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Caterina Davinio, Il libro dell’oppio, Puntoacapo 1985

La Davinio , esperta d’arte e di comunicazione, deve averlo visto molto da vicino il mondo dei tossici: ne scrive con sicurezza di immagini, di sensazioni, di ragioni , di motivazioni, di liturgie, che farebbero sospettare l’autobiografia. Personalmente vedo una persona curiosa, attenta, pietosa, che sorregge e non addita, non chiede , entra in empatia. Abita l’altro come fosse sua particella senziente e sofferente. una settimana posseduta /senza sonno /e una lunga scala di gradini / nella mente brillante / infuriata /ruote / e ingranaggi in funzione / lancette rotanti / e motore a pieni giri / schizzare ai quattro cantoni / di questa immensa città / troppo piccola, spaurita / dalle mie gambe forti / per fieri balzi di tigre. Ma l’eroina è altro; non è potenza , è felicità: “ Celeste./ Corrono/ sui pattini a rotelle/ del tempo./ In evoluzioni / acrobatiche. All’inizio della lunga silloge credo che la Davinio fornisca la risposta a tutto questo farsi male: “ L’insopprimibile/ desiderio/ di assomigliare/ a Dio. Dunque non riusciamo ad accettare la nostra fragilità, le crepe del contenitore, la presa cha che si allenta, non riusciamo a sorvegliare la nostra sofferenza. E’ questo il peccato originale? Il coraggio con il quale affronta un percorso che mai sarà di redenzione, e il sicuro possesso di strategie poetiche moderne, mai compiaciute e mai lamentevoli, colloca questo libro fra quanti hanno affrontato la tematica, anche di petto, ma mai in maniera così esaustiva. La sua prova inizia nei lontani anni ’75 , anni di ribellione, anni di orizzonti lontani, di mete non intraviste, di miraggi e di utopie e prosegue fino agli anni ’90 , quindici anni di cura entomologica ma di grande , profonda empatia: “ Sì. / Ti dico di sì./ Fino all’ultimo stadio del male/ delizioso.” Si noti questo ossimoro che manifesta la consapevolezza; il libro intero è un ossimoro: la morte che porta la gioia, quella dei giovani che gli dei amano e torturano. Vale la pena sottolineare , come fa Ferrari, nella sua postfazione, che le poesie non si susseguono in modo diacronico, né potrebbero essere sequenziali: il tempo ha una sua fissità per il tossicomane, non si muove in successione cronologica, la necessità di sempre nuova felicità lo costringe in un eterno disperato presente. Ho già affermato dell’empatia della poetessa nei confronti del materiale umano che pone sotto la sua penna, tuttavia quest’empatia si traduce in un canto carnale, pulsante, vivo, smozzicato a volte; riconosco alla Davinio grande maestria poetica oltre che coraggio morale. Narda Fattori Ho in cuore tutto i1 male di un capitolo chiuso di un universo da dimenticare ho in cuore i1 male di un pomeriggio di alcool e di noia i1 cuore gonfio di alcool e di noia e pazzo di alcool e di noia e avido di morte come solo sanno darla l’alcool e la noia. Ho rivisto la scimmia che mi sorrideva. Dalla libreria la scimmia mi sorrideva e voleva prendersi gioco di me. E i1 ragno alla parete che aveva una gran voglia di parlare, di raccontare le sue buffe storie di ragno e l’Uomo che ride nascosto sotto i1 divano ne vedevo solo i grandi lucenti occhi . e anch’essi si prendevano gioco di me. Tremai Incominciai a dire: “Padre nostro che sei nei cieli” . e gatto mi rispose . – che sei nei cieli, che sei net cieli – le pupille verdi, le sue pupille verdi erano una foresta di fantasmi. 1975 Polvere degli angoli Prima del bianco e più a fondo nel bianco sospeso uovo scrigno di imponderabili assenze essenze manufatti di anime iperboli vestite tentativi inesausti di smascherate perdite di rovinose disfatte ermetico conforto Consapevole celebrazione di equilibrio acrobazia di inermi sevizie caduta prefissata o solo probabile o appena possibile … Affermando che: si cade innamorati per contrastare la dura noia quando ci si innamora si soffre l’umanità a appare divisa fra colora che preferiscono dilaniante amore e coloro che preferiscono la cupa noia. Innamorarsi nel teatro (combattere nel teatro) raccontare storie e miti e diventare mito dietro I’euforia della scena il nulla fuori dali’esaltazione della scena il vuoto non il conforto della realtà ma la catastrofe che investe la finzione . Quando ti venni incontro la prima volta indossavo occhi azzurri e rossi capelli La seconda volta ebbi occhi castani e biondi capelli la terza volta occhi viola e capelli neri Nulla dietro l’euforia della scena Il vuoto fuori dall’esaltazione della scena non il conforto della realtà ma la catastrofe della rappresentazione. 1987 Quale farmaco spegne queste gocce insane di desiderio questa fame questa scimmia ghignante e la sua solitudine e la sua moltitudine c’e una medicina per la punk solitudine? E impareremo a comporre versi con le macchine E soffro di un male curabile Lo cureranno Devono? Il precursore muore nel futuro. Ma é giusto essere cosi ermetici? Overdose II capo ruzzola tra le gambe come una palla di legno cadi, notte bruna negli occhi, la porta a un palmo inaccessibile in ginocchio e colpi furiosi sul battente logoro loro ti salvano e picchiano come demoni sul tuo inetto uscio sudicio inciso mi chiami per nome, urlano e io in ginocchio ella lei l’angelo la dea muore in un’angusta latrina a un passo dalla salvezza narcotiche polveri e whisky liquidi passaggi definitivi prendono il sopravvento vanno alla testa come un pugno e la riempiono all’ orlo, trabocca shakerando con una botta conclusiva come l’onda di un mare incazzato whisky e polveri al cervello fuso e notte intorno e la porta blu a un palmo e chiamano, infuriano là fuori. 1981 Toxic Gallery 1 E su tutti si osservava vivere e pensava sempre pili cose contemporaneamente Una bellezza di nervi. A letto era un’artista, nei momenti creativi, che la potevi rompere quella delicata bambola punk viziosa. Toxic Gallery 2 Si sforzava di apparire interessante sfoderando un’aria di esistenzialismo pazzo e tormentato In realtà circospetta si accertava di essere osservata e mi lanciava piccole occhiate nascoste come se la mia presenza le stesse rubando qualcosa. Chissà per quale sommersa ragione non parliamo più di droga, di eroina soprattutto, sopraffatta dalla più raffinata cocaina, dalle pasticche che sono colorate, costano poco, fanno sentire super-efficienti, si buttano giù senza lasciare segni se non quello dello schianto di carne e lamiere, più tardi, o del cervello che batte in testa e non funziona più bene. Credo che ci agiti un malessere profondo, un non sopito senso di colpa: gli eroinomani ci sono ancora , ma sono in numero decrescente, non si infettano con l’AIDS, non infettano altri in rapporti sessuali mercenari o frettolosi. Ogni tanto qualcuno muore e anche di questo non si parla. Non fa vendere , non fa guadagnare, meglio il gioco, vietato ai minorenni, quasi come quelle scritte in caratteri così minuscoli da essere illeggibili. Ma torniamo al libro della Davinio : si potrebbe considerare quasi un libro datato; infatti vi si parla poco dei nuovi stupefacenti e molto della vecchia eroina che ti entrava in vena e ti riappacificava con il mondo e con te stesso. Il prezzo? Forse ogni tossico ne era a conoscenza, ma vuoi mettere un’ora di pura felicità con migliaia , milioni di ore inquiete di noia , di malessere, di infelicità? Era così facile trovare la felicità: qualche soldo, una siringa, una vena. Tutte cose a portata di mano, anzi di braccio.

NARDA FATTORI