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 Forse dovremmo imparare a sottrarre, a non accumulare sempre, – sensazioni immagini parole, – ma a selezionare, a togliere di mezzo quello che ci sta trasformando l’anima in un magazzino, con le informazioni accatastate, e a fare ordine. Forse dovremmo imparare a strutturare, a porci dei centri di gravità, a togliere quello che non è significativo, a scegliere con giudizio. La nostra società ci ha insegnato che non esiste criterio di giudizio, che una cosa vale l’altra, che non esiste neppure un Io che sceglie e definisce. Contro questa indicazione, che ha caratterizzato la cultura di un secolo e mezzo, è forse il tempo di entrare in singolar tenzone. È da ingenui? è da pazzi? Bene. Saremo i Don Chisciotte di una ritrovata centralità, di un Io che non sia solo il collettore percettivo di mille informazioni – di cui buona parte fasulle – ma il giudice della validità o meno di queste informazioni, il suo selezionatore. È tempo forse di  scendere in campo non per chiedere altri beni materiali – in Occidente fino a questo momento la maggioranza di noi è vissuta abbastanza bene, talvolta troppo bene, – ma per aiutare i nostri simili a diventare degli esseri capaci di scegliere, di definire la forma della loro anima.

Forse è una lotta impari. In fondo se la maggioranza delle persone ascolta indicazioni di consumo e le fa sue, anche se magari cozzano con le esigenze più profonde (di cui forse non è neppure a conoscenza) questo significa che qualsiasi cosa può essere suggerita a chiunque; se si impongono così velocemente modelli di vita o di acquisto o di costume, è evidente che le persone sono facilmente manipolabili e che la resistenza dei vari Io è davvero molto debole.

Curiosamente all’interno della nostra società nessuno cerca davvero di rafforzare gli individui. Dovrebbe farlo la scuola, e invece è in preda a furori che non sono esattamene morali, dovrebbe farlo la cultura, e invece è in preda ad aspirazioni che con la moralità hanno ben poco a che vedere, dovrebbe farlo la famiglia, ma in mezzo agli affetti sinceri si giocano anche subdoli giochi di potere a cui fa buon gioco una certa fragilità, dovrebbe farlo la società, ma la nostra è una società ostaggio dell’economia, che per ipotesi non ha finalità morali.

Eppure mi sembra che sia un obiettivo imprescindibile, anche se a molti potrà sembrare ingenuo.

Nel lontano VI secolo a.C., momento in cui l’umanità vide con straordinaria lucidità mentale la dimensione umana, l’umanità cercò di creare delle saggezze capaci di indirizzare l’uomo al rafforzamento del suo Io. Questo accadde in Occidente ma anche – contemporaneamente – in Oriente. Le saggezze antiche, sia quelle di matrice occidentale (la filosofia greca) che quelle di matrice orientale (il Buddhismo) percorrono, in un periodo pressappoco coincidente, strade analoghe (almeno sotto gli aspetti fondamentali) e da un’iniziale constatazione dell’inevitabile presenza del dolore all’interno della vita umana, dolore in qualche modo radicato nell’esistenza e per questo ineliminabile, individuano delle vie attraverso le quali l’uomo può attutirlo e minimizzarne i danni. Le saggezze antiche invitano l’uomo a fuggire dalle passioni, a non essere vittima dei propri desideri e a contrapporre come rimedio alla sofferenza un atteggiamento di impassibilità, di distacco, di atarassia. Esiste il male, e non lo possiamo sopprimere, esiste una parte naturalmente concupiscibile nell’individuo, e sarebbe assurdo negarlo, ma il rimedio a ciò è conquistare una padronanza sufficiente del nostro Io che ci consenta di moderare i desideri, di accettare serenamente ciò che non dipende da noi e di corazzarci per superare le avversità della vita. La fragilità dell’Io viene così rafforzata, e se da un lato non ci si fa alcuna illusione riguardo al fatto che la felicità possa essere acquisibile a poco prezzo – anzi si parla sempre di serenità, e la felicità come noi la intendiamo non viene neppure menzionata (e la società viene vista sostanzialmente come un male, da amministrare con moderazione e oculatezza, sottraendosi all’opinione della  massa per non esserne travolti) dall’altro si donano insegnamenti e suggerimenti capaci di rendere l’esistenza più serena e vivibile. La società in cui viviamo invece veicola messaggi che sono l’esatto contrario di questi saggi insegnamenti, e agiscono sull’uomo in modo da renderlo fragile e quindi maggiormente gestibile (per ragioni peraltro prevalentemente commerciali ed economiche) invitando gli individui non a rafforzare la loro resistenza ai desideri, ma creando desideri anche innaturali e incrementando a dismisura quelli naturali. Una fabbrica programmatica di infelicità.

Come osserva Galimberti in Vizi capitali e nuovi vizi, la crisi di identità all’interno della nostra società è qualcosa di voluto. In una cultura del consumo, dove le cose esistono solo per essere consumate, e poi velocemente sostituite con prodotti più nuovi, anche l’individuo perde gli ancoraggi per la sua identità, affoga in un senso di diffusa irrealtà, si percepisce non nei suoi dati spirituali, legati al carattere, ma attraverso gli occhi degli altri. Da questo, secondo Galimberti, l’inclinazione dell’uomo di oggi a fare della sua vita una sorta di rappresentazione, concependosi come un bene di consumo da immettere sul mercato. L’identità, in queste condizioni, viene ad essere incerta e problematica, e, mentre l’individuo crede di trovarsi davanti a mille potenziali scelte di vita, in realtà si rimbozzola in condizioni di illibertà, che peraltro neppure avverte.

Liberare la coscienza dalle illusioni, avere dominio su di sé, affrancarsi dai desideri inutili sono i consigli dei filosofi greci ma è anche quanto predicò Buddha, con delle differenze, è ovvio, ma che non incrinano l’atteggiamento di fondo. Ma accanto a queste saggezze, fiorite in un momento di insuperata lucidità per la coscienza umana, si colloca il Cristianesimo che, con i suoi inviti a superare le avversità, ad affrontare coraggiosamente il dolore e a dargli un senso, a sopportare i mali inevitabili dell’esistenza umana incoraggia (anche se con altre ottiche e in un’altra prospettiva) una presa di posizione dell’Io e un suo rafforzamento attraverso una disciplina del corpo e dei sensi che, come e più che per le filosofie antiche, se non governati rappresentano un pericolo e un male. Ci sono molti aspetti comuni tra le saggezze pagane e gli esercizi spirituali suggeriti dai mistici, anche se, inevitabilmente, sono presenti delle fondamentali differenze. Però non possiamo non ravvisare una finalità comune, che è quella di rafforzare la natura fragile e vulnerabile dell’uomo. Insegnano un’arte di vivere che consente a chi la possiede un maggior benessere, più efficace del moderno ricorrere alla psicoterapia o alla farmacopea.

Ma non potrebbe essere giunto il momento estremo, il momento in cui si inizia a invertire la tendenza? Non possiamo essere arrivati a un punto tale che è più provocatoria un’affermazione che una negazione? Non possiamo essere giunti al punto in cui si impone un cambiamento di rotta perché la macroscopica illogicità dell’insieme si impone e grida vendetta?

 Marina Torossi Tevini da I nostri paradossi quotidiani

 

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