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 Per chi è interessato alle derive della scuola, e magari opera al suo interno, consiglio una lettura estiva da far accapponare la pelle: I barbari di Alessandro Baricco. Chi sono i barbari? Con la parola “barbari” Baricco indica “una specie nuova, che ha le branchie dietro alle orecchie e ha deciso di vivere sott’acqua” e, nel suo libro spiega: “Ovvio che da fuori, noi, coi nostri polmoncini, ne caviamo l’impressione di un’apocalisse imminente. Dove quelli respirano, noi moriamo. E quando vediamo i nostri figli guardare vogliosi l’acqua, temiamo per loro, e ciecamente ci scagliamo contro ciò che solamente riusciamo a vedere, cioè l’ombra di un’orda barbarica in arrivo. Intanto, i suddetti figli, sotto le nostre ali, già respirano da schifo, grattandosi dietro le orecchie, come se ci fosse qualcosa, là, da liberare”. Con prosa immaginifica e la consueta arte affabulatoria, che spesso gli consente di contrabbandare per autentiche perle assunti discutibili, Baricco parla delle nuove generazioni, ragazzi ipertecnologici e poco acculturati che la nostra scuola sforna. Certo, i nativi digitali hanno con il web la dimestichezza che molti adulti non possiedono e si muovono in questo campo meglio della gran parte degli insegnanti. Ma, fermo restando che sarebbe quanto meno doveroso che la scuola si mettesse al passo con i tempi utilizzando le nuove tecnologie e facendo buon uso di quello che consentono, credo che il sopravvalutare questo campo sia ugualmente un errore. La scuola forse avrebbe più bisogno di insegnanti intelligenti e motivati (e trattati dalla società con maggior rispetto) che di pc, anche se mi sembra ovvio che non si può prescindere dal possederli.

“Sono i nostri figli, – scrive Baricco – le nuove generazioni che al mattino stanno ad studiare Lorenzo Valla (succede) e nel pomeriggio si trasformano in animali della rete… Come è spiegabile la mansuetudine con cui accettano la scuola? O, al contrario, come spiegare la naturalezza assoluta con cui vivono da pesci non appena si chiudono nella loro camera?”

Oddio, da che mondo è mondo c’è sempre stata per i giovani una vita ufficiale, quella che si svolge per far contenti gli insegnanti e la famiglia, e una vita privata fatta di percorsi propri e di propri interessi. Un tempo però gli interessi erano diversi. Era letteratura o filosofia, erano pensatori o politici, oggi magari i ragazzi smanettano su Facebook o si danno a lunghissime partite di videogiochi (il risultato di crescita interiore non mi sembra lo stesso).

“Professori capaci, dalle loro cattedre, misurano nei silenzi dei loro allievi le rovine che si è lasciato dietro il passaggio di un’orda che, in effetti, nessuno però è riuscito a vedere “.

Una mutazione nelle nuove generazioni è evidente. Ed è dovuta a ragioni sociali, a profondi cambiamenti in settori diversi, da quello economico alla tecnologia, cambiamenti che sono davanti ai nostri occhi e che ci fanno percepire una realtà in continua trasformazione e movimento. Ma questo non spiega del tutto il fallimento nell’ambito della trasmissione del pensiero, attribuibile in parte anche al tipo di rapporto che le ultime generazioni hanno avuto con i figli. Perso il piglio autorevole (e autoritario) che contraddistingueva le generazioni precedenti, generazioni difficilmente malleabili, poco elastiche, per alcuni aspetti difficili da sopportare, ma che proprio per questo sollecitavano le fresche forze delle generazioni giovani – che, com’è noto si alimentano degli ostacoli e trovano stimolante un nemico da combattere, – le generazioni che si sono succedute negli ultimi trent’anni hanno impostato con i figli un rapporto più morbido, talvolta perversamente paritario, che ha prodotto reazioni diverse: maggior attaccamento, minor spirito critico, maggiore fragilità. Il rapporto educativo è risultato meno stressante ma forse anche meno formativo. È indubbio che la scuola, e in parte anche la famiglia, hanno perso negli ultimi decenni autorevolezza. Nel generale qualunquismo pochi si sono presi le loro responsabilità, tesi soltanto a inseguire i propri vantaggi e la propria sopravvivenza, gli insegnanti a scuola e i genitori a casa, gli adulti insomma, tutti dietro al mito di una giovinezza perpetua, al di là della quale la nostra società pare non dia grandi prospettive.

“Non è che dobbiamo andare un po’ incontro a questi barbari, e trovare un modo di presentare loro le cose un po’ più accattivante?” si chiede ancora Baricco. Certo, è quanto fanno gli insegnanti più illuminati, quelli che hanno capito che non potendo salvare tutto sarebbe utile almeno salvare qualcosa e quindi si sono dati delle misure, delle mete e non pretendono di far impazzire i ragazzi su coniugazioni e aoristi tutto il giorno, ma cercano di sveltire l’apparato culturale senza eliminarlo del tutto, consci che è meglio un po’ di cultura che niente, fermo restando però che qualche rocca di sapere dovrebbe pur rimanere per non imbarbarire del tutto.

“Si è arrivati a porsi il problema del come tramandare la civiltà, – osserva ancora Baricco –. Che so: si è arrivati alla ovvia intuizione che la struttura ottocentesca dei musei non era proprio il massimo per un quattordicenne figlio di Internet. Oppure si è capito che, versando le stesse cose che si sono sempre fatte nel contenitore di un festival o di un grande evento, si mima quella struttura da sistema passante e da sequenza sintetica che i barbari prediligono su ogni altra”. Andare incontro è senz’altro necessario, ma senza snaturare del tutto i contenuti, senza cedere sempre alla volontà di spettacolarizzazione che imperversa nel nostro mondo, senza dare la presunzione di conoscenza quando di conoscenza molto superficiale si tratta.

Se è vero, come sostiene Baricco, che per “il barbaro qualsiasi tessera del mondo equivale a un’altra”, “leggere Calvino, collezionare film con Moana Pozzi, mangiare giapponese, tifare per la Roma” tutto viene posto sullo stesso piano, perché i barbari si rapportano con il presente e il passato in modo per così dire orizzontale, ne risulterebbe un quadro piuttosto sconfortante. A che cosa la scuola e la cultura servono se non proprio a fornire la capacità di fare delle scelte, di non mettere miliardi di elementi l’uno vicino all’altro senza graduarli e creare delle scale di valori?

Il relativismo che si è imposto subdolamente in molti settori, anche connessi con la trasmissione del sapere, andrebbe ridiscusso. La cultura è la nostra difesa, ci consente di non essere alla mercé del mondo con lo stupore del primitivo, è una grande forza quando ingloba anche saggezza, tolleranza e amore. Ci consente di non vivere in un delirio in cui ognuno grida le sue presunte verità e agisce senza capire perché.

Perché non le lasciamo questa forza e questo compito?

da I nostri paradossi quotidiani di marina Torossi Tevini