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Vi propongo queste due poesie per il motivo che mi piacciono molto.  Sono certamente diverse, ma in me suonano legate.

In una è l’ach breve, di gola, che vibra, a scandire il ritmo e ciò che va mutando nel farsi e nel disfarsi del respiro, nell’altra è la ripetizione di nonna, bambina, casa, a rendere dilatata l’assenza e dunque l’ombra, per poi ritrarla al chiaro della stufa.

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Sestina di Elizabeth Bishop

Cade la pioggia settembrina sulla casa.
Nella fievole luce, la vecchia nonna
siede in cucina con la bambina
presso la Piccola Mirabile Stufa,
leggendo le storielle dell’almanacco,
e ridendo e parlando celando le lacrime.

Pensa che queste equinoziali lacrime
e la pioggia che batte sul tetto di casa
siano state predette, tutte, dall’almanacco,
ma solo comprensibili a una nonna.
La teiera di ferro canta sulla stufa.
La nonna affetta del pane e dice alla bambina:

Adesso è l’ora del tè, ma la bambina
guarda uscire dalla teiera piccole dure lacrime
che danzano come pazze sulla nera rovente stufa,
come deve danzare la pioggia sulla casa.
Riordinando la cucina, la vecchia nonna
appende lo spiritoso almanacco

allo spago. Come un uccello, l’almanacco
si libra semiaperto sulla bambina,
si libra sulla vecchia nonna
e la sua tazza di tè piena di oscure lacrime.
Ella rabbrividisce e dice che la casa
le sembra fredda, e aggiunge legna alla stufa.

Doveva essere, dice la Mirabile Stufa.
So quel che so, dice l’almanacco.
Coi pastelli la bambina fa una rigida casa
e un sentiero a zig-zag. Poi la bambina
ci mette un uomo con bottoni come lacrime
e mostra orgogliosa il disegno alla nonna.

Ma in segreto, mentre la nonna
si muove affaccendata intorno alla stufa,
piccole lune cadono come lacrime
di tra le pagine dell’almanacco
già sull’aiuola che la bambina
con cura ha messo davanti alla casa.

Tempo di piantare lacrime, dice l’almanacco.
La nonna canta alla mirabile stufa,
la bambina traccia un’altra imperscrutabile casa.

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La Wachtel (la quaglia) di Durs Grünbein

Ach, nonna, così facile alle lacrime –
a ogni congedo mi stringeva a sè
con la forza improvvisa di chi affoga,
così piccina nel grembiule a fiori.

Com’è tutto passato in un baleno,
anni di cura delle rose, anni all’acquaio.
Lei era l’agile, la loquace, la tenera.
Quando morì chissà dov’ero io.

Ma questo Ach e ogni specie di sospiro
nelle sue cerchie era coltivato.
Quali cerchie? Signore al club del ramino,
il caffè d’ogni mercoledì pomeriggio.

Si vergognava sempre dell’ora zero –
come donna, dei russi, suoi liberatori.
A tarda notte avevano sfondato la sua porta
i figli per fortuna erano in campagna.

Questi ultimi giorni della guerra
restano sotto sigillo per la vita,
come le lettere, un involto nel comò,
come la biancheria di sposa color carne.

Per cinquant’anni un segreto di famiglia.
Non una sillaba, si sfogò soltanto poco prima
della fine, nelle settimane ch’era malata.
Nonna, nata Wachtel, slesiana.

La quaglia si mangiava ai bei tempi di Goethe –
ma in tavola da noi non arrivava.
A volte ancora oggi io ho un sussulto,
se si parla di come le uova di quaglia sono ghiotte.

O di là mi giunge una parola, una sillaba monca,
che mi fiacca perché tanto contiene.
Sono i principi conservativi della lingua…
Lo stesso Ach1 in Fach o in Kazachstan.

Così facile al pianto che li sento ancora
i tuoi sospiri – i fondi, dalla noia di vivere,
e quelli deboli involti cautamente
come in carta di seta, fra due brevi risate.

Time to plant tears, says the almanac.
The grandmother sings to the marvelous stove
and the child draws another inscrutable house.

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1 Ach invece di ah, perché la poesia gioca su questa sillaba della nostalgia, che ricorre in Wachtel [“quaglia”], in Fach [travatura di legno della tradizionale casa tedesca], in Kasachstan e in Lachern [“risate” ] (nota presente sul libro)

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Sestina di Elizabeth Bishop da  “Miracolo a colazione” trad. Abeni D.; Duranti R.; Fatica O., Adelphi 

Die Wachtel  di Durs Grünbein da “Strofe per dopodomani e altre poesie” a cura di Anna Maria Carpi, Einaudi