di legami e rapporti inutili e opprimenti: “via i padri, le madri, le sorelle, i mariti e le mogli: tutto quello che nella vita di oggi stride e non ha un senso alle coscienze più agili, disse, Matteo le avrebbe spazzate d’un colpo attuando la sua idea. Avrebbe fatto un ceppo, una comunità nuova. Si sarebbe affermato il verbo dell’amicizia.

È evidente che questa illusione è figlia della violenza e dell’abbrutimento causati dalla guerra.

La guerra, che è unicamente distruzione consentirebbe, secondo Matteo, la nascita sulle proprie macerie di una società nuova, basata su più aperti e liberi principi.

Anche Annina ne è presa ed è soggiogata da Matteo, i cui ideali l’aiutano a cacciare di casa i suoceri per potersi muovere nel mondo senza doverne rendere conto a nessuno Sapremo addirittura più avanti per bocca di Vitte che “Annina pare che voglia mettersi a fare quello che dicono facesse avanti il matrimonio.”, confermando così quella che fino a quel momento non poteva essere altro che una sensazione del lettore.

Da parte sua, Vitte è attratto dal progetto di Gualterio come se questa nuova rinascita potesse dare un equilibrio, un riscatto ed un senso più armonioso alla sua vita. Gualterio, peraltro, potrebbe sostituirsi all’affetto e al sostegno  perduti con la morte dell’amico Orazio. Un Orazio che ogni tanto gli appare come un fantasma, accentuando la sua frustrazione.

Gualterio è su di lui, e sui suoi soldi soprattutto, che conta per realizzare il suo progetto visionario. Ma è sincera la sua vocazione? O è un profittatore degli ingenui e fa combutta con Annina per irretire Vitte (che tutti dicono un po’ sciocco, lento a capire) e spillargli dei soldi? Dirà a Vitte: “Tu dirai a casa: ‘Se non mi date nulla, mi arresteranno al ritorno al campo. Ho un debito di gioco. Chi sa cosa mi succederà se non lo pago. Andrete di mezzo anche voi. Più me ne date e meno correremo a pericoli’. Supplica, piangi, prega, – urlò. – Ma non tornare a mani vuote.

Il romanzo pone più di un interrogativo al lettore, poiché i personaggi non assumono mai una personalità definita, e si muovono in un mondo cosparso di contraddizioni e misteri, e proprio in questo limbo quasi evanescente sta il suo interesse.

Ad un tratto viene scoperto perfino il corpo di un aviatore di nome Manvich misteriosamente assassinato. Sapremo solo alla fine i motivi della sua morte.

Le scene che incontriamo di capitolo in capitolo, di paragrafo in paragrafo hanno, dopo quello della guerra, un altro potente motore che le disegna, ed è il messianesimo che ha esaltato Gualterio al punto da impedirgli di vedere i limiti del suo disegno.  A poco a poco l’atmosfera si impregna di fanatismo e di follia. Lo spazio temporale in cui accadono gli avvenimenti è breve, solo alcuni giorni, ma essi sono resi con un dettaglio e una sequenza tali che lo spazio si allunga oltre la storia.

Vitte, come aveva promesso, accompagna Armida e Augusto, i vecchi genitori di Orazio, dalla sorella di Armida, Nunzia, la quale è sorpresa nel vederli, ma non li respinge. Vitte visita anche casa sua, non molto distante e chiede alla madre Virginia se può ospitarli nella casa, che è grande come un palazzo: “Aveva aspetto di monastero o di antico palazzo, forte, massiccio, di un color grigio ferro”.

Virginia è una donna avvizzita, una beghina che ha sempre in bocca il nome di Dio, è trascurata nel vestire e nel badare alla casa, che, come le dice Vitte, odora di muffa, facendo esplodere la madre di una rabbia insana.

Grazie ai pochi ma efficaci tratti descrittivi della donna, il lettore si rende conto da dove provenga l’inquietudine caratteriale del sottotenente. Una educazione bigotta ed oppressiva gli ha impedito di vivere appieno la sua adolescenza relegandolo in una condizione psicologica di rifiuto e di misantropia: “Ricordo tutto, tutti i particolari degli anni passati. E tutte le volte anche che mi sono detto quanto sarebbe stato meglio se tu mi avessi levato dal mondo appena nato. Tutto ricordo. Tanto erano freddi con me i tuoi occhi, e tanto si accendevano quando, dopo avermele date, lui ti pigliava sulla poltrona. Almeno se tu avessi un po’ di furbizia, e se tu fingessi di volermi bene.” Lui è il padre, che si chiama Lorenzo: “aveva due grandi occhi azzurri animati come da una continua fiamma giovanile; sebbene contasse più di settanta anni, ne dimostrava appena cinquanta.

Virginia e Lorenzo costituiscono una coppia logorata dalla vita, apparentemente uniti (la moglie ogni tanto si sente orgogliosa del marito), in realtà sono chiusi in se stessi, afflitti da un egoismo che rasenta la follia. La fragile serenità del padre, che lascia i suoi averi ai frati affinché preghino per lui dopo la sua morte, e nulla al figlio, il quale, secondo lui, ha già dissipato, è il risultato di una diffidenza nei confronti del genere umano, senza eccezioni nemmeno per la moglie o il figlio. Dirà Vitte: “In casa sono nate le mie disgrazie.” Questa parte che indugia, con una scrittura tutta toscana, sulla famiglia Vitte e ne mette in luce gli scombinati attriti rende assai bene le qualità della narrazione, lineare e al contempo efficacissima, capace di costruire rilievi come in una scultura.

Vitte lascia i suoi con la convinzione che quella specie di fratellanza invocata per l’umanità dal sergente Gualterio possa risolvere tante astiosità, invidie e violenze nel mondo: “La vita sarebbe allora più bella e semplice di oggi; tutte queste tribù di selvaggi e di barbari che popolano la terra, e che a notte si chiudono nelle case barricando la porta e anche armando i fucili, si riconoscerebbero fratelli, e grande sarebbe senza dubbio l’impulso ad amarsi.

Gualterio ormai domina Vitte.

Del resto, per le debolezze di Vitte non mostra alcun segno di tolleranza, anzi sfrutta a pieno la sua ingenuità, al punto che Vitte non può più fare a meno di lui, lo prende a suo sostegno e conforto: “può succedere che il sole invece di levarsi da oriente pigli a sorgere da ponente; può anche succedere che d’estate nevichi e che i gatti diventino cani: non succederà mai però che io mi stacchi da Matteo.

Gualterio domina pure a tutto tondo Annina. La esorta al meritricio: “Tutto ciò che farai per esempio questa sera col maresciallo, non piglierà volto di cosa infamante che insozza e umilia le donne costrette al commercio del proprio corpo perché in chiave coll’attuale consorzio. Tu attenderai alla faccenda con nuovo spirito, lo spirito che io comando”.

Da un campo di aviazione, ecco così che escono alla luce le radici nascoste delle ambiguità e delle contraddizioni della vita e di una impossibilità a viverla nella sua purezza redentrice.

Al punto che anche l’ideale vantato e perseguito con tutte le sue distorsioni da Gualterio è in realtà il frutto di una corruzione immarcescibile.

Non mancherà, infatti, pure lui, di profittare di Annina, e dopo averci fatto all’amore, le dirà: “Vivremo poi dividendo ogni frutto e pena; tu sarai di Vitte e nello stesso tempo di ogni affezionato marito; e figlia sarai del tuo amante.

Gualterio (“In caserma io ero ben visto da tutti”) si è saputo conquistare la confidenza di molti ufficiali tanto dell’esercito, a partire dal colonnello Nuoto, quanto della milizia, come il centurione Allievi e da questi rapporti sa ricavare notizie utili per i suoi piani.

Deciso e rude (per esempio con il capitano Mezzi) liscia il pelo dove sa di trarre profitto.

Il personaggio è di quelli che riesce a sfuggire ad una classificazione definitiva, un po’ imbroglione, un po’ fanatico, perfino ossessivo ed intollerante; ma di questa indecifrabilità, di questa inquietudine maligna, sono intrisi un po’ tutt’e tre i protagonisti, compresi quindi Vitte e Annina, e la loro presenza sulla scena si alterna a mostrare una contaminazione dagli esiti incerti. Gualterio arriverà perfino a dichiarare al capitano della milizia Allievi, che gli elogia Vitte, di non conoscerlo.

Nella conversazione tra i due emerge che molti stanno già pensando a disertare per tornare a casa. Salvo il capitano della milizia Allievi, ancora entusiasta e fiducioso, tutti gli altri non credono più nella vittoria finale. Allievi racconta di un razzo, di una potente arma segreta in fabbricazione in Germania con la quale si potrebbe bombardare in un baleno Londra e perfino l’America. Ma l’aria che si respira è quella della sconfitta, e così il pensiero di una fuga si fa sempre più insistente.

Nel campo di aviazione è comunque da un po’ di tempo che si intriga. Alcuni, come Rabach e Tomilianovich, lavorano a convincere i commilitoni alla diserzione in favore della partigianeria che andava organizzandosi al nord, in specie ad Istria e dintorni. Una partigianeria comunista.

Il piccolo aeroporto diventa così il concentrato fervido di una turbolenza che dilaga e produce le prime crepe destinate ad allargarsi.

La diserzione in atto assurge a tema di primo piano e capiremo come alcuni misteri, quale l’assassinio di Manvich, che ci hanno accompagnato nel corso della lettura, siano legati ad esso. Tutto nell’ombra, dunque, proprio come un volo di pipistrelli. Fino al tragico epilogo.

 

 

 

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