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“Trieste, non più città di confine, rimane pur sempre in qualche modo una città confinata, una città precaria, una città sull’orlo dell’abisso. Lo si avverte, questo senso di precarietà, ad ogni passo, ad ogni svoltare d’angolo. È un’angoscia ma anche una pace, un mix strano di malessere e di allegria che nessun’altra città produce. Trieste è un paradigma. Un’allegoria dello scivolare dell’Occidente, una metafora del nostro declino. Per questo Trieste mi piace”. Trieste simbolo del nostro declinante Occidente, Trieste, anima del racconto “Un inverno a Trieste” che, assieme a “Il tempo delle piogge” e  “Una donna senza qualità” coniugano la riflessione sui mali della scuola e sulla difficoltà dei rapporti tra generazioni diverse a un’analisi sulla crisi della società contemporanea. In altri racconti (“La mattanza”, “Un killer vicino di casa”, “Week-end in monastero”) prevale il tema della violenza tra i sessi che nella società occidentale paradossalmente coesiste accanto a un fondamentalmente ridisegnato accordo tra i generi. Chiudono la raccolta il tono più disteso di “Ulisse terzo millennio” – che ridisegna in chiave moderna il mito di Ulisse – e il racconto surreale “Il quadro” .

Lettura di Marina Silvestri

Impressiona per la lucidità delle argomentazioni e l’efficacia delle storie, l’ultimo libro di Marina Torossi Tevini, L’Occidente e parole, (Campanottoeditore, euro 16). Un titolo che all’apparenza sembra proporre un lavoro di  saggistica, e l’eco (lontana!) di qualche maître à penser di sessantottina memoria, inclusa la certezza di una società migliore imposta dal movimento giovanile che avrebbe spazzato via per sempre le ipocrisie della società e il potere del denaro. Forse volutamente ingannevole, il titolo, denuncia invece l’impotenza e il fallimento di queste stesse utopie. Scrive Torossi Tevini: “Forse le generazioni si succedono troppo in fretta. E io a riguardare indietro mi scopro improbabile e lontana. I miei ideali non coincidono con quelli dei ragazzi. Io già appartengo alla storia. Mi trovo spesso davanti ragazzi ambiziosi e disincantati, diversi da come sono e come ero. Mi dico che spetta a me plasmarli, cambiarli. Ma cozzo contro qualcosa di possente. In realtà le cognizioni che hanno acquisito negli anni in cui avidi di una pseudo-realtà stavano a sognare davanti ai loro eroi non sono disponibili a cambiarle.”

Tredici storie dure ed esemplari: storie di disperata speranza di poter comunicare, di poter incontrare ‘l’altro’ sul piano del linguaggio, che esplorano le radici violente dello stalking, le pulsioni come unica risposta in contesti in cui la mediazione del linguaggio ha perso il ruolo ‘civilizzatore’ guadagnato attraverso secoli di cultura che affondano le radici nel mondo greco, amatissimo dall’autrice, che ne ha fatto oggetto di tante pagine nei lavori precedenti. A rendere più critico il presente anche la confusione della memoria dovuta ad un accumulo indiscriminato di nozioni e la perdita della prospettiva storica. “Che senso ha aggiungere? “ – commenta – “Forse dovremmo imparare a sottrarre, a non accumulare sempre , – sensazioni, immagini, parole, – ma a selezionare, a togliere di mezzo quello che si sta trasformando l’anima in un magazzino, con le informazioni accatastate, e a far ordine. Forse dovremmo imparare a strutturare, a porci dei centri di gravità, a togliere quello che non è significativo, a scegliere con giudizio.  La nostra società ci ha insegnato che non esiste criterio di giudizio, che una cosa vale l’altra, che non esiste neppure un Io che sceglie e definisce.”

I finali sono a senso unico, nessuna via d’uscita, di riscatto: “Oramai non era più tempo di parole. Quel tempo era passato e forse era servito a ben poco.” La violenza è cronaca – quella che viene ogni giorno amplificata supinamente dai media e dalla cattiva arte – ed è metafora della nostra caduta, della rinuncia ad essere uomini. Recita un ragazzo chiamato ad improvvisare la sua parte su un palcoscenico: “Una realtà mostruosa ha inglobato spazio e tempo. Ci ha inchiodato a un eterno presente. Riusciremo a spezzare questo incantesimo? A ricreare il colore, il suono, l’armonia? Riuscirete? Un frullo d’ali, uno strappo da questo piedestallo, e via, in alto. O non è più tempo di sperare?”

Il ‘tramonto dell’Occidente’ si compie. Per chi ha seguito fin dall’inizio le prove letterarie e poetiche di Marina Torossi Tevini e conosce la sua ricerca della classicità, della bellezza del pensiero negli autori del passato, nei luoghi dove la storia si manifesta, che sono stati sempre la molla della sua scrittura, con questo libro è chiamato a misurarsi con l’estraneità di un mondo reso irriconoscibile da una deriva autodistruttiva che sembra inarrestabile. È spinto a chiedersi se abbiamo veramente passato il punto di non ritorno. Le riflessioni sono esplicitate soprattutto quando la narrazione riguarda il mondo della scuola e l’ esperienza dell’insegnamento conosciuti nella vita lavorativa. “Curiosamente all’interno della nostra società nessuno cerca davvero di rafforzare gli individui – afferma una delle sue protagoniste –  Dovrebbe farlo la scuola, e invece è in preda a furori che non sono esattamente morali, dovrebbe farlo la cultura, ed invece è in preda ad aspirazioni che con la moralità hanno ben poco a che vedere, dovrebbe farlo la famiglia, ma in mezzo agli affetti sinceri si giocano anche subdoli giochi di potere a cui fa buon gioco una certa fragilità, dovrebbe farlo la società, ma la nostra è una società ostaggio dell’economia, che per ipotesi non ha finalità morali.” Specularmente Torossi Tevini dà voce allo scontro generazionale ed al mondo dei giovani, al loro disagio, alla loro infelicità, alla ricerca di autenticità che si scontra con abitudini degradate che non lasciano spazio per esprimere individualità e sogni.

(pubblicato su Arte&cultura aprile 2012)