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Al solito aveva creduto che bastassero poche parole. E invece. Ognuna creava e moltiplicava abissi che ora avrebbe dovuto colmare. E lei là a buttare ponti, a puntellare sentieri. Perché in fondo credeva alla possibilità di comunicare. Relativamente. Una delle sue in­crollabili fedi relative.

Dopo un secolo di deliri e di parole farneticanti, di solitudini allucinate e parossistiche il terzo millennio comincerà all’insegna del recupero della comunicazione, sentenziava spesso. Le nuove generazioni ad esempio, diceva, si rifugiano nel web. Perché? Forse per paura della vita (e come non temerla questa vi­ta dove ogni fatto non può essere non fatto e ci viene richiesta coerenza e inumana docilità ad accettare i limiti della natura umana?) Ma non è solo questo. Sul web non ci sono che parole, povere, scheletriche, inodori parole, dissos­sate dalla vita, ma ambiziose di ricrearne un’altra di vita. Quindi concludeva,  soddisfatta di aver  di­mostrato il suo assunto, la parola si sta prendendo la sua rivincita. Finalmente. Emanuela non era una fanatica del vir­tuale, ma un’amante della parola sì, un’irriducibile tenace amante della parola.

Se ne stavano dunque lei e sua nipote a chiacchierare in barca. Nel bel mezzo del golfo il motore aveva smesso di funzionare, loro avevano issato la vela e aspettavano fiduciose che si alzasse il vento. Intanto chiacchieravano, per passare il tempo.

Federica, vent’anni, il liceo classico alle spalle, si era da poco iscritta all’Univer­sità. Era una bella ragazza, capelli lunghi e neri, occhi verdi, un corpo ossequiente al dictat del filiforme fuscello ottenuto non senza notevoli sacrifici alimentari. Bellezza sprecata, però, perché non la permeava quella frenesia d’essere che Emanuela riteneva propria dei vent’anni, quando si è golosi di vita e ogni esperienza è sempre troppo poco. Accoccolata nella sua casa rifugio, che stranamente non le andava affatto stretta e da cui traeva senza troppi problemi soldi, serenità e un rassicurante tran tran, non sembrava pervasa da nessun’ansia d’assoluto, da nessuna inquietudine esistenziale. Tranquilla, talvolta rassegnata, un po’ conformista non aveva nessun desiderio di gridare al mondo il suo mondo. Le dispiaceva talvolta, le dispiaceva vedere la figlia di sua sorella così diversa da com’era stata lei nel passato, diversa e per certi aspetti incomprensibile. Le voleva bene ma in lei non riusciva a rispecchiarsi, non ritro­vare in lei nulla della sua giovinezza.

Figli non ne aveva avuti, figli ideali sì, qualche volta quando, per chissà quale miracolo del caso, qualcu­no dei ragazzi che aveva in classe rispondeva stranamente bene ai suoi schemi mentali. Forse era così abile da averli rapidamente decifrati e utilizzava quella sua scoperta per ottenere con­sensi, cioè ottimi voti, indulgenza, qualche sorriso speciale. O forse può accadere talvolta nella vita di ritrovare in qualcuno echi di noi e questa consonanza che travalica il tempo, che supera l’ostacolo della diversità ge­nerazionale e il naturale limite che nasce dall’avere o non ave­re in comune esperienze vissute, è  una delle tante magie della vita. E la speranza di trovare sempre altre persone con cui questo miracolo si ripetesse era la trappola che anno dopo anno l’aveva tenuta inchiodata a una scuola  nel complesso non proprio esilarante.

Federica ora le stava sciorinando i suoi impegni di universitaria. Le piacevano gli studi speciali­stici, di quelli che della vita e del senso delle cose non ti di­cono nulla. Che so? Un corso monografico sulle tombe della zona di Modena nel secolo undicesimo, un seminario sui nomi più ri­correnti nelle epigrafi tardo romane. Diceva di essere soddisfat­ta. La turbava un po’ la prospettiva di non trovare lavoro in futuro. Ma non ci pensava. Intanto era tranquilla. Niente più quegli odiosi temi di greco, l’incalzare delle interrogazioni, no, non aveva proprio nessun bel ricordo di scuola. Noia e paura, nient’altro.

 Nient’altro? Per Emanuela il liceo è stata una bellissima avventura. Il mondo greco e romano era il primo che le offrisse dei modelli di vita e di pensiero alternativi a quelli monotoni in cui ero stata educata. Un’educazione cristiana, una famiglia formalmente perbenista, poca libertà e molta attenzione al consenso sociale, i cardini della sua educazione, significavano molto poco per lei già a quattordici anni e si protendeva assetata di gustare una vita più intensa eppure già in fondo bacata dall’in­sicurezza che sua madre, non riuscendo in altro modo a legarla a sé, aveva cercato di infonderle, perché non volasse lontano.

E lontano non era volata infatti. Ma il liceo le aveva aperto nuovi orizzonti, sullo sfondo degli autori che leggeva scorgeva un mondo senza la mediocrità che vedeva quotidianamente attorno a sé. Mentre leggeva, e intanto cercava di dare un senso alla sua vi­ta, le nascevano mille idee e con  l’entusiasmo dei suoi giovani anni le contrapponevo alla realtà in cui era costretta a vivere.

Federica invece non aveva grandi idee e il mondo che aveva attorno non sembrava infastidirla troppo. Il recupero dei valori borghesi, nella versione minimale le andava benissimo.

Quante idee, quand’era giovane, quanta rabbia, quanti entusiasmi. Pensava, leggeva, se la prendeva con la stupidità delle idee correnti. Considerava la libertà il massimo dei valori eppure lei era ben poco libera. Quello che le era stato inculcato, quando non possedeva ancora gli stru­menti razionali per difendersi, era presente, gigante dentro di lei e non se ne sarebbe mai liberata. Che violenza, pensava, l’educazione, ogni forma di educazione. Quando  sei indifeso ti danno idee e strutture che ti condizioneranno per tutta la vita. Abbracciò la razionalità come un salvagente, la cultura come la miglior difesa. Cercò di costruirsi un altro io,  cercò di limi­tare i danni.

Non voleva essere come sua madre. Sua madre parlava ed era sempre convinta di avere la verità in pugno. Non si chiedeva se avesse ragione o torto. Come si fa ad essere così? si stupiva Emanuela, come si fa a non dubitare? E si abbuffava di filosofia, e si cibava del dubbio  e, mentre sua madre la picchiava, perché riteneva così di riuscire a piegarla, ostentava un distaccato silenzio, una specie di atarassica serenità che riusciva sempre a farla infuriare. Ma lei, nonostante l’apparenza ostentata per provocare sua madre, in realtà non era affatto serena perché sentiva che si stava giocando in quel tiro alla fune senza vincitori né vinti molte forze che avrebbero potuto essere  devolute in altra forma alla vita.

Mangiarono un panino al prosciutto in barba alla dieta di Fe­derica. Il vento non soffiava. Ed  era già tanto che la costa non si stesse allontanando.

– Alla peggio darò uno squillo con il telefonino, diceva Federica, ma abbiamo ancora molte ore di luce.

– A settembre non dovrebbe fare così freddo, disse Emanuela indossando il golfino. Guardò l’orologio. Da quante ore stavano chiacchierando… Ave­va la sensazione di non avere detto nulla. Forse le mancava la capacità di comunicare con Federica. Sentiva in bocca, amaro, il sapore dell’occasione perduta.

Il piacere sottile che si prova quando le tue parole risuonano nell’animo di chi le ascolta e i suoi occhi brillano e nuovi mon­di si aprono, con Federica non l’avevo mai provato. Una vertigi­ne che non ha pari, un infinito che lega per sempre coloro che lo hanno attinto. I soli momenti che conta­no.

All’orizzonte si vedevano avanzare veloci nubi poco rassicu­ranti. Il vento si era alzato all’improvviso. Odore nell’aria di tempesta. Telefonare? Non si faceva un gran bella figura.  In fondo le sarebbe piaciuto trovarsi con Federica in mezzo alla burrasca, quando gli occhi diventano trasparenti e le parole assumono una diversa consistenza. Lì forse avrebbero potuto capirsi. Ma sapeva che non avrebbe avuto il coraggio. Sempre così, pensò.

            – Dai, telefona, disse, altrimenti ce la passeremo proprio male.

            Il padre di Federica arrivò veloce assieme a quattro amici con un’altra barca e  ingloriosamente rientrarono in porto. I saluti, i soliti banali saluti, qualche commento, battute scontate. Dalla passerella si voltò a guardare Federica che aiutava a  ormeggiare la barca. Sentiva un oscuro senso di inadegua­tezza.

da L’Occidente e parole di Marina Torossi Tevini

 

 

 

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