Ritratto in bianco e nero (di Andrea M. Campo)

La nostalgia vela sapientemente i ricordi senza distinzione, confondendo rimorso e rimpianto, tessendo nell’intimo di una lacrima un desiderio. Il desiderio di quel corpo sospeso nel bianco e nero della carta acida di una vecchia pellicola, quel corpo che è stato mio, e che vorrei accarezzare ancora una volta. Stupidamente intingo l’indice sulla sua anima impressa nella patina collosa, e lentamente ricalco le linee gentili del suo profilo.

E fingo che lei sia ancora lì, riversa nel mio letto, a giocare con i miei ricci e sorridendo ai miei sorrisi.

Perduto in quella foto dico “Ciao” a voce alta, come uno stupido e ingenuo amante perduto nel delirio dell’attesa. E lei mi sorprende ancora. Si volta e ride.

Lei.

In quella foto.

Si volta.

E ride. RIDE.

Ride come sempre e come mai prima.

Il viso lentamente le si tinge di rosa e i capelli accompagnano l’altalena su cui è seduta.
Mille perché si fanno avanti nel mio stomaco divorando tutto ciò che incontrano, risalgono rapidi nel petto e si fermano in gola.
Tutti tranne uno.

Un piccolo perché mi riempie la bocca, e sembra smarrirsi in un urlo strozzato. Si ripete, ancora e ancora, spingendo sulle labbra, fino ad esplodere in un irruente grido che investe quella vecchia foto cui rimango aggrappato.

La stringo forte per non lasciarmi sfuggire l’ultima occasione per capire, per smetterla di sperare nell’indulgenza del tempo, illudendomi che questo possa darmi pace: è un breve piacere, un abile ed esperto latitante che come sabbia riesce ad attraversare le larghe maglie della mia mano disperdendosi ai miei piedi.

“Perché?” insisto e scuotendo la sua immagine.

Le foglie, la collina sullo sfondo, il cielo, la foto riprende colore, vita, e lei continua a sorridere lasciandosi accarezzare dal vento; il destino o la mia follia mi hanno dato un’altra occasione per dirle ciò che non ho mai avuto il coraggio di dire, ma io sono stupido, e provo rancore, voglio solo sapere perché.

Lei sorride e non risponde, sorride e non mi guarda.

L’arco d’avorio dove fermavo il battito adesso si è trasformato in una smorfia e poi in un ghigno. L’ira mi assale, stringo la sua immagine, l’accartoccio e la lancio lontano da me abbandonandomi a un pianto disumano.
Trascorrono parecchi minuti e alla fine cedo all’incoscienza, sospendendo i sensi in un limbo di miseria.
Riprendo la foto in mano e la tiro da due angoli. Tutto è come prima, o quasi. I colori sono svaniti, lei è immobile sull’altalena e sorride, perché altro non può fare, ma la foto adesso è tagliata dalle pieghe nate da due mani furiose: le mie mani.

Adesso capisco.

Adesso non ho più bisogno di chiedermi il perché.

La passione insana di un amante insicuro ha piegato il suo sorriso su questa foto così come allora avvilì le fragili corde del suo rifugio.

da I racconti di Freda