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C’è una persona ferma davanti al VI° manifesto dello Spazialismo. Legge ad alta voce ed ogni tanto ride, come presa da un leggero raptus. Commenta con astio le frasi dell’idealismo e quelle più ingenue: è al sicuro , forse, da queste trappole del pensiero, tutta raccolta nel suo cappellino a visiera, l’occhio scuro e digitale, accanto qualche amico che le assomiglia (la barba di due, tre giorni), accanto ad ascoltarla e ad approvare. O almeno fa pensare a questo, e a questo pensa Dolores che non riesce a leggere come vorrebbe.
”Divinazione dell’arte…ma sono tutti scemi! Il solo senso di questa roba è che non ha senso, secondo me ci fanno…” ”Senti qua: …la ricerca di mezzi nuovi fuori dall’influenza dell’immobile ottocento… ma chi prendono in giro?” Dolores si sposta leggermente a destra, più centrata rispetto al manifesto, cerca di concentrarsi.
Sono passati molti anni da quando il nonno le aveva parlato, per la prima volta, del ”Movimiento Blanco” nell’Argentina degli immigrati e degli abueli, ma non aveva mai smesso di amare quella voce nera di tabacco e lo sguardo azzurro pieno di promesse di vita. Ed era lì adesso, persa in una basilica tardo-rinascimentale e molto fredda anche perché vittima di quella voce chiamante che stentava a confondersi con quelle del gruppo neoclassic-skin-art, giunte al 67° lapidario commento.
Non c’era un ordine, o almeno così sembrava. Il vecchio argentino era centrale, qualcuno dei suoi lavori era disposto sul fondo (nel mezzo del lato lungo della croce), davanti al portone dell’entrata. Due strutture circolari piene di fughe contenevano le tele e quanto rimaneva di loro; ogni punto del centro aveva la sua statua geometrica e levigata.
Amava, Dolores, i fiori di Licata e quelle tessiture virato seppia per fondo ai segni neri e, vicino, le scritture delicate come la tempera del giovane Tancredi, mentre fuori esponevano i suoi globi (il sole nero) arrotolati a linee separate e dritte e gialle.
Poi una serie di lavori di ”grattage” (vedeva la spazzola d’acciaio sulla crosta d’olio, o cos’altro fosse di appuntito e sfregante…); di là invece i retini di Morandis, materia accanto al percorso di colori amabili ed il suo nucleo spaziale.
Amava i vasi di Vinicio, il collo così stretto dopo l’esplosione-implosione del vetro mai trasparente, le zigrinature dalla delicatezza effimera ed aguzza, le bocche-ventose che si prolungavano, dentro, in aggrovigliati stomaci; e c’era il ripetuto giudizio di Guidi, il professore esiliato, come se soltanto rifacendo e rifacendo si potesse capire il segreto nella forma della forma.
Ricordava le parole ”fatti catturare tutta, non risparmiarti mai: l’unica strada per salvarsi è davvero perdersi. L’arte non scherza, se è vera fa anche male: il facile che ti tocca solo appena lascialo ai commercianti del mondo; tu pensa a dio.” La sua stessa epilessia di bambina, una forma leggera che ancora non era sparita ma che nemmeno si era trasformata, come spesso succede, in ”grande male”, quel male invece piccolo ma spaventoso, sui banchi di scuola e davanti alla televisione, sembrava una precisa disposizione al lasciarsi prendere, invadere, possedere, una sensibilità potente che le consegnava le chiavi del mondo.
Le attese di Fontana: lunghi tagli squarcianti nelle tele irrigidite e pregne di colore, sotto il vuoto. Ma di vuoto si trattava? Le assenze di Dolores erano forse vuote di memoria cosciente ma in quella punteggiatura dell’esperienza vi era una lingua antica che un po’ era riuscita a parlare e tradurre con il vecchio dallo sguardo azzurro.
C’erano ad esempio una luna a forma di patata e viceversa, gialloocra e terra e grigio-nere, poi un’ impallinatura, una riga di punti e due che scendono e lì molto tempo entrava nello sguardo disteso di chi guardava (Dolores); era una bella cosa stondata, la più bella cosa stondata bidimensionale che avesse mai visto, ferma anche se si muoveva, e brillava di luce propria, uno dei criteri del vecchio, con il dolore e lo smarrimento: brillare di luce propria per essere d’arte.

Oltre alla persona con il cappellino ed i suoi imprecisati amici altri due personaggi interagiscono nella basilica fredda: la ragazza dagli occhi veloci, ansiosa, che guarda le tele dall’etichetta e si sente seguita e la signora fatta a campana scamosciata marron, ai piedi scarpe con le fibbie, la stessa che cercava la seconda classe alla stazione dei treni. E’ come un mondo chiuso: la signora-campana tornerà sicuramente a Parigi e la ragazza paranoica al suo Servizio Psichiatrico Territoriale ma da quell’affresco, o meglio da quella tela lacerata, nelle interiora della chiesa sconsacrata del Palladio da Vicenza nessuno di loro uscirà mai. Dolores li osserva, dopo i lavori, a loro volta splendidi ed amabili, ma come mai lì?
Il titolo dei quadri, piuttosto monotono, sembra invece illuminare occhio-svelto in modo così potente da farle investire l’intera opera di significato (come un gattino o un bambino senza nome, meno gattini o bambini di quelli che ce l’ hanno, pensava la nipote dell’argentino). Guarda tutto e tutti come se una sottile minaccia, sempre presente, li animasse, e così lei; diventava allora quella la via da seguire, e non il possibile percorso suggerito dagli espositori, e Dolores provava a starle alle spalle, cauta, e a guardare Deluigi da lì. Era più rischioso.
Ma la signora-campana riusciva a togliere molto bene tutta quella glassa di dramma alle cose finora descritte. Era forse in gita, capitata lì, come al supermercato. La Dolores del periodo intercritico, quella che in quel momento usciva dall’enorme monolocale ex-sacro molto illuminato per tornare ad una piazza umida, e prima percorrere il colonnato esterno (per chi guardasse dalla piazza un gioco premente di chiaro-scuri).
Ma si spengono le luci.
Le squadre antisommossa dei Carabinieri e della Polizia sono lì per evitare il peggio.